La scelta finale – II puntata

Parte I. Santa Claus is coming

2.

[da: papà

a:Mika 1990

Inviato il: 19 dicembre

Oggetto: RE: Aggiornamenti della prima settimana

Ciao Michele,

grazie per la tua lunga mail. Mi fa davvero piacere che tu ti sia ambientato fin da subito in un luogo così distante dalla tua casa. Ma, in fondo, cosa è mai la distanza quando si riesce ad essere felici e soddisfatti? Il problema rimane solo per chi sente la tua mancanza… Oddio, che frase patetica mi è appena sfuggita dalla tastiera! Ti chiedo scusa. Certo saperti così lontano un po’ mi rattrista, ma vederti contento compensa abbondantemente questo sentimento da vecchio piagnucolone.

Qui da me va tutto come al solito. Non ci sono davvero particolari novità, se non il fatto che anche quest’anno sta finendo e io mi sento ancora un po’ più stanco di quello precedente.

Hai ragione: New York deve essere davvero bella e sapere che, almeno per un po’, sarà la tua città, mi ha fatto venire voglia di visitarla. Con tua madre sarebbe stato impossibile: non amava proprio viaggiare, se non per brevi tragitti. Figurati prendere l’aereo e rimanerci seduta per otto ore! Lo avrebbe fatto ammarare nel mezzo dell’oceano Atlantico piuttosto.

Per quanto mi riguarda, il problema con New York è che, dicono, sia una città assai fredda di inverno, molto più di Milano che già mi sta intirizzendo le ossa. A proposito, lo sai che questa notte è venuta giù una nevicata colossale? Sembra quasi di essere nel 1984, quando ce ne era così tanta che le macchine parcheggiate scomparivano e dai tetti delle case si staccavano lastroni di giacchio grandi come tavoli da biliardo.

Insomma, direi che non è la stagione più adatta per me per visitare la Statua della Libertà, ma nella tarda primavera mi piacerebbe proprio venirti a trovare. Per quel tempo sarai diventato un esperto conoscitore della metropoli più famosa al mondo e potrai portarmi a spasso come una provetta guida turistica!

Volevo dirti un’ultima cosa, prima di concludere questa noiosissima mail. Questa mattina, riordinando fra le mie carte, ho ritrovato un tuo vecchio lavoretto delle elementari: un bigliettino di Natale che avevi diligentemente compilato con una bella frase di auguri e alcuni deliziosi disegni. L’ho messo sotto l’albero: è il regalo più bello, e l’unico, che desidero quest’anno.

Si è fatto tardi, figliolo: una penosa camminata mi attende per raggiungere l’ufficio.

Sentiamoci presto. Dimmi quando posso chiamarti senza arrecarti disturbo.

Un abbraccio

Papà]

Un abbozzo di sorriso prese forma sul volto di Michele quando ebbe terminato di leggere l’email.

Suo padre aveva proprio ragione: faceva un freddo cane a New York in quel periodo. In quel preciso istante poi, a giudicare dalla brina attaccata alla finestra della sua piccola stanza come un foglio di carta adesiva, la temperatura doveva essere ben al di sotto dello 0º.

Ma lì, per il momento almeno, di neve non se ne vedeva, nonostante il cielo coperto sotto il quale spiravano lame di vento gelido.

Era stata una giornata inaspettatamente vivace nel piccolo negozio di vinili. Vuoi perché la popolazione dei nostalgici allergici ai bit (di cui si considerava un membro onorario, dal momento che quando era venuto al mondo, vale a dire nel 1990, i dischi erano quasi divenuti dei reperti di un’altra era) si era rivelata più numerosa di quanto credesse, o vuoi semplicemente perché il Santo Natale ormai incombeva e qualche regalo per gli ultimi, residuali, ma non per questo eludibili, destinatari, bisognava pur racimolarlo, il via vai all’interno del piccolo locale stipato di musica era stato particolarmente intenso. Tanto da costringerlo a prestare servizio anche nel pomeriggio. Poco male: aveva ricevuto in compenso una cospicua aggiunta a quella che sarebbe stata la sua gratifica natalizia, che si era in buona parte già riversata nelle tasche dell’elargitore della medesima, come corrispettivo di quasi una decina di LP, fra cui si annoveravano alcune prelibatezze, quale la prima stampa di “Rainbow Bridge” ed un picture disc dei Cure.

Non disponendo ancora del suo impianto hi-fi, aveva ottenuto il permesso di suonarli su quello del negozio, le cui qualità audio foniche si erano rivelate davvero notevoli.

Fu proprio mentre era assorto nell’ascolto di “The love cats”, esattamente all’inizio del brano, introdotto da un semplice quanto ritmicamente geniale giro di contrabbasso, che la porta del negozio si era aperta, annunciata dal tintinnio di una piccola campanella, nonostante fosse già ampiamente trascorso l’orario di chiusura.

Era una donna quella che, trasportata da un passo deciso e cadenzato, aveva raggiunto con poche falcate il bancone, sul quale aveva appoggiato i gomiti protendendo il volto dallo sguardo asciutto.

– buonasera – aveva scandito in tono secco

– buonasera signora – aveva risposto Michele abbassando immediatamente il volume dello stereo – la ringrazio di averci fatto visita, ma purtroppo siamo chiusi a quest’ora. Se volesse tornare domani, già alle 9.30…

– non mi interessano i dischi – aveva troncato frettolosamente – sono dell’ufficio Immigrazione. La sua presenza qui ci è stata segnalata dalla polizia aeroportuale. Ci hanno riferito che i suoi documenti sono in regola.

– proprio così – aveva confermato timidamente Michele, intimorito dai modi della donna.

– tuttavia – aveva proseguito lei infastidita dall’interruzione – preferisco verificare di persona che sia veramente tutto a posto. Vuole innanzitutto favorire un suo documento?

Le aveva porto il passaporto, nuovo di zecca e fatto fare per l’occasione, al quale la donna aveva dato una rapida occhiata.

– bene: la sua identità è confermata – osservò frettolosamente – e non mi sembra di riscontrare irregolarità. Dove alloggia? – aggiunse quasi distrattamente.

Glielo comunicò.

– d’accordo – aveva sentenziato richiudendo con uno scatto il block notes sul quale aveva annotato l’indirizzo ed il nome del bed&breakfast – per il momento può bastare. Le auguro una buona serata.

Terminata la frase era ruotata rapidamente sui tacchi e aveva preso senza indugio la porta.

Un attimo dopo era già scomparsa dalla sua visuale.

Un’agente davvero originale. A tal punto che non gli aveva neppure mostrato il distintivo.

Forse lì le cose funzionavano così.

Poco male: l’importante era potersi godere il suo lungo soggiorno con il minimo delle grane.

Onde evitare che ne potessero sorgere di nuove in quel tardo pomeriggio avvolto nel buio, Michele aveva chiuso a chiave la porta di ingresso del negozio e, senza prestare troppa importanza all’accaduto, aveva riposizionato la puntina del giradischi sull’inizio del brano il cui ascolto era stato sgradevolmente interrotto e, regolato il volume ad un numero adeguato di decibel, era nuovamente sprofondato in quel magnetico giro di basso.

Erano ormai le 22 quando, schiaffeggiato dal vento ed intirizzito dal freddo, era emerso dalla fermata della metropolitana e aveva raggiunto il suo alloggio, fortunatamente distante pochi metri.

Nell’attesa che il portiere notturno gli aprisse la porta, aveva dato un’occhiata alla strada, trovandola completamente deserta, ad eccezione di un passante, evidentemente tanto indolente quanto resistente al freddo, che se ne stava appoggiato ad un lampione fumando placidamente una sigaretta, la cui brace pulsava nell’oscurità con un respiro infuocato.

“Fossi in lui me ne andrei a fumare al caldo” aveva avuto il tempo di pensare prima che la porta si aprisse con un breve ronzio, spalancandosi in un atrio luminoso, immerso in un piacevole tepore.

Decise che avrebbe risposto con calma al lungo messaggio del padre, la cui idea di venirlo a trovare in primavera non gli dispiaceva affatto. Lo avrebbe rivisto volentieri e, con il dovuto tatto che solo una conversazione viso a viso può consentire, gli avrebbe manifestato la sua intenzione di rimanere lì, con buona pace della lontananza che li avrebbe separati. Non si trattava di una decisione maturata di recente, bensì del motivo che, fin da subito, lo aveva spinto a prendere un volo per New York a ridosso delle feste natalizie: avrebbe iniziato il nuovo anno in una dimensione, tanto interiore quanto fisica e geografica, autonoma ed indipendente. Una semplice ed ineludibile necessità, che sarebbe sicuramente stata compresa, una volta garantita e conclamata l’integrità degli affetti.

Verificò l’orario sull’orologio del PC e decise che la lunga giornata di lavoro e la breve lotta contro il vento lo avevano stancato a sufficienza. Spense il computer, si preparò per la notte e si accinse a scivolare sotto le coperte del piccolo letto di cui era dotata la stanza. Prima di spegnere la luce, mosso da un vezzo di curiosità, incollò il viso al vetro della finestra ed osservò la strada; dietro il velo della brina individuò rapidamente il lampione sotto il quale aveva scorto il temerario fumatore: non c’era più nessuno, se non qualche cartaccia turbinante nel vento.

***

– buongiorno Monica.

– buongiorno a lei, commissario. Giornata all’insegna del bianco, non trova?

– decisamente: ce n’è dappertutto. Siamo evidentemente alle prese con una cronica incontinenza del cielo.

– beh, se continua così, tra poco Milano sarà completamente bloccata, linee metropolitane a parte. Non vorrei mai che ci toccasse inseguire i criminali a piedi, armati di racchette da neve.

– non sarebbe poi così male: con le palle di neve me la sono sempre cavata piuttosto bene. Opportunamente preparate, possono diventare un’arma micidiale.

– un’immagine epica, quella di un funzionario delle forze dell’ordine biancorivestito che, con passo saltellante alla maniera di un intrepido coniglio, balza sulle forze del male scagliando micidiali proiettili di acqua ghiacciata e compressa.

– Tarcisi…

– a disposizione, commissario.

– ti concedo la possibilità di scegliere fra due opzioni.

– che sarebbero?

– essere messa di pattuglia da adesso fino a quando l’abbondante manto nevoso non lascerà spazio al tepore della primavera…

– oppure?

– dismettere da questo preciso istante ogni tua velleità di natura umoristica e riferirmi di quanto avvenuto questa mattina nella stazione metropolitana di Loreto.

– pronta a raccontarle tutto, commissario.

– bene, seguirmi nel mio ufficio allora.

– non per contraddirla, ma credo sarebbe meglio ragguagliarla durante il percorso fino al luogo dell’avvenuto fattaccio. La situazione nella stazione, infatti, è in questo momento piuttosto agitata, e la presenza della polizia e della scientifica intenti a trafficare con rilievi, testimonianze e perquisizioni nella galleria, non aiuta ad alleggerire il clima. Ma, soprattutto, non permette di far riprendere regolarmente la circolazione, in una giornata in cui, senza metropolitana, diventa praticamente impossibile muoversi.

– hai ragione, Tarcisi – constatò Bezzi, piuttosto affranto all’idea di dover affrontare le condizioni proibitive della strada e la nevrastenia tipicamente milanese che stava già copiosamente affliggendo i guidatori del capoluogo.

– bene, allora non ci resta che infilarci nella prima volante disponibile e partire a sirene spiegate.

– andiamo. Ti seguo. Scegli una vettura dotata di gomme da neve, se mai ne abbiamo a disposizione.

Il pessimismo abitudinario del commissario in merito a qualsiasi dotazione non ordinaria del corpo di Polizia si rivelò assolutamente fondato. Delle poche gazzelle di cui era composto il parco del commissariato di piazza Venino, nessuna risultò essere equipaggiata con il prezioso optional invernale. Anche solo riuscire a raggiungere l’adiacente via Vico si rivelò un’impresa al limite del penoso, dal momento che, nonostante la presenza di una pubblica istituzione quale quella diretta da Bezzi, la zona non era stata ripulita con sufficiente accuratezza ed i cumuli di neve, ammassati con una frettolosa attività di spazzaneve e pala, avevano finito, nel corso della mattinata, per franare lungo ambo i versanti, andando ad ostacolare, più che a facilitare, tanto il passaggio dei pedoni quanto quello delle autovetture (di motocicli e mezzi a due ruote in genere non se ne era, comprensibilmente, scorta traccia), le cui ruote annaspavano inermi sulla superficie farinosa e refrattaria all’attrito.

La volante condotta, con tutta la perizia e diligenza possibile, da Tarcisi non faceva eccezione, brontolando a colpi di giri di motore fuori controllo ogni volta che uno o più dei pneumatici perdeva aderenza, degradando la sua funzione ad un’inutile giostra sul proprio asse. La situazione prese una piega migliore quando, non meno di dieci minuti dopo, raggiunsero infine via Carducci, il cui livello di pulizia e scorrevolezza risultò quasi impeccabile.

– adesso puoi anche accenderla la sirena, Tarcisi. Pare che abbiamo scongiurato il rischio di renderci ridicoli arrancando a passo d’uomo con luci e suoni da grande inseguimento.

– d’accordo commissario – rispose l’agente, affrettandosi ad eseguire quanto le era appena stato comandato.

– mantieniti sulle strade principali fino alla meta, per quanto possibile.

– nessun problema – assentì svoltando a destra subito dopo piazza Castello. Di lì, costeggiando il monumento sforzesco e poi l’Arena, raggiunsero i Bastioni di Porta Volta, per poi percorrere via Crispi ed infilare via Melchiorre Gioia fino all’incrocio con via Tonale, che li condusse infine a piazzale Loreto.

Una folla impaziente accalcava la stazione, stipandosi contro i tornelli che erano stati bloccati per impedire l’accesso alle banchine.

Dal mormorio collettivo, simile ad uno sciame d’api il cui alveare avesse appena subito un tentativo di effrazione, si levavano, con frequenza ed intensità crescenti man mano che trascorrevano i preziosi minuti dell’ora di punta, urla ed imprecazioni poco rispettose, nel tono e nel contenuto, verso il personale dell’Azienda Trasporti Milanesi, impegnata nel poco invidiabile compito di trattenere l’imponente (e ormai poco incline alla disciplina) massa umana.

Bezzi e Tarcisi si fecero largo tra la folla, utilizzando abbondantemente i gomiti e qualsiasi altra sporgenza ossea adatta allo scopo, fino a raggiungere la cabina di controllo agli accessi. Qui, scongiurando il rischio di incorrere in qualche anacronistica forma di linciaggio, si risolsero ad estrarre i loro distintivi, mostrandoli ad uno dei controllori che, con un movimento furtivo, sbloccò il meccanismo dei tornelli solo per il tempo strettamente necessario a consentire il transito dei due poliziotti.

Il tratto fino alle scale dirette alle banchine si apriva deserto davanti ai loro occhi. Non restò che farsi indicare quale delle due rampe prendere e percorrerla fino in fondo.

Come era già accaduto nei due episodi precedenti, la prima reazione di Bezzi fu di domandarsi per quale motivo arrecare tanto disturbo alla collettività per causa di un murales. Per quanto grande potesse essere, per quanto misterioso il messaggio che voleva esprimere, si trattava sempre e comunque di vernice spruzzata, con indubbia perizia, su una parete di cemento. Quello che, realmente e un po’ inconfessatamente, turbava l’umore delle forze dell’ordine non era, in realtà, il fatto in sé, quanto la necessaria, e poco gradevole implicazione che, chiunque ne fosse l’autore, era riuscito, per la terza volta consecutiva, ad introdursi con la massima facilità, durante l’orario di chiusura, all’interno di una stazione metropolitana dotata di cancelli, sistemi di controllo e personale di sorveglianza. Come ormai da consuetudine, le telecamere a circuito chiuso era state oscurate da uno strato uniforme di vernice nera. Ma, in verità, identificare l’autore del gesto non costituiva in quel momento una priorità, quanto la necessità di comprendere come avesse fatto.

Accompagnati dal personale di servizio, Bezzi e Tarcisi percorsero un buon tratto delle galleria che, in entrata ed in uscita collegava la stazione a quelle adiacenti. Tutto risultò essere in perfetto ordine: nessun accesso di servizio era stato forzato o manomesso, nessuna uscita secondaria mostrava traccia di essere stata utilizzata. Se qualcuno si era mai nascosto in uno di quegli spazi, attendendo il momento propizio per mettersi all’opera, doveva averli raggiunti dall’interno. Vale a dire dalla banchina stessa.

– insomma Tarcisi – sbottò Bezzi – qui c’è qualcuno che, in modo per me ancora del tutto inspiegabile, si infila, a suo piacimento, nelle gallerie della rete ferroviaria cittadina e, sempre a suo piacimento, ne sbuca fuori per dare sfogo al suo estro creativo.

– sembra assurdo, commissario, eppure le cose stanno proprio così.

– abbiamo rintracciato l’addetto dell’ATM che ieri notte ha chiuso la stazione?.

– non ne sono al corrente, commissario. Possiamo provare a domandare al personale in servizio.

Non fu necessario farlo: risultò infatti che la persona cercata era di turno anche quella mattina.

Sfortunatamente, come i suoi due colleghi delle stazioni di Cadorna e Garibaldi, anche lui non aveva notato nulla di strano o insolito al momento della chiusura. Come da prassi aveva ispezionato ambedue le banchine così come gli altri locali facenti parte della stazione. In assenza di qualsiasi anomalia, aveva quindi chiuso la struttura e si era recato a casa sua.

Anche dai filmati di sorveglianza non emerse alcunché: tutto perfettamente in regola, fino a quando i sistemi di video sorveglianza non erano stati messi fuori uso.

Come sempre, lo scarabocchiatore si era mosso con estrema accortezza, sfruttando in modo magistrale l’alternarsi delle diverse telecamere, riuscendo così ad agire nella più completa invisibilità.

– Una situazione a dir poco scoraggiante – sancì Bezzi il quale, dopo essersi fatto lasciare il nominativo e l’indirizzo dell’addetto, giusto perché non si può mai sapere, si accinse ad esaminare il murales con lo stesso entusiasmo di chi sale sul podio per ritirare il premio di consolazione.

 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Il murales è una riga di spartto musicale, con pentagramma e note.
Bezzi incontra il datore di lavoro della figlia Marta, titolare di una società di “cacciatori di teste”.

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