La scelta finale – IV puntata

Parte I. Santa Claus is coming
4.

Seicentomila euro erano proprio una bella somma. Certamente più di quanto avrebbe potuto guadagnare svolgendo per qualche decade qualsiasi lavoro avesse mai potuto scegliere o essere costretto a intraprendere nella vita. E invece (ma tu guarda quanto sa essere benevolo il destino quando ci si mette di buzzo buono) era bastato eseguire tre disegni per incamerare la cifra da capogiro. Soprattutto considerando che te la sei messa in saccoccia a soli venti anni, mentre ancora stai frequentando l’università come un qualsiasi pischello avviato ad una promettente carriera da fuori corso. E già perché, a volerla dire tutta, non poteva certo affermare di essere uno studente particolarmente dotato né, tantomeno, encomiabilmente diligente o volenteroso. Anzi, poteva serenamente affermare che dell’università gliene fregava poco e niente. Per lui era un parcheggio come tanti, da metabolizzare a piccoli sorsi e con tutta la calma del caso, avendo a disposizione una coppia di genitori che, se da un lato lo avevano costretto ad iscriversi alla facoltà di Scienze Economiche della più prestigiosa università privata di Milano (“perché fa curriculum” gli avevano spiegato senza scendere troppo nei particolari che, per altro, lo interessavano ben poco), dall’altro, avendo a disposizione risorse economiche più che adeguate, non gli mettevano addosso nessuna pressione affinché finalizzasse una buona volta il suo corso di studi. Presto o, più probabilmente, tardi (dal momento che in tre anni aveva totalizzato solo tre esami) si sarebbe comunque laureato. Dopodiché, grazie alle relazione ed alle conoscenze sia del padre sia della madre, trovare un impiego si sarebbe rivelato davvero l’ultimo dei problemi.
Questa condizione ideale, secondo il suo punto di vista, presentava inoltre un enorme vantaggio: il poter dedicare una quantità di tempo e di energie adeguati a quello che era il suo vero talento e passione. Vale a dire affrescare i muri cittadini. Dopo quasi quattro anni di attività artistica, poteva infatti vantare la sua firma su più di un murales ammirabile lungo i muri dell’Ippodromo, quelli della Centrale del Latte e quelli presso il parco delle due Basiliche.
Con sua enorme soddisfazione aveva potuto constatare che la sua fama di giovane maestro della bomboletta spray doveva aver superato la cerchia degli addetti ai lavori e dei fan di primo livello. Diversamente non si sarebbe potuto spiegare come, verso la metà di settembre, proprio mentre era all’opera sulla saracinesca di un negozio di materiale elettrico, qualcuno (che, con sorprendente abilità  e senza produrre il minimo rumore si era posizionato proprio dietro le sue spalle, a non più di quindici centimetri di distanza) lo avesse chiamato per nome (e cognome), costringendolo ad interrompere la sua opera per voltarsi verso il suo interlocutore. Il quale si rivelò essere un uomo dall’aspetto piuttosto indefinito, anche perché indossava cappello e sciarpa nonostante la temperatura ancora quasi estiva, e dalla favella tanto essenziale quanto chiara. In sostanza, infatti, gli aveva domandato, con un tono molto più vicino alla perentoria minaccia che alla cortese richiesta, se era interessato a mettere il proprio talento a sua disposizione. Alla più che ovvia e legittima richiesta di maggiori  delucidazioni, gli era stato spiegato che, previo contatto telefonico, dettaglio che rivelava come dato scontato che il misterioso Mecenate fosse in possesso del suo numero di cellulare, avrebbe dovuto ritirare, tramite fermo posta presso un ufficio postale di volta in volta diverso, un plico destinato a lui, il cui contenuto sarebbe stato composto da:

·      un disegno su carta comune da riprodurre in formato murales sul muro della banchina di una stazione metropolitana

·      il nome della stazione su cui operare ed il giorno in cui farlo

·      duecentomila euro in contanti come compenso per la gentile collaborazione, dai quali ricavare la somma utile a procurarsi il materiale necessario al compimento dell’opera

·      la raccomandazione, anticipata in forma orale e ribadita in forma scritta, di non provare a fare il furbo non adempiendo a quanto richiesto, pena la cessazione quasi immediata di tutte le sue attività biologiche e vitali presenti e future

·      l’ordine di distruggere il disegno fornito e qualsiasi altro elemento autonomamente elaborato una volta terminata l’opera, onde evitare di incappare nell’inconveniente esistenziale già debitamente illustrato al punto precedente.

Un po’ intimorito, per non dire terrorizzato, dal peculiare individuo, un po’ allettato dalla cospicua prospettiva di guadagno, aveva prontamente accettato l’incarico, limitandosi a formulare un’ultima domanda, vale a dire come avrebbe fatto ad introdursi e ad agire indisturbato all’interno della stazione. Gli venne risposto di non preoccuparsi di quel dettaglio, al quale altri avrebbero di volta in volta provveduto e di limitarsi, una volta raggiunta la banchina, ad oscurare le telecamere di sorveglianza.
La prima opera che aveva realizzato doveva evidentemente aver incontrato il suo favore, dal momento che gliene era stata affidata l’esecuzione di altre due, consentendogli così di accumulare la notevole somma di denaro, che in quel momento giaceva ben nascosta nel guardaroba della sua camera da letto.
Ma le elargizioni non parevano proprio destinate a terminare, perché aveva appena ricevuto una nuova telefonata dal suo committente. Un plico lo avrebbe atteso al fermo posta dell’ufficio di piazza Cordusio di lì a sette giorni, cioè il 29 dicembre. Questa volta il compenso sarebbe stato maggiorato di ulteriori centomila euro, così da permettergli di intascare, con soli quattro murales, un milione tondo tondo.
Traboccante di soddisfazione, chiuse la breve conversazione come gli era stato richiesto ed iniziò con impazienza a contare i giorni, che gli sembravano numerosi come i fiocchi di neve che da ormai quattro giorni cadevano senza sosta.

***

Marta fremeva fin dal primo mattino: il lunedì tanto sospirato era finalmente giunto, abbondantemente sepolto sotto una coltre soffice e poco meno che gelata. Non aveva importanza: non si sarebbe certo fatta scoraggiare dalle avversità atmosferiche, per ovviare alle quali era  sufficiente muoversi con adeguato anticipo. Si era alzata molto presto, poco prima delle sei, quando ancora la città era avvolta in un buio vischioso e tenace, nel giorno più corto dell’anno. Il sonno era bello che scomparso già da quasi un’ora, ricacciato nelle profondità del metabolismo dall’eccitazione crescente e dalla trepidante attesa. Si era dedicata ad un’accurata toilette, iniziando con una lunga doccia bollente e terminando con una attenta sessione di trucco. Dall’armadio aveva estratto un tailleur nero che si era procurata il sabato precedente, scegliendolo con cura assieme all’amica Barbara. Lo indossò, calzò un paio di scarpe, anche esse nero-opaco e si stirò i capelli con la piastra. Infine tornò nella sua stanza, piazzandosi di fronte all’alto specchio posto sulla parete destra del vano. Si osservò attentamente per qualche secondo, prima di fronte e poi su entrambi i lati del profilo, giungendo alla sperata conclusione di possedere un aspetto professionale ma non privo di una solida eleganza. La giacca dell’abito cascava perfettamente sui giovani seni, evidenziandone la curva delicata e la fresca pienezza. La gonna, lunga fino al ginocchio, fasciava con garbo deciso i glutei e le cosce, sodi e compatti, restituendo l’immagine di una giovinezza non più acerba e non ancora matura, incorniciata da un volto più che grazioso e dallo sguardo vivace ed intelligente. Decisamente poteva andare. E più che bene, a volerla dire tutta.
Si immaginò sorridendo quale sarebbe stata la reazione di suo padre, il cui respiro regolare e profondo proveniente dalla sua camera da letto ne annunciava la permanenza nel mondo del sonno, quando, alzandosi ed avviandosi lungo il corridoio, si sarebbe imbattuto in sua figlia e nel suo look completamente nuovo.
Pregustava già il moto di gelosia che non sarebbe riuscito a reprimere e che avrebbe cercato di mascherare dietro qualche battuta caustica ai danni del dottor Cerruti o del dottor Paredri, che avevano avuto modo di conoscere con maggior dettaglio durante la cena che si era tenuta a casa del primo il venerdì precedente (e nella quale la bottiglia di Cesarini Sforza portata dal padre non aveva per nulla sfigurato), scoprendo che, come era stato loro invero anticipato, si trattava di un uomo estremamente garbato e piacevole, per quanto caratterizzato da un approccio meno istrionico, nonché meno brillante ed affascinante, del suo socio. Una serata piacevole, che si era conclusa con un brindisi augurale per quel lunedì che era finalmente giunto.
Sfilandosi le scarpe che aveva appena indossato (le avrebbe dovute comunque togliere perché, con tutta quella neve per terra, le sarebbero occorsi un paio di robusti doposcì, anche questi diligentemente procurati per tempo, per poter raggiungere la Terrin&Smith sana, salva e soprattutto con gli abiti asciutti), percorse silenziosamente il corridoio fino a raggiungere la cucina. Non era sua intenzione mettersi ai fornelli, onde  evitare di entrare in ufficio profondendo fragranze culinarie. Ecco perché, la sera precedente, offrendosi volontaria per andare a fare la spesa, aveva acquistato alcune brioches salate che, dopo aver opportunamente riscaldato nel forno fino a renderle nuovamente croccanti, aveva tagliato lungo tutta la lunghezza e farcito con del prosciutto di Parma stagionato 36 mesi, acquistato dal bancone gastronomia, dove aveva scelto un taglio particolarmente dolce e cremoso, perfetto per sciogliersi in bocca.
Terminato di imbottirle,  le dispose attorno ad un vassoio dalla forma ovale, al centro del quale aveva posto alcuni toast triangolari ed un piccolo vasetto di marmellata alle arance.
“Quella che piace tanto anche a mamma” pensò con un moto di nostalgia verso la sua procreatrice che avrebbe rivisto non prima della pausa scolastica di carnevale e che aveva trovato un nuovo compagno con il quale intratteneva una relazione da ormai oltre un anno.
Apparecchiò quindi la tavola e si accinse a preparare il caffè, che aveva intenzione di guarnire con una spruzzata di schiuma di latte e cacao in polvere.
Assorta  nella preparazione degli ultimi dettagli, non si accorse dell’uomo, in pigiama ed ancora un po’ assonnato, che la osservava alle spalle, fino a quando questi non esclamò
-Marta, dovevi proprio farti così bella?-
-buongiorno papà. Hai voglia di brioches salate?-

Meno di 20 minuti dopo, nonostante fossero appena le 8.30, Marta stava scendendo a passo lesto le scale del piccolo condominio, pronta ad affrontare il breve, ma difficoltoso, percorso necessario a raggiungere l’ufficio.
Non aveva accennato a smettere di nevicare. Per quanto l’intensità delle precipitazioni, rispetto al primo ed al secondo giorno, fosse diminuita, la neve continuava tuttavia a depositarsi, strato su strato, lungo la superficie fradicia della città, che facilmente si poteva immaginare prostrata da quel peso inconsueto. Dopo aver inutilmente atteso il tram 14, il cui arrivo era proclamato dai cartelli luminosi in non più di quattro minuti, per quanto ne fosse trascorsa già una quantità doppia, si avviò a piedi lungo Corso Genova, che avrebbe percorso fino al suo proseguire in via Cesare Correnti ed infine in via Torino. Qui, finalmente avrebbe potuto svoltare a sinistra in via San Maurilio, per compiere gli ultimi, e faticosi, metri fino all’ufficio.

Qualche minuto prima di Marta, anche Bezzi aveva lasciato l’appartamento, affondando tenacemente fino al ginocchio nella neve, per raggiungere, affaticato ed anche un po’ dolorante, il commissariato, il quale, come scoprì con suo enorme disappunto, era quel giorno affetto da un serio malfunzionamento dell’impianto di riscaldamento, al punto che i massicci e vetusti caloriferi di ghisa risultavano completamente freddi al tatto. Ancor più fredda risultava di conseguenza la temperatura, costringendo il personale dell’ufficio, così come i pochi avventori esterni, a non rimuovere neppure un capo di abbigliamento, sciarpa, cappello e guanti compresi per chi ne era dotato, sbuffando fiato congelato dalle labbra bluastre.
Abbondantemente innervosito dalla situazione, nonché dalla consapevolezza che i pantaloni gli sarebbero rimasti addosso bagnati e sempre più irrigiditi da freddo, immaginò sua figlia che, in quel momento, doveva trovarsi comodamente seduta su una poltroncina perfettamente a norma, avvolta da un soffice tepore e, probabilmente intenta a sorbire un espresso gentilmente offertole.
In preda ad una rabbiosa frustrazione, compose l’interno di Tarcisi
-buongiorno commissario-
-immagino il tuo sia solo un modo di dire, agente-
-dipende dai punti di vista. Il suo, in termini relativi si intende, mi sembra essere piuttosto votato alla negatività quest’oggi. C’è qualche motivo in particolare che la porta ad essere così poco incline a cogliere la bellezza intrinseca di questa giornata?- aggiunse in tono canzonatorio
-credo che la causa principale vada ricercata nel fatto che non mi sono portato un paio di pantaloni di ricambio, Tarcisi. Hai due minuti per venire da me a fare il punto della situazione?-
-certamente. Arrivo subito-
-no: prima passa dalla macchinetta del caffè. Ne voglio uno lungo e bollente-
-d’accordo-
-avete già chiamato l’assistenza per l’impianto di riscaldamento?-
-sì, ma con tutta questa neve non sanno quando riusciranno a passare-
-va bene. Gli do tempo fino all’ora di pranzo. Dopodiché siete autorizzati a dare fuoco alle scrivanie. Cominciando da quelle più malconce ovviamente-
Tarcisi bussò poco dopo all’ufficio di Bezzi, reggendo fra le mani il caffè richiesto. Ad un cenno di questi entrò e si accomodò sulla poltroncina di fonte alla scrivania. Attese paziente che il suo superiore terminasse di sorbire la bevanda e che piegasse come di consueto le labbra in un gesto di atavico disgusto, dopodiché aprì il blocco da appunti che aveva portato con sé, pronta a rispondere alle domande del commissario.
-qualcosa di speciale accaduto questa notte o comunque nelle ultime ore?-
-nulla di particolare da evidenziare, commissario-
-bene. Come procede il pattugliamento del Parco Solari e dell’area limitrofa?-
-tutto come da programma. Dopo aver ricevuto le segnalazioni- rispose riferendosi ad alcune chiamate effettuate dagli abitanti di via Montevideo e via Foppa per manifestare la presenza di strani movimenti notturni all’interno del parco ad opera di una fauna urbana che, nel migliore dei casi era stata definita “piuttosto originale”- abbiamo organizzato alcuni appostamenti in borghese, ai quali ho partecipato anche io, oltre che a Baroni e Robecchi, e abbiamo pizzicato una banda di giovani promettenti spacciatori di etnia mista che adesso si trovano in soggiorno coatto proprio qui a due passi-
-speriamo di non aver aggravato i già drastici problemi di sovraffollamento di San Vittore-
-solo momentaneamente, commissario. A breve dovrebbero trasferirli ad Opera-
-bene. Possiamo considerare la pratica archiviata allora-
-infatti-
-altro?-
-direi di no. Fatta salva l’ordinaria amministrazione. L’unica cosa…-
-dimmi Tarcisi-
-è questa nota arrivata stamattina dal Ministero degli Interni- disse estraendo da sotto il blocco degli appunti un fax che recava il logo del ministero appena citato-
-di cosa di tratta?- domandò il commissario allungando una mano verso il foglio che gli venne prontamente consegnato
-è un’informativa piuttosto riservata-
-noto: c’è tanto di timbro-confermò Bezzi  riferendosi alla formula “confidenziale” con la quale iniziava il testo del documento
-come vede, fa riferimento al possibile intensificarsi di attività di natura terroristica in coincidenza della fine dell’anno e dell’inizio di quello nuovo. Per il momento si raccomanda solo di elevare il più possibile il livello di sorveglianza degli obiettivi sensibili e di segnalare immediatamente agli uffici competenti eventuali elementi rilevanti-
-a noi spetta tutta la zona circostante, vale a dire, in termini di possibili bersagli: la chiesa di San Vittore e le stazioni metropolitane di Sant’Agostino e Sant’Ambrogio-
-e Cadorna? Mi sembrava fosse di nostra pertinenza-
-non per questo tipo di interventi, Tarcisi- precisò Bezzi-bene: organizziamo allora dei turni di sorveglianza in base al personale disponibile. Magari cercando di coordinarci anche con i Carabinieri-
-d’accordo commissario-
-e riguardo al nostro decoratore metropolitano ci sono novità?- domandò, stupito lui stesso che gli fosse venuto in mente un fatto così poco rilevante, il cui interesse era legato più che altro a come il misterioso personaggio fosse riuscito ad introdursi indisturbato nelle tre stazioni metropolitane dove aveva compiuto le sue opere-
-niente da segnalare. Magari in prossimità delle festività si sarà trovato a corto di ispirazione-
-o forse ha terminato i soldi necessari ad acquistare le bombolette spray-ribatté Bezzi, provando un improvviso ed inaspettato senso di inquietudine, che per il momento accantonò in quanto irrazionale e di origine ignota.

 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Marta comincia il suo periodo lavorativo presso la Terrin&Smith.
Oltre oceano, Mike riceve il dono del padre: l’impianto hi-fi.

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