La scelta finale – XV puntata

Parte II. Merry Christmas!
15.

[da: Papà
a:Mika 1990
Inviato il: 25 dicembre
Oggetto: RE:RE:RE: Santa Claus is Coming

Buon Natale, Michele!
Spero davvero tu abbia trascorso la vigilia nel migliore dei modi. Da quanto mi hai riferito nella tua ultima mail, le premesse per una serata indimenticabile c’erano tutte.
Inutile dire che verso mezzogiorno e mezza, ora locale, ho provato a chiamarti per poterti fare gli auguri a viva voce. Ma mi rendo conto che lì da te sono solo le sei e mezza e che quindi sarai ancora sprofondato nel più profondo dei sonni, cosa che di per sé mi fa un immenso piacere, perché conferma la piacevolezza della serata che hai trascorso.
Ho tanta voglia di sentirti, ma non pretendo di avere fretta. Magari proverò più tardi da casa di zia Fernanda, appena troverò un momento per rimanere appartato. Oppure, e probabilmente sarebbe la scelta più saggia ma anche la più difficile da mettere in pratica, attenderò che sia tu a contattarmi quando avrai agio di farlo.
Non ti nascondo, figliolo, che sono curioso di sapere quale regalo ti ha fatto Alison: immagino sarà speciale come la serata che avete trascorso assieme.
A proposito di regali, ti ringrazio moltissimo per il tuo pensiero: non vedo l’ora che  arrivi il 27, sempre che la spedizione proceda come dovrebbe, per poterlo ricevere e spacchettare.
Anche io te ne ho inviato uno, a dire il vero di discreta grandezza, che ti perverrà nei prossimi giorni. Spero possa esserti utile  per l’alloggio in cui attualmente risiedi e, ancor di più, se mai dovessi sistemarti in un appartamento. Non ti preoccupare, per quanto non piccolo, non è voluminoso e…diciamo che è facile da “collocare”.
Con questo spero di aver sufficientemente suscitato la tua curiosità, così da spingerti a chiamarmi subito, appena ne avrai l’opportunità, per domandarmi cosa mai mi è venuto in mente di regalarti!
Scherzi a parte, Michele, fammi uno squillo quando riesci: un Natale lontano da te mi sembra innaturale e menomato di quanto vi è di indispensabile. Sentire la tua vocerei mi darà, seppure per poco, l’illusione di essere meno distanti.
È giunta l’ora di uscire di casa per raggiungere quella di zia Fernanda. Con tutta questa neve mi occorrerà almeno mezz’ora invece dei soliti dieci minuti.
Per fortuna, almeno oggi, il cielo è sgombro di nubi e luminoso di un sole  pallido ma coriaceo.
Fatti sentire presto, figliolo.
Ti abbraccio
Papà]

Fu la voce di suo padre a risvegliarla ad un orario che non riuscì a definire, dal momento che nessun suono, a parte le articolazioni fonetiche del commissario ovviamente, sembrava provenire dalla strada e dal palazzo. Non doveva comunque essere eccessivamente presto, poiché dagli spiragli della tapparella filtrava una luce ancora poco densa e tuttavia già netta, che pennellava l’oscurità della stanza con piccoli tratti decisi.
Ancora sdraiata sul letto, si fermò a riflettere alcuni istanti su quel fatto, la presenza della luce, che non poté non sembrarle insolito dopo tutti quei giorni di nevoso maltempo. Eccitata da quella luccicanza arrancante, si levò in piedi, avvolse rapidamente la tapparella e spalancò la finestra.

Nello stretto spazio di via Cesare da Sesto la neve brillava radiosa, quasi soffrendo il garbato solletico del sole. Piacevolmente abbagliata dagli incessanti ed inquieti riflessi, socchiuse gli occhi lasciando che l’aria fredda e pungente le intorpidisse il viso. Quando, dopo alcuni istanti, dischiuse le palpebre, volse lo sguardo in alto osservando come il cielo sembrasse incombere sui palazzi come un uniforme coperchio azzurro.
Per la piccola via non circolava nessuno, né pedone né mezzo motorizzato, esaurendosi tutto il moto di quel momento nel breve sollevarsi di qualche di qualche spruzzo di neve mosso da un vento incostante, probabile relitto di un soffiare ben più impetuoso nel corso della notte trascorsa, durante la quale le nubi erano state disperse o scacciate in qualche altra regione del cielo.
Cominciando a sentirsi intirizzita, richiuse la finestra e si infagottò in un plaid leggero e caldo. Non voleva certo correre il rischio che qualche malanno le impedisse di tornare in ufficio di lì a due giorni.
La conversazione in cui era impegnato suo padre non doveva essere delle più piacevoli, e probabilmente neppure delle più adatte a quel giorno di festa, dal momento che né il tono né i contenuti apparivano particolarmente promettenti.
-ancora nessuna novità, Baroni?- stava infatti domandando il commissario in tono quanto mai concitato- non lo avete trovato il cadavere?-
Seguì un breve silenzio, probabilmente occupato dalla risposta dell’agente, che ovviamente Marta non poteva udire.
-sì, Baroni, capisco perfettamente che sia un giorno di merda per compiere ricerche di questo tipo e che sia quasi impossibile trovare un cazzo di qualcuno, e cito sempre tue testuali espressioni, che possa fornire qualche indicazione utile. Comprendo inoltre che tu sia gioiosamente atteso per il pranzo natalizio dai tuoi parenti e che una eventuale defezione potrebbe sortire conseguenze nefaste sulla tua legittima permanenza all’interno del tuo nucleo familiare. Ma un ragazzo ucciso ha la precedenza su tutto: Babbo Natale ed abbuffate inclusi. In questo momento sono solo le otto e trenta: ti garantisco che, al massimo entro due ore, veniamo io e Tarcisi a darti il cambio, così ti potrai goderti il tuo pasto di cinquanta portate, con tutta la calma necessaria per poter poi fare il botto.
Ma adesso voglio che ci dia dentro e che, assieme agli altri, ispezioniate almeno i primi quattro chilometri quadrati attorno al parcheggio. Se necessario bussate a tutte le case in cui vi imbatterete e fate domande a tutto spiano. Quel ragazzo ha diritto a riposare dentro una bara, sotto una bella e lussuosa lapide che i suoi genitori non esiteranno a far confezionare in memoria imperitura dello sventurato figliolo. Certo- proseguì dopo un altro attimo di silenzio- concordo con te che sia ben poco rispetto ad essere vivi, ma è comunque meglio di un campo di erbacce gracchiante di corvi-
Con quest’ultima osservazione la conversazione ebbe termine e Bezzi, riposto con un gesto nervoso e sgarbato il cellulare sulla prima superficie piana disponibile, si avviò con passo cauto lungo il corridoio. Purtroppo non aveva altra scelta che svegliare Marta e comunicarle che non avrebbero potuto trascorrere insieme il giorno di Natale. O quantomeno buona parte di esso. Un vero peccato data la bellezza della giornata e, soprattutto, visto che aveva già prenotato da tempo un tavolo per due in una deliziosa trattoria di San Colombano al Lambro.
Con sua sorpresa, se la trovò davanti non appena entrato nella sua stanza.
-sono sveglia da un po’, papà, e ho ascoltato la tua conversazione-
-mi dispiace, tesoro, è che proprio…-
-non ti preoccupare. Capisco la gravità della situazione. Credo proprio che chiunque avrebbe fatto lo stesso-
-infatti…che ne dici di trasformare il nostro pranzo in una cena? Garantisco che il locale rimarrà il medesimo: antipasti sott’olio, salame e raspadura a volontà, seguiti da un bel risotto alla salsiccia e faraona al mascarpone. Il tutto sommerso da un numero imprecisato di bottiglie di Nettare dei Santi-
-impossibile anche solo pensare di rifiutare, papino- gli rispose sorridendogli
-bene. E, come pensi di organizzarti per il pranzo?-
-provo a sentire Barbara. Mi aveva già avanzato un mezzo invito ieri pomeriggio, giusto in caso di necessità, conoscendo il tuo lavoro-
-perfetto. All’opera allora: ti prometto che mi sbrigo il prima possibile- fece per uscire dalla stanza ma, all’ultimo momento, si voltò e la abbracciò con forza.-auguri tesoro-
-auguri papà. Mi tengo leggera per la nostra cenetta. Sarà deliziosa-

Il furgone sembrava procedere piuttosto rapidamente in quello che immaginava dovesse essere il traffico, ingolfato di neve, della vigilia. Questa almeno era l’impressione che Michele traeva dal sobbalzare nervoso del mezzo e dalle frequenti accelerazioni che lo costringevano a tenersi ancorato allo scomodo sedile senza schienale che occupava il fondo del vano di carico, del tutto privo di finestrini, così come di qualsiasi spiraglio visivo verso l’esterno.
Con gesti rapidi, efficienti e, per così dire, consuetudinari, i due energumeni lo avevano imbavagliato, procedendo poi a legargli i polsi e le caviglie in modo sufficientemente stretto da rendergli impossibile qualsiasi movimento oltre i dieci centimetri di portata dal tronco del corpo.
Neppure una parola venne scambiata durante il tragitto, limitandosi la comunicazione al piano non verbale di sguardi freddamente minacciosi, corrisposti da quello spaurito e vacuo del ragazzo, nel cui animo un senso di cieca paura iniziava a farsi strada sulla piatta superficie della sua desolazione. A rifletterci con il senno di poi, tutto era in effetti sembrato troppo perfetto e patinato per risultare veramente credibile: la comparsa di Alison (così continuava a chiamarla, in assenza di alternative onomastiche), la facilità, che ora suonava artificiosa, con la quale la loro relazione aveva avuto inizio, l’improbabile invito per una cena a due la sera della vigilia. Molto più genuina e concreta appariva invece la situazione in cui si trovava in quel momento: ingannato (o meglio fatto fesso), caricato a forza su un furgone soffocante e buio, fatta eccezione per una fioca lampadina posta sul tetto, diretto verso una destinazione sconosciuta per motivi del tutto ignoti.
Avrebbe voluto bussare con tutta la forza sulla parete divisoria, anch’essa costituita da un’unica lastra di metallo senza alcuna apertura, e domandare ad Alison che cosa stava accadendo, dal momento che non riusciva a cogliere neppure la più remota delle connessioni fra sé stesso e il suo presente.Riguardo al suo futuro poi, preferiva non azzardare alcuna ipotesi.
Ma ovviamente si trattenne dal farlo, potendo fin troppo facilmente immaginare a quali conseguenze fisiche sarebbe andata incontro qualsiasi azione non autorizzata o diversa dal rimanere in silenzio ed immobile. Senza contare che, per altro, gli era del tutto impossibile parlare.
Trascorsi circa quaranta minuti, le sue sconsolate ed includenti riflessioni ebbero finalmente termine dal momento che il furgone, dopo un ultimo sobbalzo lungo quella chi gli sembrò essere una breve rampa, si arrestò definitivamente.
Quando venne spento il motore, i suoi silenziosi compagni di viaggio si levarono in piedi e spalancarono il portellone laterale, offrendo a Michele la vista poco gradevole di un garage angusto, immerso in una luce scarna e polverosa. L’aria, la poca a disposizione, era impregnata del tanfo del tubo di scappamento, dentro al quale l’odore acre della paura del ragazzo si andava rapidamente dissolvendo in un afrore sgradevole ed indefinito.
-leviamoci di qui alla svelta: questo posto puzza da far schifo e la cosa mi da ai nervi- intimò la ragazza ai suoi compagni, che obbedirono prontamente, liberando con molto poco garbo le caviglie di Michele, ma lasciando al loro posto sia la corda attorno ai polsi sia il bavaglio nella bocca ed iniziando a spintonarlo, come una bestia da soma, verso la porta che si apriva sul fondo del vano.
Alison, che conduceva la mesta (quantomeno dal punto di vista di Michele) carovana sembrava irriconoscibile in quella penombra minacciosa. Non che i suoi lineamenti risultassero mutati o anche solo vagamente alterati: la linea del mento continuava a correre affilata verso la mascella per esaurirsi in due zigomi sottili e leggermente spigolosi, coronati da una fronte dritta e piuttosto ampia, sotto la quale erano incastonati due occhi grandi, impercettibilmente infossati nelle orbite dal tratto delicato e leggero. Anche i capelli continuavano a fluire in una chioma bionda fine e liscia, che sembrava solleticarle le spalle e le clavicole nell’assecondare il passo deciso e nervoso con il quale avanzava verso la porta di metallo grezzo.
Eppure, la dissonanza con la ragazza per la quale aveva preso un sonora cotta non avrebbe potuto essere più stridente, tanto che gli venne in mente la bizzarra immagine di un uovo di cioccolato nella cui cavità si annidasse un piccolo serpente sibilante in luogo della tradizionale sorpresa pasquale.
Tentò di accelerare il passo per poterla almeno sfiorare, invitandola così a  voltarsi verso di lui, ma un sonoro calcio assestatogli sulla natica sinistra lo convinse a rinunciare senza indugio allo sgradito proposito.
Una volta lasciatisi la porta alle spalle, si avviarono lungo una scala ripida e decisamente malconcia che li condusse, percorsi pochi gradini, di fronte ad un’altra porta, altrettanto scabra, dietro la quale si apriva una stanza dall’aspetto piuttosto ampio, ma nella quale le finestre erano state oscurate da pesanti tendaggi.
L’infelice intuizione di dover trascorrere in quel luogo opprimente i giorni a venire (non avrebbe saputo quantificarli e preferiva non azzardare alcun calcolo), lo riempì di una sorda tristezza.
L’ambiente risultava sostanzialmente privo di qualsiasi arredamento, fatta eccezione per un materasso vecchio e malandato, sbattuto di traverso in un angolo, una seggiola di ferro dipinta di grigio ed un pannello di discreta lunghezza che delimitava una porzione di spazio nel quale, si augurò, potesse trovare posto un corredo minimo di servizi igienici (si sarebbe abbondantemente accontentato di water e lavandino).
-ora starai qui buono e tranquillo per tutto il tempo che riterremo necessario- gli disse Alison con un tono di voce carico di controllata ferocia- inutile precisarti- proseguì invitandolo a prendere posto sulla seggiola- che qualsiasi tentativo di fuga o anche solo di inadempienza verso quanto ti ho appena detto lo pagherai con la tua vita. Quindi non fare domande, ambientati in fretta e trova un modo il meno noioso possibile di trascorrere le prossime giornate. Per parte nostra ci impegniamo a procurarti due pasti al giorno di cibo commestibile. Ora potete anche slegargli i polsi e togliergli il bavaglio- proseguì rivolta ai due energumeni- e se prova anche solo a pensare di urlare fategli saltare un paio di denti. Magari gli incisivi: vengono via che è una bellezza-
Quando, finalmente, si trovò la bocca sgombra dal fazzoletto lercio con cui era stata otturata non poté fare a meno di sputate per terra.
Le motivazioni puramente igieniche del gesto vennero evidentemente fraintese dal momento che un colpo secco, assestato con il rovescio di una mano pesante come un badile, lo colpì sul labbro superiore mandandolo a lacerarsi contro i suoi stessi denti.
-perché mi sta accadendo questo, Alison?- domandò mentre un sapore metallico di sangue gli riempiva il palato intasandogli la gola.
-davvero non riesci ad intuirlo, tesoro?-
Ebbe in risposta un cenno di diniego.
-allora vuol dire che sei proprio stupido, oppure totalmente ignaro- sentenziò con un mezzo sorriso-ora vatti a sciacquare e torna al tuo posto. Per questa volta sei riuscito a conservare tutti i denti- aggiunse come a sottolineare l’eccezionale positività dell’evento. Poi osservò l’orologio e, scambiato un cenno con i due uomini, si preparò a congedarsi.-so che non è ancora scoccata la mezzanotte, ma non ti sarà difficile intuire che ho ben altro e di meglio da fare che starmene qui in tua compagnia. Quindi, tesoro- gli si avvicinò schioccandogli un teatrale bacio sulla fronte- buon Natale. E vedi di fare il bravo o non ne festeggerai altri-
Detto questo gli volse le spalle e sparì oltre la porta.
A Michele non restò che osservarla per qualche istante, mentre un rivolo di sangue iniziava a colargli lungo il mento.

La bianca distesa scintillante che si spalancava vasta ed uniforme di fronte allo sguardo del commissario, nell’ora in cui lo svogliato sole invernale arrancava suo malgrado verso lo zenit, quasi impaziente di poter finalmente iniziare a rotolare lungo il declivio dell’orizzonte, non fece che aumentarne il senso di frustrazione, rendendo ancora più scarsa la fiducia di riuscire a trovare qualcosa sotto quell’uniforme strato abbagliante.
-commissario, qui sono proprio cazzi- lo consolò Baroni con la sua abituale raffinatezza espressiva.
-non posso che concordare con la tua sofisticata analisi. I cani sono arrivati?- domandò riferendosi all’unità cinofila.
-sì, commissario, proprio pochi minuti fa. Prima sarebbe stato impossibile utilizzarli a causa del freddo eccessivo. Così almeno mi hanno detto. E mi hanno anche detto che sono tutti pastori tedeschi maschi. Non che me ne fregasse molto: per me potevano pure utilizzare chihuahua bisessuali, ma mi hanno assicurato che i pastori tedeschi maschi sono i migliori per questo genere di attività-
-bene. Vi siete procurati qualche capo di vestiario del ragazzo?-
-sì, ci ha pensato Robecchi questa mattina-
-molto bene. Speriamo torni utile…-
-commissario, non per fare battute macabre, ma un cadavere ha sempre lo stesso odore-
-è proprio quello che stavo pensando, ma ti ringrazio per aver il espresso il concetto con parole chiare e, una volta tanto, senza ricorrere a lemmi scurrili-
-a cosa???-
-niente Baroni. Va bene così. Corri a casa ché ti sei meritato il pranzo ed abbuffati un po’ anche per me-
L’agente non si fece ripetere due volte l’ordine, che eseguì con entusiastico zelo.
-bene commissario- lo apostrofò Tarcisi- adesso tocca a noi. Mi meraviglio che non ci abbia raggiunto anche Feraboldi-
-lo sta per fare, infatti- la contraddisse Bezzi- ci siamo sentiti poco fa-
-niente pranzo di Natale allora per il professore?-
-e con chi? Vive solo…-
-già- assentì l’agente ripensando con inaspettata nostalgia alla sua famiglia con la quale aveva quasi del tutto interrotto i rapporti da ormai un paio di anni- noi intanto mettiamoci al lavoro: fa troppo freddo per aspettarlo qui fermi-
-buona idea agente. Andiamo innanzitutto a fare la conoscenza dei nostri segugi-
L’unità cinofila si era riunita poco distante. I cani, il commissario ne contò una mezza dozzina, indossavano una sorta di divisa invernale contro i rigori della stagione e sembravano impazienti di mettersi all’opera, dal momento che si muovevano inquieti lungo il breve tragitto concesso loro dal guinzaglio.
-noi siamo pronti ad iniziare, commissario- gli comunicò quello che doveva essere il capo squadra.
In quel momento si udì il rumore di un’autovettura che, accostatasi alle volanti, si fermò arrestando il motore. Dalla portiera del conducente sbucò Feraboldi  intabarrato con ogni cura.
-anche noi siamo pronti- confermò Bezzi
-bene, allora cominciamo: con la luce naturale è tutto più semplice ma non ce ne rimane molta-
Si disposero a ventaglio, ogni agente con il suo cane, e procedettero secondo un preciso schema a raggiera che veniva replicato man mano che da una zona ispezionata si passava a quella successiva.
I cani procedevano con fatica, affondando ad ogni passo nello spesso strato di neve, dal quale sembravano di volta in volta riemergere come spinti da un’istintiva determinazione.
Quando ormai la luce del sole iniziava a tingersi di un rosa rossastro, la squadra di ricerca si era già abbondantemente allontanata dal punto di partenza, senza però riuscire a conseguire alcun risultato.
Fu in quel momento che l’alacre attività canina e umana attirò l’attenzione di un passante di mezza età, intento in una salutare e tonificante passeggiata di mezzo pomeriggio.
L’uomo, sul cui volto spiccava il naso arrossato dal freddo, si avvicinò al commissario, intento ad osservare l’ennesimo balzo di uno dei cani verso una meta inesistente, e gli domandò cosa stessero cercando.
Avendo ricevuto in risposta da parte di questi la richiesta perentoria di notificargli qualsiasi movimento avesse casomai notato la mattina del giorno precedente, si affrettò a replicare
-ora che mi ci fa pensare, qualcosa ho visto-
-si spieghi meglio per cortesia-
-era presto, tant’è che faceva ancora buio. Io ero appena uscito. Sa, ho una casetta proprio qui vicino e soffro di insonnia, quindi mi levo dal letto sempre molto presto e cerco di rilassarmi percorrendo lunghe passeggiate. Fatto sta che mi trovavo ai margini della stradina che attraversa i campi- la indicò protendendo in avanti il braccio destro- precisamente dentro al fosso di scolo, poiché mi sembrava di avervi scorto le impronte di qualche animale, forse una volpe, quando ho sentito il rumore di un’auto avvicinarsi. Non ho fatto in tempo a vederla passare perché procedeva ad andatura piuttosto sostenuta e quindi, quando ho tirato fuori la testa dal fosso, stava ormai svoltando dietro quella curva, proprio in prossimità del filare di alberi che in primavera sono così belli- indicò il luogo utilizzando questa volta il braccio sinistro- si è fermata ed ha spento il motore. Nel silenzio assoluto che regnava in quel momento era facile percepire e riconoscere qualsiasi rumore, anche distante. Ed inoltre deve aver spento anche i fari, dal momento che si sono susseguiti alcuni istanti di buio prima che potessi scorgere in lontananza  altre luci, ma di tipo diverso. Immagino fossero torce elettriche-
-cosa è accaduto dopo?- incalzò Bezzi
-di preciso non lo so perché, istintivamente, ho preferito non avvicinarmi. Non è certo un fatto consueto vedere questo genere di traffici la mattina, presto per giunta, della vigilia di Natale, con un freddo bestia ed una neve dell’ostia. Quindi me ne sono rimasto un pochino sul ciglio della strada, ad osservare a debita distanza. Insomma, in buona sostanza, dopo circa una mezz’ora la faccenda, qualsiasi fosse, doveva essere terminata perché si sono spente le torce e riaccesi fari e motori. Parlo al plurale dal momento che doveva esserci almeno un altro mezzo che attendeva quello che ho visto passare io-
-sono transitati di nuovo davanti a dove si trovava lei?-
-no. Hanno proseguito nella direzione opposta-
-molto bene. La ringrazio della sua collaborazione. Le raccomando inoltre vivamente di non far parola con nessuno di quanto ci ha appena raccontato. La probabilità che in quelle auto ci fossero persone poco raccomandabili è a dir poco elevata-
-sono in pericolo, signor commissario?-domandò l’uomo impallidendo, quasi volesse mimetizzarsi con il passaggio di neve
-credo proprio di no. Purché mantenga un assoluto riserbo-
Ribadito il concetto, fece un cenno alla squadra, che si rimise in cammino.
Senza perdere tempo si diressero verso il punto indicato, trascinati dall’impeto dei cani che strattonavano con crescente impazienza i robusti guinzagli, istigati da un richiamo olfattivo denso e profondo.
Quando, lasciatisi il filare alle spalle, ebbero percorso alcuni metri, scoppiò un corale rimbombo di latrati, che squarciò  l’aria dell’imminente tramonto. Tutti i cani puntarono verso il campo che si apriva a destra della strada, ansimando furiosamente nell’impazienza di raggiungere un punto, invisibile all’occhio ma evidentemente monumentale per il loro olfatto.
Non restò che assecondarne e disciplinarne la corsa che si interruppe dopo una cinquantina di passi, quando il latrare raggiunse il suo apice cacofonico.
-ci siamo, commissario- dichiarò il capo squadra
-già- constatò Bezzi preso da un senso di vuoto malessere- procediamo allora. Siete attrezzati per scavare?-
-abbiamo tutto il necessario-

Allarmato dal non aver ricevuto alcuna chiamata, né qualsiasi altro tipo di comunicazione, si era precipitato a casa, dopo essersi congedato con mal tollerato anticipo dal pranzo natalizio.
Una volta varcata la soglia di casa si sedette al PC senza nemmeno essersi levato il cappotto. Il suo dispositivo mobile aveva avuto qualche problema di ricezione nel primo pomeriggio, per cui era ancora possibile pensare che Michele gli avesse quanto meno scritto una mail (magari non disponeva di credito sufficiente neppure per effettuare una breve chiamata o inviare un messaggio di testo) e che lui, semplicemente, non fosse stato in grado di riceverla e di leggerla.
Fremendo di impazienza osservò il computer accendersi e caricare la pagina iniziale, sulla quale impostò la sua password.
Occorse ancora qualche lungo minuto prima che la macchina fosse pienamente operativa ed a sua disposizione.
Senza esitazione indirizzò il puntatore sul programma di posta elettronica, avviando manualmente, per maggior sicurezza, il comando di invio e ricezione.
Una manciata di secondi fu più che sufficiente per confermargli che non vi era stato alcun movimento nel suo account dopo la mail che aveva inviato quella mattina.
Con un gesto convulso estrasse allora dalla tasca del cappotto il cellulare e compose il numero di suo figlio, che risultò nuovamente staccato.
Incapace di reggere quel silenzio, si levò in piedi ed emise un lungo e doloroso urlo.

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Il Commissario Bezzi arriva a decifrare il significato dei misteriosi graffiti. Mika, a New York, immagina un piano di fuga dai suoi sequestratori.

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