Corsa straordinaria

Un racconto molto diverso dal precedente (La palla): in bilico fra surreale e concreto, nel punto in cui queste due dimensioni si incontrano e generano comprensione della propria esistenza.

 

Il display sopra l’autoradio segnava le otto precise: l’ora in cui doveva iniziare il suo turno giornaliero. Non appena le cifre dei minuti ebbero marcato il doppio zero avviò il motore, ruotando la chiavetta in posizione di accensione. Lo fece con un gesto efficiente e trascurato ad un tempo, mentre con l’altra mano attivò le luci di posizione, grazie alle quali avrebbe disperso gli ultimi filamenti di oscurità di quella mattina di inizio inverno.

Con altrettanta consolidata abitudinarietà rivolse una rapida occhiata alla strumentazione di servizio, verificandone la corretta operatività e infine allo specchietto laterale, dal quale vide avvicinarsi i fari di quello che doveva essere un fuoristrada, a giudicare dall’altezza del fascio di luce imponente e aggressivo. Lasciò che superasse la fiancata di tutta la lunghezza prima di azionare la freccia sinistra, iniziando al contempo a ruotare lo sterzo nella medesima direzione e a premere con garbo e decisione il pedale dell’acceleratore.

Possedeva senza dubbio una bella autovettura. Una Mercedes di serie e modello adeguati alle sue disponibilità economiche (non un esemplare di lusso quindi, ma neppure di base) che aveva potuto acquistare grazie ad un prestito finalizzato non troppo oneroso e neppure troppo prolungato nel tempo, dal momento che, procedendo tutto per il verso giusto, sarebbe riuscito ad estinguerlo in due anni, così da potersene poi godere altri due, forse tre ad essere fortunati, di una più che rispettabile macchina di servizio.

L’usura del mezzo sarebbe in buona sostanza dipesa da quante corse extraurbane avrebbe effettuato, a discapito di quelle circoscritte al mero perimetro della città.

Certo, condurre i clienti a destinazioni fuori mano sarebbe risultato meno redditizio rispetto a veder correre il tassametro nei lunghi minuti di congestionata immobilità del traffico cittadino delle ore di punta. Il centro urbano offriva dunque l’indubbio vantaggio di poter guadagnare più soldi in meno tempo e, probabilmente, percorrendo meno chilometri.

Tuttavia, alla lunga, andava a finire che il motore ed il sistema generale di funzionamento si sarebbero compromessi irrimediabilmente, per non parlare poi del filtro anti particolato che proprio non era fatto per quel continuo prima/seconda, seconda/prima, essendo un marchingegno poco tollerante dei bassi regimi prolungati.

Morale della favola: ad accanirsi per le vie della città, l’auto non gli sarebbe durata neanche due anni, bruciando così quello e l’altro dei suoi sudati risparmi e dei suoi, a quel punto illusori, guadagni.

Meglio dunque ricavare un po’ meno e spendere molto meno: sicuramente le entrate ne avrebbero tratto un bel beneficio.

Una lezione, quella di “spesa-ricavo-guadagno”, che aveva ben appreso quando ancora frequentava la  scuola elementare (gli capitava spesso di passarci davanti a quell’edificio grande e piuttosto trasandato, la cui vista gli trasmetteva ogni volta un’impalpabile sensazione di lento e silenzioso disfacimento, come un rivolo di acqua sporca che scivola verso il tombino destinato ad inghiottirla) e che, dopo venti anni di mestiere a guidare su e giù, non aveva mai dimenticato né, tanto meno, trascurato.

Ne aveva salvate ben poche di nozioni scolastiche e di insegnamenti in generale, rifletté mentre, insinuandosi con una fluidità da rettile nel traffico caotico di inizio giornata, si dirigeva verso uno degli aeroporti extraurbani, puntando dritto alla tangenziale che avrebbe trovato piuttosto sgombra in uscita. Solo quelli che il suo senso pratico e la sua concretezza avevano giudicato essenziali o quantomeno utili. E nessuno avrebbe potuto negare che aveva saputo farne tesoro, dal momento che, a poco meno di quarantacinque anni, era riuscito a metter su una buona famiglia: una moglie, due figlie già quasi grandi e, ultimamente, un cane per scacciare quel senso di spiazzante solitudine che di recente aveva preso ad infastidirlo senza apparente motivo. A tutto questo si aggiungeva un appartamento ormai riscattato per quattro quinti (rimanevano solo 4 anni per estinguere completamente il mutuo) e la possibilità, economica, di togliersi qualche sfizio di tanto in tanto.

Confortato da queste gradevoli considerazioni, percorse rapidamente, ma senza mai superare il limite  di velocità, il tratto di autostrada che lo separava dall’aeroporto, al quale giunse accolto da una pioggerella fine e insistente, che continuava a sporcargli senza sosta il parabrezza, accuratamente incerato, con le sue gocce torbide di acqua impolverata.

Cedendo a un irrazionale impulso di nervosismo, azionò l’apposita levetta di erogazione del liquido lavavetri, lasciando che il sensore automatico regolasse il numero di passate necessarie ai tergicristalli per rimuovere la miscela di acqua e sapone.

Di fronte all’ampio vetro che aveva recuperato uno stato di intonsa trasparenza, destinato a durare ben poco, fece la sua comparsa la figura di una donna esile e rugosa, animata da un sorriso quanto mai garbato e gradevole.

Lo stava osservando con i suoi occhi luminosi, guizzanti di vitalità e di pacata irrequietezza, a dispetto dell’età che non doveva essere particolarmente giovane, come stava a dimostrare la postura curva e un po’ affaticata.

Oltre che osservare, stava anche bussando educatamente sul vetro con la palese intenzione di attirare l’attenzione del tassista, che, come d’abitudine, scese dall’auto, dando per assodata la volontà della donna di ingaggiarlo per una corsa.

– Buongiorno signora – esordì con il suo consumato sorriso professionale

– buongiorno a lei – rispose questa mantenendo inalterato il suo –

– dove siamo diretti? –

– un po’ lontano. Per lei è un problema?-

Parlava con un accento indefinibile che, in prima battuta, gli parve straniero nella sua assoluta mancanza di qualsiasi inflessione.

– dipende da quanto. Ma normalmente no, comunque –

– bene! Le dispiace se mi accomodo allora?-

– prego, faccia pure – rispose ossequiosamente mentre le apriva lo sportello posteriore. Scelse quello destro, così da poterla agevolmente osservare dallo specchietto retrovisore. Quella donna aveva infatti qualcosa che lo incuriosiva ed inquietava ad un tempo. Qualche sfumatura nel luccichio dello sguardo, piuttosto che quel singolare accento del tutto apolide, come se si trattasse di una creatura dalle sembianze umane, ma proveniente da qualche angolo remoto dell’universo. Come se la sua pelle, la sua carne, contenessero qualcosa di indefinibile e non classificabile.

– non ha bagaglio con sé? – osservò un po’ stupito mentre si apprestava a richiudere garbatamente lo sportello

– no. Perché? Dovrei? – anche il tono della signora risuonò un po’ disorientato

– si trova in un aeroporto, mi ha detto di essere diretta lontano…-

Si pentì subito di quella constatazione, non richiesta e quindi sicuramente inopportuna. Fra gli insegnamenti fondamentali che aveva appreso, poteva infatti sicuramente annoverare anche quello di non importunare in alcun modo il cliente rivolgendogli domande, o fornendo risposte, non strettamente necessarie.

La donna non pareva comunque essersela presa, poiché gli rispose sfoderando nuovamente il suo sorriso.

Prese allora posto al volante ed avviò il motore, eseguendo, con la stessa meccanicità, i medesimi controlli effettuati all’inizio del servizio.

– mi dica, signora- scandì in tono neutro dopo essersi lasciato alla spalle l’aeroporto ed essere giunto in prossimità delle rampe di accesso all’autostrada – dove deve andare? –

– non lo so. Decida lei. Non mi importa se a sud o a nord, o verso qualsiasi altro punto cardinale – pronunciò le parole con meticolosa lentezza e calma, scandendole con precisione – purché sia lontano. Abbastanza lontano da dimenticare il ritorno –

Lo stava osservando: ne ebbe certezza quando il suo sguardo si incrociò, nella cornice oblunga dello specchietto retrovisore, con quello vivace e mobile della donna.

– una corsa straordinaria, mi pare di capire –

– proprio così. Talmente straordinaria che la destinazione la lascio scegliere a lei. La cosa la spaventa? Nel caso, non si faccia scrupolo a dirmelo: possiamo tornare in aeroporto e lì proverò a trovare qualche altro tassista… –

La frase rimase in sospeso, interrotta dalla pioggia che si era fatta improvvisamente scrosciante.

Come schiacciato dal quel furioso martellare incessante, opprimente come il ticchettio di una sveglia impazzita, pensò che il suo unico desiderio in quel momento era di lasciarselo per sempre alle spalle filando spedito per l’autostrada, che imboccò a tutto gas ingranando la quarta.

– andiamo a sud, signora. Dicono che ci sia un gran bel sole da quelle parti. Per lei va bene? –

Non ottenne risposta, dal momento che la donna si era profondamente addormentata sul sedile, effondendo un respiro placido e regolare.

Lo prese per un sì ed accelerò nella direzione stabilita, questa volta superando ampiamente i limiti di velocità ammessi.

Avrebbe fatto di tutto pur di levarsi da sopra la testa quel martellare indemoniato.

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