La morte arriverà sibilando dal nulla – I puntata

Ho preso l’arco e le frecce

Faccio quello che so fare. Cammino. E il bosco mi nasconde. Ho preso l’arco e le frecce. Anche con quelli me la cavo alla grande. So dove mirare. Me l’ha insegnato mio padre. Andavamo a caccia di cinghiali e conigli. Nel bosco, dove tutto è ombra e luce e tutto sembra piatto e profondo allo stesso tempo. E tutto ti inganna sembrandoti uguale. Ma mio padre è morto da tanto e ora nel bosco sono solo. Non ancora per molto, purtroppo. Sanno che mi trovo qui, da qualche parte. E stanno arrivando. Faranno fatica a trovarmi perché non conoscono questi alberi ad uno ad uno come me. Ma mi troveranno prima o poi, nonostante mi muova in silenzio e rimanga sempre sotto vento. Hanno i cani. E i cani conoscono il mio odore. E i cani, quei cani ti trovano, sempre. Presto o tardi. Per questo devo mirare bene. Non devo sprecare neppure una freccia. Ne ho sei nella faretra. Quelle che sono rimaste. Due per gli uomini che mi stanno inseguendo. Due per i cani che li stanno aiutando a scovarmi. Due per me, da conficcarmi in gola e nel petto se dovessi fallire il tiro. So dove colpire, fra le costole, in modo che la freccia raggiunga il cuore e la morte arrivi in fretta. Ma nella mia vita ho abbattuto solo animali. Se riesco a scoccare prima che mi individuino, i cani non dovrebbero essere un problema: sono addestrati a cercare e stanare. Ma non ad evitare la freccia che sbuca dal nulla. Stanno giù a quattro zampe e tirare a loro è come tirare ad un cinghiale. E con i cinghiali non ho quasi mai fallito un colpo. Anche se i cinghiali non mi dispiaceva abbatterli, mentre quei cani sì. Perché li conosco e loro conoscono me. Ma sono io che li sto tradendo, non loro. Loro obbediscono ai due uomini. E gli uomini camminano su due gambe e sono alti e la superficie è più ridotta. E per scoccare un buon tiro dovrò farlo quando li avrò di fronte. Non di fianco. Ma probabilmente non importa. Perché tirerò nascosto fra le foglie, in silenzio, nell’ombra e nella luce che nascondono allo stesso modo. Moriranno prima loro. Poi i loro padroni. Se sarò bravo e se avrò fortuna.

Come ieri quando ho ucciso per la prima volta un uomo con il mio arco. Era il terzo del gruppo. Quello più pericoloso ed è stata una fortuna che sia riuscito ad abbattere lui per primo. Non è stato un tiro facile. La distanza era notevole, almeno trenta metri. Ma io mi trovavo in alto, sul balcone della mia casa. E lui camminava a passi lenti e pesanti sul prato. Poi ha guardato in alto e si è fermato. Perché mi ha visto. E a quel punto ho scoccato. Al petto, lievemente a sinistra e lievemente in alto. Ho centrato il cuore e glielo ho spappolato, perché è crollato a terra senza emettere un suono. Con la punta di metallo della mia freccia. La prima di sette. Una punta letale, con tre lame a vite in acciaio. In grado di abbattere un orso, se qui ce ne fossero ancora. Se mai ce ne sono stati, nonostante le storie che qualche vecchio ancora racconta e a cui credo poco. Mio padre mi diceva che qui orsi non se ne sono mai visti. Non sono boschi, questi, adatti a loro.

Anche io sono rimasto immobile dopo averlo ucciso. La corda dell’arco stava ancora vibrando. Pensavo. Pensavo a dove nascondere il cadavere. E dovevo pensare in fretta. Prima che qualcuno del paese lo vedesse. Prima che potesse vederlo qualcun altro di loro. Anche se sembrava essere venuto da solo. Forse pensava di essere al sicuro con la pistola che ora gli giaceva al fianco, abbandonata come uno strano sasso in mezzo all’erba bassa. Sapeva che non possiedo e non so usare armi da fuoco. Ma ignorava che possedessi un arco. E quanto bravo fossi a tirare. Alla fine mi è venuta un’idea e sono andato nel capanno degli attrezzi. Il campanile in fondo al paese si è messo a cantare proprio in quel momento. Cinque rintocchi. Mancava ancora un bel po’ prima che venisse buio, perché è agosto e le giornate sono ancora lunghe. Per fortuna i monti dall’altro lato della valle accorciano un po’ le ultime ore di luce. Ho preso la carriola, ci ho caricato sopra il corpo e l’ho portato nel capanno. Poi sono entrato in casa, ho riempito un secchio di acqua e l’ho rovesciata tutta sulla piccola pozza di sangue che si era formata nel punto dove lo avevo colpito. La freccia purtroppo si era spezzata. Ho raccolto l’asta e l’ho buttata in mezzo alla catasta di legna. La punta non ho potuto recuperarla. Non avevo alcun voglia di ficcare le mani nel torace di quell’uomo. La pistola l’ho smontata e fatta a pezzi con gli attrezzi di mio padre.

Ho atteso che si facesse vivo qualcun altro. Non è arrivato nessuno. Probabilmente lo avevano mandato in avanscoperta. O forse credevano che sarebbe bastato lui a farmi fuori, visto che non passo per essere un tipo particolarmente pericoloso. Meglio così, perché difficilmente sarei stato in grado di affrontare tre uomini in un colpo solo. Ma ne sarebbero arrivati altri. Ne ero certo. E dovevano essere già per strada, dopo aver inutilmente tentato di contattare un cadavere. E quel cadavere non potevo lasciarlo a marcire in casa mia. Non lo avrei permesso per nessun motivo al mondo. Soprattutto nel santuario di mio padre, con tutti i suoi ferri del mestiere. Dovevo sbarazzarmene e poi potevo pensare al resto.

Quando è scesa la notte sono tornato nel capanno, ho spinto la carriola fino al mio pickup e ho scaraventato il corpo nel cassone. Era rigido e pesante. Di fianco gli ho sistemato la carriola e ho aggiunto una pala. Poi ho coperto il tutto con un telo di polietilene. Dentro l’abitacolo ho stivato tutto il cibo in scatola che ho trovato in casa. Per bere mi sono portato solo una borraccia. I boschi sono pieni di ruscelli. Ho aggiunto un sacco a pelo invernale e un paio di maglioni. Infine, a fianco del posto di guida, ho sistemato il mio arco e le sei frecce. Non avevo il materiale per assemblarne un numero maggiore. La settima la avevo già impiegata con successo. In tasca avevo messo il cannocchiale da puntamento ed il coltello.

Ho messo in moto senza accendere i fari. C’era una luna abbastanza grande da fare un po’ di luce. La strada la conoscevo perfettamente. La torcia non mi sarebbe servita, ma me ne sono portata una dietro per ogni evenienza e per le notti a seguire. Se ce ne sarebbero state.
Faceva freddo e l’estate sembrava scomparsa nel buio.

Ho guidato piano. Era un continuo scricchiolare di piccoli sassi sotto le ruote del pickup. Per fortuna la mia casa è quella più in alto nel paese e subito dopo la strada inizia a serpeggiare in mezzo ai boschi. Così non ho incontrato nessuno. Boschi da un lato, verso valle, boschi dall’altro, verso monte. E questa lingua stretta e sconnessa in mezzo, con il fondo deturpato dalle piogge, che sale tutta curve e tornanti fino al passo.

Lassù faceva ancora più freddo e tirava un vento di inferno. Tremavo. E avevo fretta. C’è un sentiero sul crinale largo abbastanza per la carriola. Ci ho scaraventato sopra l’uomo e la pala e ho iniziato a spingere sul terreno pianeggiante. Ora non sentivo più freddo, ma il vento continuava a soffiare di traverso e la carriola a sbandare. Mi ci è voluta quasi mezz’ora per arrivare sul posto. Sudavo gocce che si gelavano sulla schiena e sulla fronte. Nell’ultimo tratto il sentiero finisce in un prato incolto. L’erba è altissima e scivolosa e la ruota continuava a incepparsi. Ma alla fine sono riuscito a raggiungere lo sprofondo che viene ancora utilizzato come discarica dai pochissimi abitanti del paese quando si devono sbarazzare di rifiuti ingombranti tipo elettrodomestici, mobili e via dicendo. Ci sono reliquie, là in mezzo, che credo abbiano compiuto quasi un secolo. Ho posizionato la carriola sul ciglio e l’ho inclinata fino a quando il corpo non è caduto fuori ed ha iniziato a rotolare lungo quell’accidenti di pendio. Poi ho recuperato la pala ed mi sono messo a scendere anche io facendo attenzione a non scivolare e finire con l’osso del collo spezzato. Il corpo si era arenato contro una vecchia lavatrice arrugginita. Il cestello senza oblò sembrava un’orbita priva dell’occhio. Stabilii che il posto andava bene. Avevo pensato di chiudergli gli occhi prima di iniziare a scavare, ma poi decisi che qualsiasi atto di pietà sarebbe stato fuori luogo.

Perché non ne provavo alcuna: né di pietà né di compassione.

Avevo solo fretta. Che non è un sentimento ma una conseguenza del poco tempo. Volevo andarmene da lì prima che cominciasse a fare giorno. E qui il giorno inizia quando il sole non è ancora sorto: quella manciata di famiglie che ancora coltivano la terra si mettono in cammino con il buio per raggiungere i campi. Più presto attacchi a lavorare, meno caldo ti sarai beccato quando avrai finito.

Quindi, mentre il cadavere fissava le stelle con il suo sguardo spento, mi sono dato da fare con la pala. Un colpo dopo l’altro. Metodico. Preciso. Sudato.

Tre ore dopo, la fossa era pronta. Un buco di circa tre metri, largo abbastanza per ficcarci dentro l’uomo in posizione rannicchiata. Potevo ricoprirlo con un buon metro e mezzo di terra. Sarebbe stato sufficiente. Doveva esserlo. Dopo aver compattato il terreno ci ho trascinato sopra la vecchia lavatrice e ho riempito il cestello con dei sassi per renderla più pesante. Questo sarebbe servito a tenere lontano gli animali. I cinghiali soprattutto. Quanto agli abitanti del paese, l’odore del cadavere non si sarebbe dovuto sentire. A meno di non scendere fino a lì, cosa che credo nessuno abbia mai fatto. Un rischio inutile dal momento che qualsiasi rifiuto o rottame, una volta che vi viene gettato, rotola tranquillamente da solo fino a destinazione.

Risalito sul ciglio ho percorso il prato ed il sentiero in senso inverso, ho caricato pala e carriola sul pickup e mi sono diretto in un’area di cespugli ed alberi bassi che conoscono in pochi. Ho coperto per bene il mezzo con dei rami e mi sono messo a dormire nell’abitacolo.
Di fuggire non se ne parlava neppure: c’è un’unica strada che percorre il paese e poi la valle per un lunghissimo tratto: li avrei sicuramente incontrati e mi avrebbero fatto fuori. Nei boschi invece ero in vantaggio io. Le probabilità di sopravvivere erano maggiori.

Avevo di nuovo freddo.

 

Immagino chiaramente perché mi trovo braccato nella vecchia e disabitata casa di famiglia. Solo, in cima ad un paesino ormai popolato unicamente da qualche relitto anagrafico. Forse meno di una ventina di anime avvizzite. Vecchi agricoltori, vecchi allevatori, vecchi artigiani.

Un borgo fuori dal tempo, eppure sono riusciti a trovarlo, a scoprire che mi sono rifugiato qui.

Non ho paura di morire, ma adesso sarebbe troppo presto. C’è una faccenda che devo sbrigare prima, e poi mi lascerò ammazzare senza fiatare. E sinceramente speravo di avere più tempo per organizzarla con cura.

Se non avessi commesso quello stupido errore, starebbe proprio andando così.

Ma sono lo stesso pronto a cercarla nell’altro mondo, dopo aver ristabilito una parvenza di ordine e giustizia in questo.

Ci eravamo conosciuti qualche mese addietro. Fino a pochi giorni fa vivevo in una grande città e lavoravo per lui.

Il Liscio.

Quello che ha incasinato la giustizia e l’ordine terreno e che sembra non avere un nome proprio. Quanto meno per i suoi collaboratori, per i quali è e resterà solamente il Liscio. Ma non dispero di farmelo dire proprio da lui il suo vero nome quando verrà il momento. Se verrà.

Il Liscio presta soldi ad usura e con quelli che gli vengono restituiti con gli interessi ripulisce il denaro che gli fruttano una serie di attività illecite.

Una specie di lavanderia a ciclo continuo dove lo sporco si trasforma in immacolato grazie a dei poveracci che si guardano bene dal domandare da dove provengano le banconote che qualche energumeno consegna loro in nome e per conto del Liscio.

Di quegli energumeni facevo parte anche io.

Portavo soldi sporchi, un mese dopo ritiravo soldi puliti e avevo diritto a trattenere il 10% degli interessi corrisposti. Quello era il mio stipendio, che impiegavo in buona parte a strafarmi.

Il Liscio è molto abile a scegliere i suoi collaboratori. Tutti in qualche modo dipendono da lui. A me vendeva la droga, ovviamente. E io continuavo a lavorare per lui per potermela permettere.

Lei, Margherita, era una ruota dell’ingranaggio proprio come me e stava dalla parte dei futuri debitori. Combaciavamo perfettamente. L’ho incontrata la prima volta un giorno di tarda primavera. Pioveva a dirotto e faceva freddo nonostante maggio fosse ormai agli sgoccioli. Mi ero recato al covo del Liscio (un bar scalcinato e anonimo frequentato più o meno sempre dagli stessi individui) per la consueta visita giornaliera e per vedere se c’era qualche lavoro da assegnarmi. C’era: il Liscio mi comunicò l’indirizzo della donna e mi affidò una discreta somma da consegnarle. Mi disse che gliela aveva richiesta la settimana precedente per delle spese mediche. Non gli aveva detto per chi, ma doveva trattarsi di una faccenda importante perché lo aveva supplicato frignando di concederle un piccolo prestito.

-non mi fido un granché di quella donna-

-perché?-

-perché ha così tanta urgenza di avere i soldi che non avrà sicuramente pensato a come restituirmeli. Sono quasi certo che non recupererò né il capitale né gli interessi-

-allora perché glieli presti?-

-per quello che verrà dopo-

-ti riferisci a quando la picchieremo per farceli ridare?-

-non proprio. Mi riferisco a quello che dovrà fare per me una volta accertata la sua insolvenza-

-sarebbe a dire?-

-vai da lei e lo capirai da solo-

Terminai il mio bicchiere di Coca Cola e uscii dal locale.

La donna abitava piuttosto distante.

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