La morte arriverà sibilando dal nulla – II puntata

L’incontro con Margherita

Ho percepito un rumore di foglie calpestate. Una buona parte è secca e si possono udire anche a grande distanza se c’è abbastanza silenzio e se non soffia il vento, come in questo momento. Sono passi, senza dubbio. E procedono piuttosto velocemente. I cani devono aver fiutato qualcosa. Camminano tutti in silenzio, sperando di non farsi sentire.

Ho preso  posizione su un albero al margine della radura che avevo raggiunto un paio di ore prima. Sapevo che sarebbero saliti da valle perché la mancanza di conoscenza del luogo non gli avrebbe consentito di fare altrimenti. E io ho scelto il posto più adatto per la prima imboscata, quella più importante, perché mi consentirà di eliminare le bestie.

Ho poggiato l’arco al tronco, sono salito sulla biforcazione più bassa del fusto e lo ho recuperato. Ho ripetuto l’operazione con quella successiva, venendomi a trovare a circa tre metri dal suolo. Sufficienti per godere di una visibilità ideale, ma non troppi per balzare giù rapidamente e darsela a gambe una volta terminato. Ho staccato qualche foglia e ho spezzato un paio di rami per sgomberare totalmente il campo visivo, creando una fessura impossibile da scorgere dalla distanza. Poi ho tirato fuori dalla tasca il cannocchiale da puntamento e ho perlustrato la porzione di bosco in basso, dal lato opposto della radura.

Dopo qualche minuto finalmente li intravedo fra l’intrico dei rami, intenti a muoversi con quella goffa e rumorosa circospezione di chi non è abituato a camminare senza spostare neppure un filo d’erba per non allertare la preda che sta inseguendo da tutto il giorno.

Efficienti ma frettolosi. Proprio quello di cui avevo bisogno.

Estraggo una freccia dalla faretra e la incocco tenendola puntata verso il basso.

Attendo che siano a tiro.

I cani sono i primi a sbucare dall’erba alta. Per fortuna si tratta di due bestie dal garrese elevato: il tronco sovrasta quasi per intero il manto verde. Fanno parte dell’allevamento del Liscio. Qualche volta li ho anche accarezzati. Mi concentro sul meno grande dei due, tenendomi per secondo il tiro più facile.

Mentre avanzano strattonando impazienti i guinzagli a cui sono stati legati, si alza improvvisamente una raffica di vento che deve aver disperso il mio odore, poiché entrambi si fermano di colpo e ricominciano ad annusare l’aria.

Sollevo l’arco all’altezza corretta, tendo la corda e scocco.

La freccia descrive una piccola parabola e si conficca nel torso dell’animale, di poco a fianco della testa della zampa anteriore. Dopo un istante un fiotto di sangue gli inonda le narici e la bocca riversandosi sul prato. Si affloscia come un palloncino, rovinando al suolo.

Il suo compagno inizia a guaire e a leccarlo, nonostante i due uomini cerchino di spronarlo a suon di imprecazioni e calci.

Incocco la seconda freccia e rilascio la corda: un tiro identico al precedente, altrettanto perfetto, uccide anche il secondo cane.

Le bestemmie e le urla si fanno assordanti mentre i due si mettono a correre a casaccio per il prato. Hanno avuto una buona idea: se rimanessero fermi potrei centrare anche loro senza la minima difficoltà. 

Approfitto del momento di confusione per scivolare giù dall’albero ed allontanarmi il più silenziosamente possibile.

I miei inseguitori stanno ancora imprecando e calpestando l’erba.

 

Margherita era una donna molto bella. Alta poco meno di me (che sfioro il metro e ottanta), soda e slanciata, con i sottili capelli neri pettinati a caschetto e due occhi profondi e scuri come l’ombra del bosco. Aperta la porta di casa, mi aveva rivolto uno sguardo interrogativo che accentuava i suoi lineamenti precisi e delicati. Le si vedevano le occhiaie e la pelle del viso era tirata, ma rimaneva comunque un esemplare notevole della nostra specie.

-è lei Margherita?- le domandai fissandola

-sì, ma lei chi è?

Le feci il mio nome e ci aggiunsi quello del Liscio. Mi disse di accomodarmi e mi fece segno di seguirla. Respinsi sbrigativamente ambedue le richieste e rimasi fermo sulla soglia.

Non entro mai a casa dei “clienti” la prima volta e di solito neppure quelle successive. Giusto per evitare che una volta dentro mi facciano la festa. Il trovarsi a corto, disperatamente a corto, di denaro può indurre reazioni piuttosto violente. È vero che mi porto sempre dietro il mio coltello (mio padre mi ha insegnato come usarlo insieme all’arco. Con lui ho imparato a scuoiare, da solo come combatterci) ma come arma ammetto non valga un granché. Soprattutto se l’altro ne possiede una da fuoco.

Il suo sguardo si era fatto perplesso e poi arrendevole. Tornò sui suoi passi ed allungò una mano su cui depositai la somma concordata, contando le banconote ad una ad una.

-La ringrazio-

-ci rivediamo fra un mese per la prima rata che ha concordato con il mio capo –

-D’accordo. Lo so. Non farò scherzi-

-non c’era bisogno di precisarlo-

Mi voltai e mi avviai verso le scale. Deciso ma senza fretta.
Udii richiudersi la porta mentre stavo affrontando il primo gradino.

Mi sentivo a disagio.

 

Non sono sempre stato un tossicodipendente che si guadagna la dose facendo lo strozzino. Probabilmente non sono neppure adatto per questa vita, ma mi ci sono trovato.

Talmente a mio agio che non ne sono più uscito. Forse è perché ho cominciato troppo presto a farmi pesantemente. O forse mi sto sbagliando ed era destino che mi riducessi così, per un motivo o per un altro. Ma quello che mi ha ficcato in vena la prima dose è stato sicuramente un motivo serio. Magari abbastanza serio da poter essere considerato una giustificazione. O un’attenuante.

Non ho mai conosciuto mia madre. Ha fatto in tempo a mettermi al mondo e poi è morta per una complicazione del parto. Di lei mi rimangono solo le immagini bidimensionali delle fotografie. Ricordi piatti, senza carne, senza sangue, senza odore. Una sfilata insipida di bianchi e neri già abbondantemente sbiaditi. Essendo il loro primo figlio sono ovviamente rimasto l’unico. E sono cresciuto qui, in questo paese ormai in rovina ed in mezzo a questi boschi densi, dove il sole filtra fra il setaccio delle foglie o dei rami nudi, e non è mai veramente luce, ma un impasto inseparabile di luce e ombra, che sembra cadere come pioggia sul terreno. E ti da l’illusione dell’immobilità, mentre le pozze di chiarore continuano a mutare ad ogni istante nascondendo il giorno alla notte e viceversa.

Allora, quando nacqui, quasi trent’anni fa, ancora un buon numero di famiglie abitava questo borgo fuori mano e non avere una mamma non mi è mai pesato più di tanto.

C’erano donne, più o meno giovani, che mi accudivano e aiutavano mio padre a crescermi e poi ci sono stati i miei coetanei, con i quali andavo a scuola o passavo il pomeriggio a giocare.

Ma era soprattutto lui a non lasciarmi mai solo, se non per lo stretto necessario.

Mio padre era il fabbro del paese, e, a differenza dei contadini a cui costruiva o riparava gli attrezzi, non aveva bisogno di trascorrere gran parte della giornata nei campi. Il suo laboratorio era qui, nella nostra casa, dove oggi c’è il deposito degli attrezzi. Ho conservato tutti i suoi strumenti così come li aveva lasciati lui prima di morire. Nello stesso posto di quando li ha utilizzati l’ultima volta per costruire le punte alle nostre frecce. Prima che scoprisse cosa lo attendeva e che decidesse di non tirare più con l’arco. Da quando lui è morto, ormai dieci anni fa, vengo qui due o tre volte all’anno e li spolvero ad uno ad uno i suoi ferri del mestiere e li ripongo meticolosamente al loro posto. Ogni tanto ci aggiungo qualche utensile che compro dalla ferramenta in città e che conservo in un altro angolo del deposito. La carriola e la pala appartengono a quest’ultima categoria.

 

La prima volta che mi portò a caccia avevo cinque anni. Aveva assemblato un arco apposta per me. Un piccolo arco compound dotato di tutto: smorzatori di vibrazione, visette, mirino a quattro pin, stabilizzatore. Il riser ed i flettenti erano leggerissimi. Il tiller era stato regolato alla perfezione. Il parabraccio, così come la faretra a cintura, erano di pelle nera.
Lucida e liscia. Fino a quel momento mi ero esercitato con un semplice arco riflesso, tirando a bersagli di paglia o tutt’al più a qualche lucertola. Non stavo più nella pelle, ma prima di incamminarci nei boschi mi fece fare qualche tiro di prova e mi spiegò come prendere la mira utilizzando la visette. Mi sembrava tutto semplice e piazzai a segno quattro frecce su quattro.

Quando le ebbi recuperate e sistemate nella faretra ci avviammo verso monte e poco dopo prendemmo un sentiero che piegava verso est, in mezzo ad un intrico di felci e ortiche, fino a quando non raggiungemmo l’inizio del bosco vero e proprio. Lì voltammo verso nord e risalimmo il versante per un bel pezzo. Poi mi fece segno di fermarmi e di rimanere in silenzio.

Estrasse il suo cannocchiale e lo puntò diritto davanti a sé. In fondo si intravvedeva un’area senza alberi, dove passava un ruscello. Respirando piano potevo sentire l’acqua scorrere come se bollisse in una pentola. Mi passò il cannocchiale e li vidi: un piccolo gruppo di conigli che si stava abbeverando.

Proseguimmo cercando di fare il minor rumore possibile, fino a quando non ci trovammo ad una distanza di circa quindici metri. Ci appostammo dietro un cespuglio. Io estrassi una freccia dalla faretra e la incoccai posandola sul rest. Mi aveva spiegato durante il tragitto cosa avrei dovuto fare. Quando mi fossi sentito pronto mi sarei levato in piedi, avrei ficcato l’occhio nella visette, la avrei allineata con la seconda tacca del mirino e questa con la preda e avrei scoccato tendendo al massimo la corda.

Diedi un’ultima occhiata attraverso l’intrico dei rovi per memorizzare la posizione del coniglio che avevo scelto e mi tirai su in silenzio. Il mio bersaglio non si era mosso e continuava placidamente a bere dal ruscello.

Tirai.

Quella sera mangiammo coniglio.

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