La morte arriverà sibilando dal nulla – III puntata

Il Liscio

I miei inseguitori sono due idioti. In città, nel loro ambiente, non se la cavano male a pestare a sangue i malcapitati che hanno commesso qualche sgarro nei confronti del Liscio.

Li prelevano per strada, veloci, efficaci, li sbattono in un furgone e li portano nel retro del bar. Oppure fanno tutto a casa dell’interessato se non ci sono altre persone in mezzo ai piedi.

Picchiano con sadica freddezza. Sembrano macellai alle prese con la carcassa di una vacca. E quando devono eliminare il poveraccio di turno, lo fanno davvero bene. In silenzio e senza imbrattare troppo. Di solito gli sparano un colpo silenziato alla nuca. Se hanno più tempo a disposizione e voglia di divertirsi lo imbavagliano e lo strangolano, o lo finiscono a botte. Una volta glielo ho visto fare anche a una donna. Una collega, se vogliamo chiamarla così, che aveva fatto un po’ troppa cresta alle tasche del Liscio. Si occupava di spacciare nella zona della città sotto il suo controllo. Ci sapeva fare e si era creata un bel giro di adolescenti sufficientemente tossici. Ma si era dimostrata troppo avida di denaro. Sicuramente oltre il limite tollerato dal Liscio, che non si può certo definire un mostro di generosità. Lei l’hanno soffocata con un sacchetto di plastica trasparente. E io sono rimasto a guardare, ma solo fino al momento in cui uno dei due glielo ha calato sulla testa e stretto al collo con un elastico. L’altro la teneva inchiodata alla sedia con il suo peso da bisonte. A quel punto me ne sono andato. Da vero ipocrita. Contento di non esserci io al posto della donna.

Non che abbia mai sottratto qualcosa al Liscio, ma con lui non si può mai sapere. È il capo uccide chi gli pare.

Fatto sta che questi due animali non valgono un granché qui, in mezzo ai boschi. Senza i loro cani non sono in grado di seguire neppure le tracce di un elefante.

C’è quello più piccolo, Antonio: un fascio di nervi e muscoli alimentati a steroidi anabolizzanti. Indossa sempre magliette elasticizzate ed esageratamente aderenti. Come in questo momento, assieme ad un paio di pantaloni della tuta color rosso acceso invece che un abbigliamento mimetico. Povero imbecille.

Mario invece è un armadio di quasi due metri. Meno muscoli ma altrettanta cattiveria. E sa muoversi veloce come uno scoiattolo, nonostante la mole fisica. Anche lui vestito come se andasse a fare jogging. Con le scarpe da tennis.

L’unica cosa sensata che immagino siano riusciti a fare è stato entrare in casa mia e procurarsi una maglietta o qualcos’altro con addosso il mio odore per fornire una traccia ai cani. Ce ne sono in abbondanza di capi utili nel cestino della biancheria sporca, visto che mi trovo qui da qualche giorno. E certamente non avrei potuto impedirgli di servirsene a piacere.

Ma, liquidati i cani, adesso i due sono allo sbando più totale. Fossi in loro avrei mollato tutto e me ne sarei tornato in città. Ma il Liscio ritiene la mia morte una questione di vita o di morte. E ha ragione: per lui lo è senz’altro. Ed evidentemente anche per chi mi deve uccidere. I compiti che il Liscio affida non possono non essere portati a termine. E quindi a questa improbabile coppia di cacciatori tocca correre dietro a un tossico da quattro soldi che però conosce a menadito ogni albero ed ogni cespuglio della zona. E vi assicuro che non sono pochi. E anche se non dormo da ormai ventiquattro ore, sono sufficientemente carico di anfetamine per poterne reggere in piedi altrettante se non di più. Ma credo mi saranno sufficienti le prossime dodici per farli fuori. Dopo di loro spero non ne arriveranno più: tutto ha un prezzo, e la mia vita, o la mia morte, non credo siano tanto preziose. Neppure per il Liscio.

Dopo essermi dileguato, ho aspettato che la smettessero di urlare e di correre. Non c’è voluto molto: nonostante l’adrenalina in circolo avevano il fiato corto. Li osservavo con il cannocchiale. Mi trovavo a meno di duecento metri e tutto era estremamente nitido nella luce del primo pomeriggio. Mario è stato il primo a fermarsi. Di colpo. Ansimava e si guardava attorno con gli occhi spalancati. Ha fatto un cenno ad Antonio che si è arrestato a sua volta. Non avevano idea di dove potessi trovarmi ma, piuttosto che rimanere nella radura a fare da bersaglio, si sono incamminati verso est, dove il bosco ricomincia con una schiera disordinata di alberi. Li ho osservati ancora qualche istante per essere sicuro della direzione che avevano preso e mi sono messo a pedinarli.

Continuano a fare rumore peggio di un cinghiale in cerca di castagne. Non perderli di vista nonostante la distanza è un gioco da ragazzi. Non riesco a sentire cosa si stiano dicendo, ma immagino cerchino di capire dove sia fuggito e quanto facile possa essere per me infilzarli come ho fatto con i cani. Gettano di continuo occhiate attorno e spesso si fermano tendendo le orecchie. Ma a parlare c’è solo il vento con qualche raffica sporadica fra le foglie larghe degli alberi. La luce va e viene sul tappeto del sottobosco confondendo le distanze e il tempo.

C’è stato un rumore improvviso e frettoloso di foglie secche calpestate e Antonio ha estratto il revolver. Il carrello ha fatto un rumore secco mentre il colpo entrava in canna. Stava per fare fuoco quando Marco lo ha fermato costringendolo ad abbassare il braccio. Un secondo dopo è spuntato dal nulla un coniglio che li ha ignorati e ha proseguito oltre.

Ora stanno nuovamente parlando. Il discorso sembra essere concitato a giudicare da quanto gesticolano.

Sono nervosi e disorientati. Spaventati perché sanno di essere in svantaggio nonostante le armi da fuoco.

Ma ancora non abbastanza vulnerabili.

E mi servono morti.

Non voglio fallire, perché se fallisco sarò costretto ad uccidermi e non potrò completare quello che ho in mente per il Liscio.

Allora aspetto il momento più adatto: a quel punto colpirò.

Ho tempo e pazienza.

In fondo è come una battuta di caccia.

All’uomo.

 

Il Liscio mi aveva fatto chiamare. Una telefonata al mio numero di casa, come al solito. Con l’inconveniente che il telefono si era messo a squillare quando avevo appena finito di farmi piuttosto pesantemente. Le mie facoltà non erano esattamente al massimo. Mi ci erano voluti quindici squilli prima che riuscissi ad afferrare la cornetta abbastanza saldamente da non farla finire sul pavimento. Dove non la avrei mai raggiunta perché non ero in grado di chinarmi. Soffiai un -pronto- nell’altoparlante. Avevo molti dubbi che fossi io a parlare: la voce non mi suonava molto familiare. Accondiscesi per logica a riconoscermi.

-ti vuole vedere-

Non c’era bisogno di domandare chi. Né dove. Né quando: era sempre subito.

Cercai di mercanteggiare un’ora di tempo accampando dolori intestinali. Non me avevo, ma mi sarebbero venuti a breve.

-ha detto adesso-

-arrivo-

Immersi la faccia sotto un getto di acqua fredda e ce la tenni per qualche minuto. La nuca iniziava a formicolarmi e gli oggetti sembravano avere di nuovo contorni definiti. Ma continuavano a traballare. Dovevo accontentarmi. Mi asciugai in fretta i capelli, indossai qualcosa al volo e presi la porta.

Aveva finalmente smesso di piovere e le strade si erano improvvisamente riempite di afa. Le pozzanghere che si andavano asciugando sotto al sole caldo evaporavano umidità. L’aria era appiccicosa e pesante. Sembrava di trovarsi in uno stagno di asfalto e cemento.

Nel bar si stava ancora peggio. Niente aria condizionata. Sudore e odore di alcool in abbondanza. Mi venne la nausea quando entrai. Dovevo avere la faccia di un colore poco invitante perché mi offrirono da bere. Accettai una coca cola e chiesi se il Liscio era già arrivato.

-non ancora. Siediti a bere la coca e aspetta il tuo turno-

Peccato non averlo saputo prima. Non stava andando molto bene: l’effetto della droga tardava a svanire e mentre i minuti trascorrevano la sonnolenza aumentava. Il caldo, la mancanza d’aria e la penombra peggioravano le cose. Iniziai a pizzicarmi le cosce sotto al tavolo per evitare di assopirmi. Il dolore rallentò anche i capogiri. Alla nausea aveva provveduto la coca cola.

Infine arrivò, accompagnato da due montagne dall’aspetto truce. Dovevano essere nuovi perché non ricordavo di averli visti in precedenza.

Lo salutai alzandomi in piedi e mi rimisi a sedere in attesa di essere chiamato. Speravo di essere in fondo alla lista.

-prima tu-

Mi alzai nuovamente e lo seguii nel retro del locale. Le due montagne vennero con noi.

-che te ne pare della signora?-

Provai nuovamente la sensazione di disagio del giorno prima.

-mi sembra una persona seria. Spero non ci saranno problemi con i soldi-

-tutto qui?-

-abbiamo scambiato poche parole. Lo stretto necessario. Non poteva venir fuori un granché-

-non intendevo questo. Non me ne frega niente di cosa vi siete detti-

Non aggiunse altro. Toccava a me ribattere.

-be’ è una gran bella donna-

-bravo. Stalle dietro con le scadenze. Alla prima che salta voglio essere informato. Subito-

-certamente-

Il disagio aumentava a vista d’occhio. La nausea aveva ripreso a galoppare. E stavo sudando.

-vattene ora. E fatti una doccia. Puzzi-

Non dubitavo avesse ragione.

Tornato a casa mi feci un bel bagno. Poi mi feci di nuovo. Adesso non puzzavo più.

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