La morte arriverà sibilando dal nulla – IV puntata

I soldi per Margherita

Da Margherita tornai venti giorni dopo. Il caldo continuava ad essere soffocante. La camicia pulita era già fradicia. Attesi qualche istante prima di suonare il campanello. Nella penombra del pianerottolo stagnava un filo di frescura.

Venne ad aprirmi una ragazzina. Quindici anni più o meno. Forse meno. Gli stessi capelli, lo stesso ovale del volto. Ma gli occhi spenti e vacui. Le dissi chi cercavo. Mi rispose che la mamma sarebbe arrivata fra un momento.

-ma è in casa?-

-sì. Si sta rinfrescando-

Parlava a fatica, come se avesse un freno tirato da qualche parte dentro la bocca.

Non mi muovevo dalla soglia. Ruotò su se stessa con una goffaggine da vecchia. Vacillava. Allora la afferrai da sotto le ascelle e la aiutai a percorrere l’ingresso fino a un piccolo salotto squadrato. Stavo contravvenendo alle mie regole. C’era una poltrona vicino alla finestra su cui si lasciò cadere. Di fronte ve ne era un’altra. Mi ci sedetti io. Ansimavamo entrambi. Lei per la fatica e l’imbarazzo, forse. Io perché i miei ricordi si erano messi ad urlare senza preavviso. Nel mezzo di un torrido pomeriggio di giugno. Volevo farmi ma non avevo niente con me. Neanche un misero spinello. E, peggio che mai, ero pulito dalla sera prima.
Stavo sudando freddo e non ebbi la forza di alzarmi quando sentii una porta aprirsi.

Pochi passi portarono Margherita nel salotto. Aveva lo sguardo stanco. Si sforzò di sorridere.

-questa volta è entrato. Mi fa piacere-

Risposi con un cenno del mento, senza staccare gli occhi dalla ragazzina.
I ricordi galoppavano. Comparve il bosco in una mattina di ottobre. L’aria già fredda ma non ancora pungente. La luce traforata dall’ombra. Le impronte nette sul terreno molle di rugiada. L’arco in mano, la faretra alla cintura e l’eccitazione a ruota libera. Poi le sue mani  attorno alla testa. Premono sulle tempie come se dovessero scacciare qualcosa.
-papà?-
-mi fanno male gli occhi Matteo. Fra un attimo passa-

Offuscamento. Dolore. Buio.

-si sente bene?-

Puntai lo sguardo nella direzione della voce

-vuole bere qualcosa?-

-avete coca cola?-

-purtroppo no-

-acqua allora. Fredda-

Attesi che me la portasse in un bicchiere sbeccato e opaco ma pulito. Era gelata e la bevvi tutta in un sorso. Mi arrivò una morsa alla testa. Adesso mi sentivo più concentrato.

-va meglio?-

-sì-

Avevo fretta di andarmene

-ha i soldi?-

-non tutta la somma-

Mi alzai e gettai un’altra occhiata alla ragazzina. Feci per prendere qualcosa nella tasca destra del pantalone, anche se il coltello lo tenevo nell’altra.

-così non va bene-

Feci un passo verso la donna, poi un altro. La ragazzina provò a tirarsi in piedi ma una fitta di dolore la ricacciò sulla poltrona. Mi fermai. Margherita mi fissava. Sua figlia singhiozzava toccandosi il bacino.

-è uno spasmo tesoro. Passa presto-

-lo so che cosa è, mamma-

-cos’ha?-

-è malata-

-questo lo avevo capito-

-sclerosi multipla-

Avevo capito anche questo. Pur non essendo un medico.

-quanti ne mancano?-

Li stavo contando lentamente. Era una mazzetta di banconote decisamente sottile.

-ce ne sono più della metà di quanto richiesto-

-quanto di più?-

-poco-

-molto poco- avevo finito di contarli

-ora capisce a cosa servono-

-lo immagino. Ma a lui non interessa. Basta che quadri il totale-

-non quadra. Non questa volta. Quadrerà la prossima-

-bisogna arrivarci alla prossima-

-faccia quello che deve fare. Io devo curare mia figlia-

-per questa volta non farò nulla-

-grazie. Ma per i soldi?-

La ragazzina mi guardava. Aveva smesso di lamentarsi ma la fronte era imperlata di sudore.

-troverò il modo di coprirlo io l’ammanco-

-grazie-

-prego-

Speravo che il Liscio non mi avrebbe fatto venire il giorno stesso a consegnare la somma. Mi ci sarebbe voluto almeno tutto il pomeriggio per racimolare quello che mancava.

-al prossimo giro mi restituirà tutto-

-d’accordo-

-e non si azzardi più a…-

-farò del mio meglio-

-non basta-

-farò di tutto-

-neppure-

-non succederà più-

-così va meglio-

Mi sedetti nuovamente sulla poltrona e chiesi un altro bicchiere d’acqua. Altrettanto ghiacciato.

-e ora mi racconti di sua figlia-

Si chiama Lucia e di anni ne ha tredici. Ha contratto la sclerosi cinque anni fa, nella forma che chiamano recidivante-remittente. In pratica continua a peggiorare, anche se a volte sta meglio. Ci sono periodi in cui i sintomi si attenuano e altri in cui tornano peggio di prima.   E se ne aggiungono ogni volta altri. Una lenta discesa nel dolore, nell’incontinenza, nell’invalidità. Nella depressione. Una speranza di vita piuttosto breve. O forse troppo lunga.

Non lo so e non lo saprò mai perché adesso Lucia vive con il padre dopo quello che è successo a Margherita. Non ho idea di dove siano andati e lei non deve avere più nulla a che fare con me. A suo padre ho parlato una sola volta al telefono. Per ordinargli cosa fare.
Le auguro il meglio. Sta a lei capire in cosa consiste. E se esiste.

Me ne andai via un’ora dopo. Tornai a casa e ascoltai la segreteria telefonica. Nessuno mi aveva cercato. Potevo darmi da fare. Avrei controllato di nuovo nel tardo pomeriggio. Andai in camera da letto. Al centro della stanza c’è un tappeto. Lo spostai. Comparvero alcune piastrelle. Una era sconnessa. La rimossi. La mia scorta personale contava un numero di dosi sufficienti a coprire l’ammanco, se fossi riuscito a rivenderle come si deve. Con l’eventuale resto ci avrei comprato qualcosa dal Liscio. Giusto per evitare che si insospettisse.

Dovevo spostarmi in una zona della città che fosse fuori dalla sua portata, altrimenti mi avrebbe beccato subito a rivendere la sua roba. E avrei fatto la stessa fine di quella donna. Ficcai il contenuto in uno zaino e mi lanciai nuovamente nel caldo.

Erano da poco passate le due e la città sembrava sfatta. L’asfalto ti prendeva l’impronta ad ogni passo. Mi infilai in metropolitana e scesi parecchie fermate dopo. Mi trovavo in un quartiere che ha la meritata fama di essere piuttosto degradato. Poco lontano dalla fermata c’è un piccolo parco frequentato dalla gente giusta. Parecchi ragazzini ben forniti di soldi e sprovvisti di domande. Comprano in fretta e spariscono. Ne erano passati un bel numero quel pomeriggio e così mi trovai ben presto le tasche sufficientemente piene.

Tornai a casa e controllai di nuovo la segreteria.

Questa volta il Liscio si era fatto sentire. Guardai l’orario del messaggio. Ero in ritardo di due ore.

 

 

Sono tornati indietro, al luogo dell’agguato. Hanno deciso di nascondere le carcasse dei cani.

Siccome non hanno con sé alcun attrezzo utile, se li sono caricati sulle spalle. Antonio il più piccolo, Mario l’altro. Sono trascorse due ore da quando li ho abbattuti e il sangue ormai si è rappreso. Possono camminare senza lasciare tracce troppo evidenti. Io li seguo, in silenzio. Procedo dietro di loro mentre arrancano in salita. Mi basta l’odore di morte per non perdere le tracce, quindi posso mantenermi a una buona distanza. Sono quasi le quattro nel pomeriggio e nel bosco regna un silenzio di foglie immobili. C’è una luce ritagliata nell’ombra che confonde. Chiazze frammentate che non indicano alcuna direzione.

Il bosco si perde sempre dentro se stesso. E tu ci sprofondi anche se conosci la strada. Ti possono pure essere familiari gli alberi. Uno ad uno. Ma insieme creano qualcosa che ti accetta. Ma non ti accoglie. È un regno autosufficiente con le porte sempre socchiuse. E noi violiamo la sua oscurità. E la sua oscurità ci inghiotte.

Stanno attirando nugoli di mosche. Lo squarcio delle ferite, per quanto piccolo, è un banchetto invitante. Li sento imprecare. Sembra non sappiano fare altro. Mi piacerebbe lasciarli qui a cercarmi. Non mi troverebbero mai. E io potrei guardarli mentre impazziscono a poco a poco. Costretti ad ammazzarmi o a lasciarci la pelle. Chissà quanto ci impiegherebbero a darsi per vinti e a cadere in disperazione. Forse arriverebbero ad uccidersi a vicenda. Divorati dalla follia del bosco. Spenti dalla sua ombra.

Sta succedendo qualcosa che speravo con tutte le forze non accadesse. Non voglio altro sangue che il loro. E il mio se le cose dovessero andare male. Invece qualcuno si sta avvicinando da monte. Si sente un rumore di carta stracciata. Sono le foglie secche che vengono calpestate. Un suono attutito. Per la distanza. Ma anche per la leggerezza del passo. Non può essere un animale: la cadenza è quella di un bipede che si muove in fretta. Non sento rumori di rami spostati e rilasciati. Qualcuno di bassa statura.

Un bambino probabilmente.
Sa camminare nel bosco. Avanza veloce ma non ruzzola. Il crepitio è regolare e netto.
Senza incertezze.
Sempre più vicino.
Se li incrocia lo ammazzano. Trovare una soluzione alternativa sarebbe troppo faticoso. Troppo poco abitudinario.
Non ho idea di cosa ci faccia qui un bambino, o una bambina. Pensavo non ne fosse rimasto più nemmeno uno. Ma il punto è che devo salvarlo. Nessun morto per causa mia. Nessun altro.

Sto riducendo la distanza. Le mosche continuano a ronzare accanite, ma anche loro devono aver sentito qualcosa. Si sono fermati. Sono così immobili che sembra non respirino neppure. Ora sanno qual è il rumore che fa un coniglio e non assomiglia per niente a quello che si sta avvicinando. Si guardano. Il problema è molto semplice: i cani. Si trovano in un punto dove non ci sono cespugli nel sottobosco. Solo foglie secche, piccoli rami e insetti.
Non possono nasconderli. E non hanno tempo per allontanarsi. I passi da monte scendono troppo veloci.

Mi sono fermato anche io. Ho valutato la distanza e ho regolato il mirino sul pin corretto. Ho aggiustato la potenza del tiro ruotando il regolatore. Ho estratto una freccia e l’ho incoccata sul rest, assicurandola al sistema di sgancio. Ho guardato attraverso la visette. Un tiro maledetto.
Quasi impossibile. Campo sporcato da almeno una decina rami. Bersagli immobili ma poco visibili. Possibilità di andare a centro due volte di fila praticamente nulla.
Il rumore delle foglie calpestate aumenta di volume. È ancora più urgente. Sembra diretto ad una meta precisa. Con determinazione.

Provo a spostarmi in un punto più favorevole. La visibilità migliora, ma di poco.
Guardo verso monte e lo vedo. Un ragazzino sui dieci anni con scarponi da montagna e calzettoni rossi. Indossa una canotta bianca ed è biondo. Incredibilmente biondo e chiaro di carnagione. Canticchia qualcosa mentre guarda in basso davanti a sé.

Sposto lo sguardo e osservo loro. Si è sentito un tonfo. Poi un altro subito dopo.
Hanno gettato per terra i cani e stanno estraendo i revolver. Li tengono puntati in due direzioni leggermente divergenti. Un cono di fuoco pronto ad esplodere.

Sollevo l’arco e tendo la freccia tirando la corda fino in fondo. Accosto un occhio alla visette e chiudo l’altro. Scelgo Antonio, come avevo fatto per i cani.
Una decina di metri ancora e avrà inizio la carneficina.

Rilasso le spalle. Pianto bene le gambe e inchiodo il collo.
Sono tutt’uno con la mia arma.
Sono il bosco. La sua luce e la sua ombra. Entrambe invisibili.
La morte arriverà sibilando dal nulla. Una volta e una seconda.
E forse ci sarà salvezza.

Otto metri al massimo. Lo hanno visto. Puntano i revolver.
Lui continua a canticchiare come assorto. E avanza.

-THOMAS KOMM HIER!!!  THOMAS!!!-

Si blocca. La voce ha spento l’interruttore del movimento e forse anche quello dei pensieri.
La testa si gira in direzione del richiamo.
Un bel tratto più a monte compare il profilo di una donna. Esile, biondissima e chiara di carnagione.
Ripete il comando. Non è allarmata. Solamente esasperata.

-Ich…- abbozza il ragazzino

-KOMM HIER!!!-

-ja ja. Einverstanden-

Inverte la marcia e comincia a risalire.
Di fianco alla donna adesso c’è anche un uomo.
Attendono spazientiti. Turisti capitati qui per puro caso. Forse lontani parenti di emigrati.
Da poco più a valle arriva un fruscio udibile a stento. I revolver sono stati riposti nella fondina.

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