La morte arriverà sibilando dal nulla – X puntata

L’appartamento era tutto sottosopra. Chi era venuto a prelevare Margherita aveva frugato dappertutto. Forse alla ricerca di soldi. Forse solo per il gusto di profanare la proprietà altrui. L’esistenza altrui.
Il cassetto del comodino era stato divelto. Il contenuto rovesciato sul letto.
Il foglio su cui avevo scritto il nome del paese e come raggiungerlo era scomparso.
Maledizione.
Quando spalancai la porta del bagno la vidi. Se ne stava immobile, seduta dentro la vasca da bagno. Dal bordo sporgeva solo la testa, ma era di spalle e non ne riuscivo a scorgere il volto.
Rimasi paralizzato alcuni istanti, incapace di parlare. Poi lo feci, perché non c’era tempo da perdere.
-Lucia?-
Nessuna risposta. I capelli rimanevano immobili. Il rumore che proveniva dalla strada non mi permetteva di percepire il suo respiro. Sempre che stesse respirando.
La chiamai ancora. Attesi una frazione di secondo e poi mi mossi.
-dov’è la mamma?-
La voce uscì affaticata. Raschiava l’aria. Feci un altro passo. Apparve il suo volto. Guardava il vuoto. Lunga distesa dentro la vasca.
-Lucia, sono Matteo. Ascolta: dobbiamo…-
-dov’è mia mamma?-
Parole come cocci di vetro calpestati.
-te lo dirò. È una promessa. Ma non adesso-
-perché-
-perché adesso dobbiamo andarcene da qui. Subito-
-perché-
-ti dirò anche questo quando saremo lontani-
-non me la sento di alzarmi. Non ho la forza di farlo-
-devi. Adesso. Ti aiuto io-
-mi fanno male gli occhi. Mi fa male la testa. Sento le scosse nella schiena. Non ce la posso fare a camminare-
La presi fra le braccia e la sollevai. Era leggera come una sposa.
La portai così giù dalle scale, ma poi non ebbi la forza di proseguire. La feci sedere ai piedi del portone e le dissi di aspettarmi.
Corsi a cercare un taxi: ne trovai uno in attesa qualche centinaio di metri più in là. Tornammo indietro e la caricammo.
Sudava freddo, ma ora non guardava più il vuoto. Guardava me e attendeva delle risposte.
-dove dobbiamo andare?- mi chiese il tassista
-si diriga dove preferisce. Sarò io a dirle quando fermarsi-
Ingranò la marcia e partì.
-perché?-
-non ancora, Lucia.
Le accarezzai la fronte e lasciai che si appoggiasse alla mia spalla.
La città filava dietro di noi, appiccicosa e sporca.

Quando fummo abbastanza lontani feci cenno all’autista di fermarsi. Pagai la corsa e scendemmo. Annotai mentalmente il nome del comune in cui ci trovavamo. Uno dei tanti dell’hinterland.
-te la senti di camminare adesso?-
-dove stiamo andando?-
-a cercare una cabina telefonica-
-d’accordo. Vengo con te-
Faceva un caldo insopportabile e non c’era quasi nessuno in giro.
Alla fine raggiungemmo la piazza centrale. Era deserta, ma in un angolo c’erano due cabine.
Entrammo in quella più vicina. Inserii un paio di gettoni e puntai lo sguardo su Lucia.
-mi serve il numero di tuo padre-
Me lo diede, rinunciando a chiedermi perché.
-pronto?-
-parlo con il padre di Lucia?-
-Lei chi è?-
-non ha importanza. Allora?-
-sì sono io. È successo qualcosa?-
-Sì, ma ora non ho tempo di spiegarglielo. Lo farà sua figlia. È qui con me. Sta bene-
-dove siete?-
Glielo dissi, specificando anche il nome della piazza.
-la venga a prendere subito. Io posso rimanere con lei un quarto d’ora. Ma poi devo andarmene via-
Ci fu qualche istante di silenzio. Poi si sentì rumore di carte e cassetti. Probabilmente stava cercando un atlante stradale.
-ehi, ma è un po’ lontano da qui! Non so se…-
-allora si muova!-
-sto uscendo-
-aspetti: devo dirle ancora una cosa. La più importante-
-dica-
-una volta presa sua figlia, sparite da qui. Andate dove volete ma non dite a nessuno dove. Più lontano sarà più sicuri sarete. Meglio se all’estero. Almeno per un po’. Per un bel po’-
-ma…-
-niente ma. Non c’è tempo-
Riappesi e mi voltai.
I suoi occhi non ammettevano ulteriori ritardi.
-adesso ti dirò tutto, Lucia. Poi non mi vedrai mai più-
-va bene. Ti sto ascoltando-
Lo feci. Le dissi tutto. Poi le chiesi di dimenticarmi.
Ma non di perdonarmi.

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