La morte arriverà sibilando dal nulla – V puntata

I soldi per il Liscio

Con il mio primo cinghiale le cose sono andate in modo decisamente diverso. Di anni ne avevo tre in più ed ero diventato più forte. Tiravo più lontano e con maggiore potenza. Anche la mia precisione era migliorata a forza di abbattere conigli. Avevo perfezionato la capacità di appostarmi senza essere visto, di scegliere il punto più favorevole per scoccare. Ero in grado di seguire le tracce dell’animale ferito nei pochi casi in cui il colpo non si fosse rivelato fatale.

Ma un cinghiale è un’altra cosa. Diventa cattivo e fa male. Se ti carica come si deve ti può spedire all’altro mondo. Magari con un bello squarcio in qualche organo vitale o in qualche arteria principale. Ha una regola di sopravvivenza che prevede la tua morte. E da queste parti i cinghiali sono grossi. E veloci. Ci odiano e sanno come ucciderci.

Mio padre aveva una lunga cicatrice sulla coscia destra. All’interno, vicino all’inguine. Un ricordo biancastro e frastagliato di un appostamento finito male. Quando la bestia si era accorta di lui (si era nascosto in mezzo a un cespuglio) era partita alla carica. Aveva scoccato lo stesso ma la freccia, tirata troppo da vicino e con il bersaglio frontale, era rimbalzata sulla fronte provocandogli solo un modesto taglio.

E questo lo aveva fatto infuriare ancora di più. Aveva affondato con precisione: tutte e due le zanne dentro la carne. E aveva strattonato, lacerando i tessuti ma senza ledere l’arteria. Mio padre non si perse d’animo. Estrasse il suo coltello e riuscì a conficcarglielo in un occhio. Alla fine il cinghiale fuggì e lui sopravvisse. Ma la ferita ci mise un bel po’ a guarire.

Era il 1941, dieci anni esatti prima della mia nascita, e di medici in paese non ce ne era neppure uno. Per farlo venire qui un medico dovevi andarlo a cercare nella cittadina più vicina, che dista una ventina di chilometri. Quando lo videro arrivare a casa quasi strisciando, capirono subito cosa era accaduto. Attorno alla coscia aveva avvolto la camicia riducendola ad uno staccio sanguinolento. Il dottore arrivò, alla fine, ma ci volle quasi un’ora. Anestetici non ne aveva e mio padre venne ricucito a secco. Gli occorse quasi un mese per rimettersi in piedi.

Mi raccontò la vicenda nei minimi dettagli il giorno in cui ci incamminammo verso il bosco. Voleva che non prendessi la cosa sotto gamba.

-se qualcosa va storto, Matteo, scappa. E non fermarti-

-e tu?-

-io so usare il coltello meglio di te- mi sfiorò una guancia con la mano dura e callosa.

I piccoli sassi sotto gli scarponi sembravano gemere per il nostro peso. Eravamo ancora sulla strada, ad un discreto numero di curve di distanza dalla nostra casa. Sotto, il paesaggio si apriva come fosse caduto dal cielo per conficcarsi sul versante. Alberi, prati verdi e gialli e la strada come una serpe lunghissima e immobile. Spire e spire di tornanti e brevi rettilinei dal colore indefinibile. Un po’ terra un po’ pioggia.

-se non ti senti pronto torniamo indietro. Non è davvero un problema-

-sì invece- levai in alto lo sguardo e lo fissai. Il sole mi abbagliava nascondendo la paura nei miei occhi. Ma non l’eccitazione per una grande impresa.

-bene. Allora è arrivato il momento di entrare-

Serrai le palpebre e le riaprii dopo qualche passo. Mi ritrovai nella penombra.

Seguimmo un sentiero che scendeva dolcemente verso valle in mezzo ad un mare di cespugli di mirtillo e foglie secche pressate l’una sull’altra. In lontananza si udiva il soffio del ruscello che avremmo attraversato di lì a poco. Dopo, il sentiero iniziava a salire e il bosco diventava più fitto. L’ombra e il silenzio più intensi. I nostri passi risuonavano più forte. Si sentiva il rumore di cose in movimento sotto le foglie e in mezzo ai cespugli.
Infastidite ed invisibili scattavano lontane da noi.

Mio padre si era sempre rifiutato di utilizzare un cane da caccia. Rendeva le cose troppo facili secondo lui. Ti toglieva tutto il bello che viene prima del momento in cui scocchi la freccia. Conoscere bene il territorio e le abitudini degli animali, trovare e seguire le tracce, avvicinarsi in silenzio. Per lui la caccia non era un passatempo. E neppure un rito. Aveva un valore per la sua stessa vita.

-è una scheggia di infinito-

Me lo ripeteva spesso. Ma io non capivo.
Ero un bambino.
Poi divenni un ragazzo. Poi lui morì. E io non avevo ancora capito.

Continuammo a salire per un bel pezzo procedendo in diagonale. Qualche scorcio di cielo si apriva a tratti fra gli alberi che si andavano diradando. Riconobbi il punto in cui ci trovavamo. A breve avremmo raggiunto la cima. Da lì parte un’ampia area a prato che ricopre il primo tratto del versante opposto. Capii che era quello il posto in cui ci saremmo appostati. E ne ebbi conferma.

-passano spesso di lì i cinghiali-

-non me lo avevi mai detto-

-perché non volevo venissi qui da solo. È pericoloso-

-e perché gli piace tanto questo prato?-

-perché è molle e facile da scavare. E i cinghiali amano passare le ore di luce dentro le buche chi si scavano-

-allora potrebbero essercene parecchi lassù-

-c’è il rischio in effetti. In quel caso aspetteremo. Se ci andrà male torneremo a casa senza aver combinato nulla-

-quanto potremo aspettare?-

-finché rimaniamo sotto vento. Se gira ce ne dovremo andare-

Fummo fortunati. In prossimità del prato ci arrestammo e salimmo ognuno su un albero.
In mezzo alla distesa verde scodinzolava un grosso esemplare di maschio anziano. Dalla buca che si era preparato spuntavano la coda e la testa. Due coppie di zanne lunghe e affilate. Quelle superiori, a occhio, sfioravano i trenta centimetri.

Feci per incoccare e guardai mio padre. Mi bloccò con un gesto. Muovendo le labbra senza parlare mi fece capire che dovevo aspettare che la bestia si alzasse per avere una visuale ottimale. Approfittai dell’attesa per controllare di aver regolato correttamente il mirino.
Poi restai immobile ed attesi. Sul prato friniva un’immensità di cicale. Avrebbero coperto il rumore nel momento di uccidere.

Finalmente si mosse. Probabilmente per abbeverarsi al ruscello che attraversava il prato poco più sopra. Si tirò su ed annusò l’aria. Poi cominciò ad avanzare poggiando bene tutti e quattro gli zoccoli sul terreno.

E mi offrì il fianco.

Incoccai, presi la mira e sganciai la freccia dal loop. Sibilò sopra il prato e attraversò il canto delle cicale. Si conficcò, ma nel punto sbagliato. Troppo lontano dal cuore.

La bestia emise un gemito acuto, rizzò la criniera e spiccò un balzo per il dolore, la sorpresa e la paura. Non vedeva nessuno. Non sentiva nessuno. Non riusciva ad annusare nessuno.
La sua furia girava a vuoto come un motore in folle.

Partì una seconda freccia che lo uccise all’istante. Era già indebolito dal primo colpo.
Il secondo, preciso come il tiro di un cecchino, non gli aveva lasciato scampo.

Lo aveva scoccato mio padre.

-ti ho osservato. Hai avuto troppa fretta. Ti sei fidato troppo della tua bravura. Ogni volta che prendi la mira devi pensare di non averlo mai fatto prima-

Aveva perfettamente ragione. Non ero stato abbastanza umile.

-la prossima volta tira meglio. Sei in grado di farlo-

Legammo il cinghiale per le zampe ad un grosso ramo. Giovane, flessibile e robusto.

La bestia pesava un accidente.

Voltammo le spalle alle cicale che continuavano a frinire indifferenti.

Arrivai a casa stremato dalla fatica.

 

 

Le dita del Liscio scivolavano velocissime sulle banconote. Un colpo di indice e a seguire uno di pollice della mano opposta. Come se stesse lavorando a maglia. Di solito qualcun altro provvedeva a verificare le somme per lui. Ma a questa doveva tenerci particolarmente.

Quando ebbe terminato allungò il rotolo a un suo scagnozzo che lo ripose nella cassaforte a muro della stanza. Faceva un caldo insopportabile là dentro. Eppure lui non sudava.
Neppure una goccia sul cranio completamente calvo.

-ci sono tutti-

Sembrava deluso. Ma non aggiunse altro.

Feci per andarmene.

-aspetta-

Mi inchiodai e ruotai su me stesso. Gli ero di nuovo di fronte. Mi scrutò per qualche istante. Mi sforzai di reggere lo sguardo. Per mia fortuna ci riuscii. Ero già sudato: non dovette notare la differenza, sperai.

-hai scoperto a cosa le servono i soldi?-

-no, abbiamo parlato poco- mi asciugai la fronte con un lembo della maglietta. Non avevo altro sottomano

-di cosa?-

-non ricordo…-

-sforzati-

Mi fece segno di sedermi. Obbedii.

-le ho chiesto subito la somma-

-questo lo davo per scontato. Continua-

Non mi veniva in mente nulla. Non volevo dirgli di Lucia.

Protese la faccia sul tavolo, verso di me. Ne percepivo l’alito denso.

-del gatto. Abbiamo parlato del gatto. Ha un gatto-

-parlato di cosa del gatto-

-niente di che. Le ho chiesto come si chiama-

Mi resi conto di aver inventato la più idiota delle balle. Idiota e pericolosa.

Troppo tardi.

-e come si chiama?-

-Teo- questa la avevo sparata alla svelta. Speravo di essere stato convincente. E che non mi chiedesse di descriverlo.

Sembrò accontentarsi.

-poi?-

-poi nient’altro. Lo sai che non amo entrare nelle case degli altri. Ho visto il gatto passare, le ho chiesto il nome, ho salutato e me ne sono andato-

Soppesò le mie risposte. Nei suoi occhi si accese e scomparve un lampo come il riflesso su uno strato di ghiaccio. Poi ripresero il loro solito colore: un azzurro quasi trasparente.

-va bene. Ora puoi andare-

-grazie. Ti dispiace se prima faccio un po’ di spesa?-

-fatti pure quanto vuoi. Basta che continui a lavorare come si deve-

-certamente-

-allora ricordati di non tardare mai più quando ti faccio chiamare-

Annuii docile come un bambino e passai nella stanza a fianco.

-la solita?- mi domandò una donna che avevo già visto molte altre volte ma alla quale non avevo mai chiesto il nome. Il disinteresse era assolutamente reciproco.

-sì-

-quanta te ne serve?-

Calcolai quanto mi era avanzato dalla vendita pomeridiana e glielo comunicai. Estrasse da un cassetto una bilancia di precisione e pesò la roba. Esatta al milligrammo.

Pagai e finalmente lasciai il locale.

Camminavo lentamente. Ero talmente teso che non avevo neppure voglia di farmi. Avevo già abbastanza adrenalina nel sangue. Inutile spararci dentro qualche altra sostanza.

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