La morte arriverà sibilando dal nulla – VI puntata

Il Liscio è un maledetto criminale

Un uomo privo di qualsiasi pietà. Per non parlare degli scrupoli. Ma gli manca qualcosa di fondamentale per poterlo definire un criminale perfetto: l’aspetto. Niente tatuaggi, almeno in vista. Un fisico magro, quasi gracile, nascosto da camicie di almeno due taglie più grandi. Merce di poco prezzo che tiene sempre abbottonata fino al collo e ai polsini, da cui spuntano mani bianche e non troppo sporche. Testa piccola, senza neppure un capello. Viso asciutto che ricorda qualcosa di un bambino. Forse anche perché è totalmente glabro.

Tutta la sua forza e la sua spietatezza fuoriesce dagli occhi senza profondità. Ti inchiodano, ti assolvono e più spesso ti condannano prima ancora che lui abbia aperto bocca. Occhi che riflettono e risucchiano senza vibrare più di un millimetro. Hanno qualcosa di inumano che abbaglia come un faro e non resta che rimanertene immobile sperando che non ti investano.

Non sono riuscito a scoprire molto del suo passato. E mi sono ben guardato dal fare troppe domande. Il Liscio è arrivato in questa città una quindicina di anni fa, verso il 1965.
Pare fosse già un criminale affermato. Forse ha dovuto cambiare piazza a causa di qualche problema. Forse voleva esplorare un nuovo territorio. Fatto sta che qui ha prosperato. Un buon quarto della città è in mano sua. Droga e usura soprattutto.

Attività al dettaglio sui piccoli pesci facili da maneggiare e da gettare nello scarico quando smettono di mangiare. Soldi facili da ripulire. Poveracci che puoi convincere a pagare cavandotela con qualche costola rotta e poco di più o che possono sparire senza troppe difficoltà e complicazioni se le cose non si aggiustano in tempo. Come la spacciatrice che faceva la cresta.

Perché anche i suoi collaboratori il Liscio li sceglie perlopiù fra i reietti.
Altrimenti non mi avrebbe preso a lavorare per lui.

Poi c’è la sua cerchia fidata, ma quella è tutta un’altra categoria. Uomini, e qualche donna, fatti della sua stessa pasta. Una selezionata comunità di simili che lo aiutano a portare avanti le attività. A cui delega compiti importanti. Ma mai alcuna decisione. Quelle spettano solo a lui. Sempre e senza eccezioni.

Non so come faccia a reclutare i suoi campioni, ma ricordo benissimo come ha fatto a reclutare me. Accadde dieci anni fa, nel dicembre del 1970. Mio padre era morto a febbraio, io avevo compiuto diciannove anni a marzo e mi trovavo in città da aprile. Vale a dire che mi stavo facendo da ormai otto mesi. I soldi per le dosi me li guadagnavo consegnando pizze a domicilio per un negozio che si trova nella zona del Liscio. Facevo il turno di notte perché preferivo spararmi la roba di mattina. Mi rilassa di più e mi fa pensare di meno. Sono un tossico sistematico ma non all’ultimo stadio. Mi faccio più o meno due volte la settimana di sostanze a buon mercato. Posso arrivare a quattro nei periodi particolarmente bui. Il che significa che, normalmente, con quello che guadagno sono in grado di procurarmi altre cose oltre gli stupefacenti. Come ad esempio un buco di appartamento e del cibo mediamente scadente.

Quello era un periodo particolarmente buio.

Avevo appena staccato e stavo tornando a casa. Abitavo lì vicino. Volevo farmi ma ero a quasi a secco. Raggiunsi il luogo che il mio spacciatore bazzicava di solito la mattina presto. Un vicolo appartato e poco illuminato in mezzo a due vie più larghe. C’erano delle impronte sulla neve caduta durante la notte. Le riconobbi e mi sentii fortunato.

Chiesi la minima dose sufficiente per il mio organismo. Mi guardò un po’ sorpreso ma mi rispose che andava bene e di aspettarlo lì mentre andava a procurarsi la merce. Poi tese la mano per prendere i soldi; in anticipo come sempre. Li contò e li trovò ben lontani dall’essere sufficienti. Allora cambiò il comando e mi disse di seguirlo. Calcai le mie impronte dietro alle sue per qualche centinaio di metri. Raggiungemmo il locale. I vetri erano tutti appannati per la condensa. Sembravano occhi ciechi nel buio pesto.

Entrammo e venni condotto dal Liscio. Stava parlando con un suo uomo e ci fece segno di aspettare. Rimanemmo entrambi immobili e silenziosi. La faccenda non durò molto: gli consegnò una mazzetta di banconote, poi un’altra ed un’altra ancora. Di ognuna spiegò la provenienza, ma utilizzava una specie di gergo in codice e quindi non capii un granché di come e da chi se le fosse procurate. Terminato, venne congedato con un cenno del capo. L’uomo indossò un giaccone vistoso e uscì.

-perché sei qui?- domandò allo spacciatore

Glielo disse.

Il Liscio spostò lo sguardo su di me. Sembrava si fosse accorto solo in quel momento della mia esistenza. Mentre mi osservava le sue labbra si mossero: stava sorridendo. I suoi occhi avevano luccicato per un istante. E io avevo paura.

Mi indicò una sedia. La afferrai. Poi indicò il centro della stanza. Ce la portai.

-siediti-

Lo feci.

A quel punto lo spacciatore si mosse. Si mise alle mie spalle e mi torse le braccia dietro lo schienale. Guardai perplesso il sorriso del Liscio: non si era spostato di un millimetro. La sua gamba invece sì. Mi sferrò un calcio con le scarpe pesanti che indossava. Una costola si spezzò come un ramo secco. Mi contorsi per il dolore ma non riuscii ad urlare. Ero troppo terrorizzato.

-non faccio credito a nessuno. E nessuno si deve azzardare a chiedermelo-

Annuii. Speravo che come risposta fosse sufficiente. Mi sentivo svenire.

-come ti chiami?-

-Matteo- sussurrai sudando freddo

-non ho sentito-

Glielo ripetei.

-bene Matteo. Normalmente non te la caveresti con così poco, ma forse mi potrai essere utile. Ti propongo uno scambio. Le altre tue costole in cambio di una mattinata di lavoro per me-

Detti un colpo di tosse. La fitta fu allucinante.

-lui -proseguì indicando lo spacciatore- mi serve per sbrigare un’altra faccenda. Prendi tu il suo posto. Se a mezzogiorno avrai venduto abbastanza roba non te ne romperò altre. Se ne avrai piazzata un bel po’ in più, quello che avanza sarà per te. Gratis. Se invece…-

Non concluse la frase. Il sorriso gli rispuntò sulla faccia.

-d’accordo -mi affrettai a rispondere- ma come faccio a sapere quando ne avrò venduta abbastanza?-

-lo deciderò io a mezzogiorno in punto. Non un secondo più tardi, o le tue costole salteranno comunque-

Mi era tutto molto chiaro. Mi alzai masticando un’imprecazione nella mente. Guardavo in basso. Non ero in grado di sostenere il suo sguardo.

-vado-

-ricordati di tornare o ti ammazzo. E non sarà una morte indolore-

Me la cavai bene. Salvai le costole e vinsi qualche dose premio.

Spacciare sembrava rendere molto meglio delle consegne a domicilio. Chiesi se potevo continuare a lavorare per lui.

Me lo concesse, ma mi assegnò ad un altro incarico.

-sembra che tu ci sappia fare, ma di uomini che smerciano ne ho già fin troppi. Sei ben piazzato e sembri robusto. Andresti meglio per fare altro-

Mi disse cosa. Accettai. Non suggellammo l’accordo con una stretta di mano. Mi concesse solo un altro dei suoi sorrisi. Gli occhi ebbero un guizzo.

Proprio come quello di qualche minuto fa.

La scintilla di chi ha intuito. Di chi capisce e decide.

Uno sguardo di cui avere paura.

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