La morte arriverà sibilando dal nulla – VII puntata

La terza fu la volta decisiva

Quando le cose cambiarono per davvero. E iniziarono a precipitare. Che così non sembrasse non è una giustificazione. Conoscevo abbastanza bene il Liscio da capire. Lui conosceva me abbastanza bene da capire. Lui aveva capito. Io avevo finto di no. E me ne ero andato cercando di non dare troppo peso al lampo che si era acceso nei suoi occhi. Di non attribuirgli il significato che sapevo aveva.

E venne il momento in cui incontrai di nuovo Margherita. Avevo avuto l’ordine di presentarmi dal Liscio subito dopo aver riscosso la rata. Per sicurezza mi ero procurato una bella somma qualche giorno prima così da coprire un eventuale ammanco. Quella volta non ce ne fu bisogno. Aveva racimolato l’intera cifra. Quindi potei filare diritto da lui una volta terminata la visita.

Il problema fu quello che accadde durante.

Non mi faccio mai quando lavoro. Sarebbe troppo rischioso se, come mi è capitato qualche volta, devo passare alle maniere forti. Il Liscio ha ragione riguardo al mio fisico: sono ben piantato, muscoloso e sufficientemente alto. Ma non sono certo un bestione. Per fare paura mi serve la cattiveria e la droga me la demolisce tutta come si spappola un budino. Me la riesco a cavare solo se sono pulito.

Ma quel giorno mi feci. Roba leggera, niente che faccia sballare come si deve. Ma sufficiente a rendermi le cose un po’ più semplici per qualche ora. Non avevo esagerato, perché dal Liscio volevo arrivarci perfettamente lucido. Giusto nel caso avessi dovuto inventarmi qualche altra balla o nuovi animali immaginari.

Però ne avevo bisogno per entrare di nuovo in quella casa. Per affrontare Lucia e i ricordi che sprigionava nella mia testa. Le immagini nitide che non ero ancora in grado di sopportare. Nonostante gli anni trascorsi. Nonostante tutto quello che mi ficcavo in circolo per farle sbiadire almeno un po’. Nonostante la solitudine e l’abitudine.

Bussai e attesi. La penombra del pianerottolo sembrava più leggera. Il caldo più distante. A parte il ronzio delle mosche non si muoveva un suono.

Venne ad aprirmi Margherita. Sua figlia non c’era. Quel giorno lo avrebbe trascorso con suo padre. Seppi in seguito che erano separati da cinque anni e che anche lui era a corto di soldi. Costantemente. Viveva dalla parte opposta della città e vedeva la ragazza un paio di volte a settimana. Peccato non averlo saputo prima: avrei evitato di farmi. La prossima volta mi sarei informato meglio sul loro calendario familiare.

Mi propose di sedermi. Accettai volentieri: l’assenza della ragazza mi faceva sentire rilassato. E poi non avevo nessuna voglia di tornare dal Liscio. Chiesi da bere dell’acqua; mi offrì un bicchiere di vino bianco. Declinai. Lei se ne servì un calice quasi pieno e mi si sedette di fronte. Per qualche minuto rimanemmo in silenzio, ognuno alla prese con la sua bevanda. Ci stavo volentieri lì, anche se ancora non me ne era chiaro il motivo.

Posai il bicchiere sul tavolino. La condensa ne faceva sudare il vetro. Sulla superficie del mobile si andava formando un piccolo anello di acqua.

Fu lei a parlare per prima.

-come si sente oggi?-

-meglio della volta precedente-

-Lucia ha detto di salutarla-

-d’accordo. Ricambi pure da parte mia-

-vuole i soldi?-

-ci sono tutti?-

-questa volta sì-

-anche quelli che mancavano il mese scorso?-

-sì-

-allora non ho fretta. Può portarmeli anche dopo-

Bevvi un altro sorso d’acqua.

-d’accordo. Neppure io ho urgenza di uscire. Andrò a prendere Lucia non prima delle otto-

Le chiesi dove fosse. Me lo spiegò.

-lei ha figli?-

-no. Vivo solo-

-un po’ la invidio. Senza è tutto più semplice-

-mi fido-

-e meno costoso…-

Scosse leggermente la testa. I capelli crearono un’onda che le cavalcò la nuca e poi scomparve.

Sorseggiò il suo vino osservandomi con gli occhi semichiusi mentre reclinava piano il capo all’indietro. Posò il bicchiere di fianco al mio. I due anelli di acqua si sfiorarono.

-posso farle una domanda?-

-ci provi-

-come ha fatto l’altra volta?-

-fatto cosa?-

-con i soldi che mancavano-

Ponderai se inventarmi che il Liscio aveva deciso di essere clemente per una volta. Scartai l’ipotesi. Troppo inverosimile. La verità risultava decisamente più credibile.

-ce li ho messi io-

-perché?-

-questa è un’altra domanda-

-ne ho fatte troppe?-

-forse ha fatto quella sbagliata-

-cambiamo argomento allora-

-aspetti. Ho detto forse…-

-da cosa dipende?-

Si era alzata in piedi senza preavviso. Mi aveva colto di sorpresa. Fece un passo e poi si accucciò. Il suo volto era a pochi centimetri dal mio. Aveva il respiro dolce dell’alcool. La pelle emanava un profumo che non conoscevo.

-me lo aspettavo diverso uno che fa il suo mestiere-

-devo estrarre il coltello?-

-probabilmente dovrebbe. Ma non lo farà-

-ne sembra certa-

-lo sono-

-come se lo aspettava uno che fa il mio mestiere?-

Era molto bella. E dentro all’ombra dei suoi occhi ne vedevo la disperazione. Che aveva un volto e un nome.

-non certo come uno che vuole sapere di quale malattia soffra mia figlia. E non certo come uno che copre i miei debiti-

Compresi finalmente perché non volevo andarmene: per la prima volta da quando era successo sentivo il bisogno di raccontarlo a qualcuno. Volevo raccontarlo a lei. A Margherita.

A parte riscuotere i soldi del Liscio, non ero venuto per lei. Ero venuto per me.

-tutto accadde all’improvviso. Ci piombò addosso-

-di cosa sta parlando?-

-della malattia che ha sua figlia-

-mi spiace, non immaginavo che anche…-

L’ombra dei suoi occhi si fece ancora più scura. Un altro nome, un altro volto. Ne avrebbe fatto volentieri a meno.

-non io-

-chi allora?-

-mio padre-

-è vivo?-

-no-

-quando?-

-dieci anni fa-

-come?-

-ha deciso di non essere più malato. Mi ha chiesto di dargli una mano. L’ho fatto-

-lo ha…-

-no, ma non gli ho impedito di farlo-

-ha lasciato che si suicidasse?-

-era mio padre. L’unica persona che abbia potuto amare. Non potevo comportarmi da egoista-

-quanti anni aveva quando è successo?-

-diciannove-

-pochi-

-abbastanza per comportami da uomo. Abbastanza per permettere a lui di farlo-

-a vedere come si è ridotto adesso non mi pare che le cose siano andate nel migliore dei modi-

Aveva capito che ero fatto e che mi facevo regolarmente. Evidentemente non doveva essere difficile.

-sarebbero finite male comunque. Non avrei superato la sua morte in ogni caso. Che sia avvenuta per scelta piuttosto che per il progredire della malattia non fa differenza. Lui è andato e io mi sono spento-

-racconti. Se le va-

-non è una bella storia-

-non lo è neppure quella di Lucia-

Con un sorso mi scolai il resto del bicchiere. Lei fece altrettanto. Poi li riempì ancora e si avvicinò di nuovo fino a quando le sue labbra non si posarono sulle mie. Adesso il suo respiro era dentro il mio, come una corrente di vento caldo che scivola dalla finestra e riempie la stanza. Leggera e persistente.

-perché lo ha fatto?-

-perché il dolore è un legame che va rispettato. Fino in fondo. Ma ora sono pronta ad ascoltarla-

Si scostò appena. Quanto bastava a lasciarmi parlare. Non un millimetro di più.

Io non mi ritrassi.

 

 

La presi un po’ alla larga raccontandole della mia nascita, del paese e del fatto che mio padre fosse l’unico membro della famiglia oltre a me. Poi le parlai dell’arco e della caccia. Della sua passione per entrambe. E di come era diventata la passione di entrambi. Di come tutto ruotasse intorno al perno del solo legame che avevamo: l’uno verso l’altro. Noi verso il nostro piccolo mondo perfetto.

-ma quel mondo finì. Si disintegrò in meno di sei mesi. Eravamo sulle tracce di un cinghiale. Doveva trattarsi di una bestia enorme, perché non avevo mai visto prima impronte così grandi.

In ottobre, di mattina, il terreno è molle come cera e sul prato dove ci trovavamo i buchi creati dagli zoccoli formavano un sentiero che si inoltrava nel bosco. Una caccia difficile, in mezzo agli alberi e con un esemplare ostico da abbattere. Ma facile da seguire. Un lunga fila di rami spezzati e cespugli calpestati di fresco ci portava sempre più vicini alla preda.

Ancora non riuscivamo a vederla. Ma ne sentivamo il rumore. Ci mantenevano sotto vento per non farci individuare. Ci volle un po’ per averlo a tiro. Ma finalmente era davanti a noi, a circa venti metri, al margine di una piccolissima radura. Stava grufolando. Probabilmente aveva trovato un mucchio di ghiande e castagne sufficiente a fargli interrompere il cammino. Dovevamo fare in fretta, prima che ricominciasse a muoversi. Mio padre estrasse una freccia. Io feci lo stesso. Avevamo già regolato gli archi alla massima potenza. Incoccammo e assicurammo l’impennaggio al loop. Passammo l’altra mano nella dragona e sollevammo leggermente il riser, iniziando a tendere la corda. Avrei dovuto tirare io per primo, ma non lo feci. Perché vidi la freccia di mio padre sfrecciare inutile verso il cielo e scomparire oltre le fronde degli alberi. Dovette cadere lontano perché non sentii alcun rumore se non quello dell’ombra tremante del bosco. Allora mi voltai.

Aveva le mani sugli occhi, disse che gli facevano male. I polpastrelli premevano la fronte. Erano diventati bianchi. Mi assicurò che fra un attimo sarebbe passato. Mi sembrava improbabile. Non andò così. Si piegò su se stesso; sembrava gli avessero sfilato la spina dorsale. Allentai la corda e poggiai l’arco per terra, di fianco al suo. Il cinghiale doveva aver terminato lo spuntino perché si era rimesso in moto allontanandosi da noi. Presto scomparve inghiottito dal bosco.

Gli chiesi cosa avesse. Mi rispose che non lo sapeva. Lo scoprimmo poco dopo, in ospedale. Dove gli diagnosticarono la sclerosi multipla. Fu sufficiente un mese per accertarci che si trattava della forma peggiore, quella progressivo recidivante. Attacchi intensi e ravvicinati.

Un peggioramento costante. La malattia lo stava divorando e aveva fretta. Le difficoltà a camminare, persino a stare in piedi progredivano a vista d’occhio. Faticava a parlare. Era quasi sempre dolorante. Non riusciva più a lavorare. Non poteva più andare a caccia.
Arrivò la depressione.

A gennaio mi disse che si stava spegnendo. Provai a mentirgli: un tentativo penoso. A febbraio mi disse che voleva spegnersi. Gli risposi che senza di lui mi sarei spento anche io. Mi fece notare che lui non era più lui, ma solo un involucro dove dentro non c’era più niente di mio padre. Non provai più a mentirgli. Non sarebbe servito a nulla. Né a lui né a me. Gli chiesi cosa dovevo fare. Mi indicò il bosco. Capii e mi misi in cammino. Mi addentrai fra l’intrico di alberi spogli come fantasmi. Neri sotto un cielo da neve.

Faceva freddo e io non la smettevo di camminare. Tornai a casa che era calata la notte. Il terreno sotto i miei piedi era gelato. La casa era immersa nel buio e nel silenzio.

Lo trovai disteso sul suo letto. Si era ingoiato tutti gli antidolorifici e i sonniferi che gli avevano dato in ospedale. Dormiva un sonno senza respiro. Con gli occhi chiusi ed il volto disteso. Senza sofferenza.

Lo seppellii il giorno dopo con il suo arco e le sue frecce. Accanto a mia madre. Scelsi una foto di quando era giovane da mettere sulla lapide. Così erano di nuovo una coppia unita, in un mondo a cui io non appartenevo. Per il momento.

Poco dopo lasciai la casa, il paese e me ne venni qui. Dove sono diventato quello che sono. L’uomo che ha bussato alla tua porta due mesi fa-

Mi baciò di nuovo, con più insistenza. Con più determinazione. Mi portò in camera sua e lo facemmo.
In fretta perché il Liscio mi stava aspettando.
Le promisi che sarei tornato presto. E non certo per riscuotere i soldi.

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