La morte arriverà sibilando dal nulla – VIII puntata

Ma adesso non ho più paura

Si sono caricati le carcasse sulle spalle e hanno ricominciato a salire. Camminano per pochi passi, poi si fermano. E attendono. Poi riprendono per una cinquantina di metri e si fermano nuovamente. Hanno fretta di raggiungere la loro destinazione, ma vogliono essere sicuri di non imbattersi di nuovo nella famiglia dei tedeschi o in qualche altro estraneo. Si sono fatti più guardinghi e attenti. Ma continuano a rivolgere l’attenzione verso monte, nella direzione del loro percorso. Mentre io li tallono da valle. Silenzioso come la voce del vento fra le foglie.

I cani gli ballonzolano sulle spalle e ciondolano la testa come bambini addormentati. Mi spiace per quelle due bestie. Avrei fatto volentieri a meno di ucciderle. Non facevano parte di questa battuta di caccia. E so che quegli animali non avranno alcuna cura delle loro spoglie. Lo farò io una volta che li avrò eliminati.

Il bosco sta cominciando a diradarsi e non manca molto al punto in cui viene tagliato da un tornante della strada. La curva è ampia in quel tratto e da dove piega a gomito parte una piccola strada secondaria. Poco più che un sentiero sconnesso dove passa a stento una macchina. Sempre che si sia disposti a farsi graffiare la carrozzeria dai rami  che lo invadono da entrambi i lati. Dopo un paio di chilometri di terra, sassi e fango si raggiunge un prato e lì il percorso finisce. Del tutto inutile se non ad aver dato lavoro in passato a qualche abitante del paese. Quell’area è quasi sempre deserta e un fuoristrada parcheggiato non insospettirebbe nessuno. Se è lì che sono diretti, devo ammettere che i due sono più scaltri di quanto avevo pensato. E sono quasi certo che ci troverò anche la vettura dell’uomo che ho ucciso ieri.

Sono usciti dal bosco. Uno alla volta. Per primo Antonio che ha attraversato in diagonale la strada fino a scomparire nell’ansa della curva. Poi Mario che ha fatto lo stesso. Adesso non ho più dubbi sulla loro destinazione e mi posso permettere di anticiparli. E di cercare il punto migliore per colpirli.

Mi sono mantenuto più in alto rispetto alla strada. Un percorso parallelo dentro al bosco, rapido ed invisibile. Cammino in fretta senza curarmi troppo del rumore che faccio. Mi trovo abbastanza all’interno da non essere udito. Soprattutto da loro che non sanno distinguere i suoni dell’ombra. Gli alberi mi sovrastano fitti, uno vicino all’altro. Inghiottono la luce e mi trasformano in un cacciatore nero come la notte. Avevo paura ieri, quando ho affrontato il primo dei miei assassini. Avevo paura questa mattina. Mi sentivo braccato.    Dai cani, dagli uomini. Dalla loro volontà omicida. Dalla loro determinazione ad uccidermi. Mi sentivo come il coniglio, come il cinghiale nell’attimo prima di essere trafitti. Quando la morte diventa chiara e palpabile ma ormai è troppo tardi per scamparla.

Ma adesso non ho più paura.

Questo è il mio regno ed io non sono un coniglio, non sono un cinghiale.

Io, non loro, sono la morte. Conosco le sembianze che assume in questi boschi. Qui la morte è un arco, una freccia e qualcuno che sa tirare a bersaglio. E quello sono io.

E neppure loro sono il cinghiale o il coniglio. Loro hanno cercato la morte e la riceveranno. Lo sanno, lo sentono. Lo hanno compreso in mezzo a questi alberi che non sanno distinguere. Di cui non comprendono che il lugubre fruscio del loro destino.

Il bosco li vuole morti e io sono il suo spirito. Per Margherita. Per quello che le hanno fatto.

Quando avrò finito qui tornerò in città. Lo spirito del bosco in mezzo al cemento e alle strade. L’ombra che calerà anche sulla vita del Liscio.

Per Margherita. Per quello che le ha fatto. Per Lucia. Per quello che le ha tolto.

Per mio padre, che avrebbe fatto lo stesso e che mi guida attraverso questo intrico di ombra.

 

Ma adesso devo pensare a quei due. Antonio e Mario, la cui esistenza sta per finire. Perché le mie frecce non falliranno. E io non avrò più freddo.

Sono sbucato sul prato e li ho trovati lì, esattamente dove avevo immaginato. Due fuoristrada perfettamente lustri, a parte qualche schizzo di fango sui copriruota. Ho provato ad aprire le portiere. Chiuse. Un paio di chiavi deve trovarsi nelle tasche dell’uomo che ho abbandonato nella discarica. Non importa: me ne basta uno.

L’area del prato è molto ampia. Per tentare un tiro frontale al riparo degli alberi dovrei piazzarmi ad almeno quaranta metri se non di più. Troppi. E il vento che ha ripreso a soffiare complica non poco le cose. Mi serve un’altra soluzione. In fretta perché tra poco saranno qui. Le macchine si trovano non troppo distanti dal punto in cui la strada termina nel prato. Più o meno una quindicina di metri. Il tiro risulterebbe obliquo ma ravvicinato. Le probabilità di colpire Mario piuttosto buone. Camminerà piano, appesantito dalla carcassa del cane e affaticato dalla salita. È possibile che si fermi qualche istante una volta raggiunto il prato. A prendere l’ultima boccata di fiato della sua vita. Rimarrà solo Antonio allora, con la sua furia e la sua paura. E non ho idea di cosa deciderà di fare. A quindici metri una rivoltella colpisce con precisione e lui sarà veloce ad estrarla perché le mie frecce non sono più una novità per loro. Dovrò scomparire in fretta. Oppure sarà lui a fuggire nel bosco. Allora dovrò estrarre in fretta e tendere veloce per trapassargli la schiena e fargli a pezzi il cuore prima che l’ombra lo inghiotta. Dovrò essere umile e non ripetere l’errore che ho commesso con il mio primo cinghiale.

Umile e implacabile come la giustizia.

Ho regolato il mirino e incoccato la freccia. Ora mi trovo dietro il bagagliaio di uno dei pickup. Il parabrezza è rivolto verso la strada. Mi basta sporgere appena lo sguardo per tenere l’area sottocchio. Non riusciranno a vedermi fino a quando non sarà il momento.

Rimango accucciato, immobile, e ascolto il vento. Attendo che mi porti il rumore dei loro passi.

Sbuca invece qualcos’altro dalla parte opposta del prato. Ne avverto prima il grugnito e poi lo vedo, sempre più grande contro lo sfondo di alberi. È un maschio: i canini fuoriescono a formare una gabbia di zanne. Un cinghiale di notevoli dimensioni che percorre lentamente il prato fermandosi ogni tanto a fiutare l’aria.

Il vento gli soffia contro e ancora non ha avvertito la mia presenza. Ma quando arriveranno loro, con l’odore di morte sulle spalle, li noterà. E probabilmente scoprirà anche me.

Li sento, finalmente.

Sento le voci; il tonfo delle scarpe sopra la terra e i sassi. Spuntano per prime le teste dall’ultimo tratto di salita. Poi emergono il busto e le gambe che gettano un’ombra corta alle loro spalle. Fa tutt’uno con quella dei cani. Un grumo di oscurità che striscia sul prato.

Io sono a favore di sole.

Marco è in testa. Avanza con gli occhi bassi perché la luce è forte ora che niente ne filtra i raggi.

Il momento è arrivato. Mi alzo e balzo a fianco della macchina. Tendo, guardo nel mirino, trattengo il respiro e rilascio.

La freccia sibila e si pianta nel petto dell’uomo. Così a fondo che la vedo sbucare dalla schiena prima che crolli per terra spingendola ancora più su. Forse non si è neppure accorto di morire. Non l’ho sentito emettere neanche un gemito.

Antonio invece sta urlando e ha estratto la pistola. La punta istintivamente davanti a sé ma il sole lo abbaglia. Spara alla cieca e colpisce un faro della macchina.

Il rumore secco spaventa il cinghiale che parte alla carica.

Anche lui grida. E ruggisce. Punta dritto verso il bersaglio che cerca di fare fuoco per arrestarlo ma sbaglia una seconda volta il colpo. La terza non ci sarà. La bestia gli ha piantato le zanne nello stomaco con tale violenza da scaraventarlo in aria. L’odore di sangue e di morte lo hanno fatto infuriare.

Carica ancora e ancora. Il corpo rotola come una palla sul prato.

Io osservo. Non ho fretta. Ho incoccato un’altra freccia nel caso la bestia decidesse di attaccare anche me, ma per fortuna non mi nota neppure. Terminato l’assalto, lancia un ultimo ruggito stridulo e si avvia verso gli alberi, evitando la strada.

Attendo che scompaia del tutto prima di rimettere la freccia nella faretra e raggiungere Antonio.

Ha il ventre squarciato e si regge gli intestini con le mani.

Mi lancia un’occhiata vacua prima di esalare l’ultimo respiro.

Forse cercava il sole ma ha trovato l’ombra. Quella gettata dal mio corpo sopra il suo.

Sono contento che sia finita così: grazie al cinghiale ho una freccia di più da scagliare contro il Liscio.

Ma questo non avverrà prima di domani.

Adesso seppellirò i cani ai piedi degli alberi. Poi caricherò i cadaveri sul fuoristrada. Le chiavi le ho trovate nella tasca di Marco. Raggiungerò la discarica e attenderò che scenda la notte. Quando sarà tutto buio spingerò la vettura sull’orlo dello sprofondo e la lascerò rotolare nel precipizio.

Scenderò anche io con cautela e la coprirò di terra fino a farla scomparire.

Infine andrò a recuperare il mio pickup, tornerò a casa e mi concederò qualche ora di sonno.

Domattina lascerò per sempre il mio paese e questi boschi: hanno bevuto abbastanza sangue.

 

 

 

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