La palla

Il mio primo post è un racconto, che ho scritto girando lo sguardo tra i bagnanti, inventando nascosti pensieri, piccole baruffe coniugali, intime situazioni e cercando un simbolo che le rappresentasse e le spiegasse.
Presto in audioracconto, realizzato da mnamon.

La palla

L’onda spingeva la palla sempre un po’ più in là. Afferrarla era una faticosa illusione di traverso alla corrente, con le gambe a sforzarsi contro l’acqua obliqua e forte. Sembrava di averla a portata di presa, sfiorandola con i polpastrelli bagnati, ma poi il vento increspava il mare e la palla cavalcava la cresta roteando su se stessa qualche centimetro più lontano. Un nuovo tentativo non portava a nulla, se non allontanarla di qualche centimetro in più.

Per poterla finalmente fermare dovette compiere una specie di balzo puntando i piedi sul fondo sabbioso per darsi un minimo di slancio. L’afferrò, ma si ritrovò completamente bagnato, con la salsedine che gli faceva prudere i capelli sotto il sole caldo di agosto.

Guardando verso riva vide le falde degli ombrelloni agitarsi come il saluto di una folla.

La sabbia doveva essere rovente, ma di giocare non ne aveva più voglia. Troppo vento e traiettorie irregolari e non prevedibili.

Lei era distesa sul lettino, in prima fila, quasi alla fine della spiaggia, dove la sabbia iniziava a farsi umida e l’onda si dissipava come una eco. Sulla superficie cedevole i piedini di alluminio affondavano sbilenchi, inclinandola verso riva. A fianco, sopra la passerella bianca e pulita, passavano i bagnanti, incrociando quanti risalivano dal mare diretti alle docce di acqua dolce e fredda. Stava immobile, sotto al sole, lontana dall’ombra frastagliata gettata dall’ombrellone. Sembrava dormisse, ma lui sapeva che non era così. Sotto gli occhiali da sole a specchio, gli occhi dovevano essere inquieti. Forse si guardavano attorno, o forse semplicemente si muovevano, riflettendo i suoi pensieri con un irregolare movimento pendolante.

Era stata una mattinata dura, di quelle che spingono verso il baratro della rottura. Un’incrinatura che non si sarebbe rimarginata, lasciando un altro segno, proprio dopo un periodo, di giorni, in cui le cose avevano ripreso un moto consueto, descrivibile con precisione. Andava sempre così.

Mentre rifletteva, qualcuno fra le onde lo chiamò. Facendo segno di essersi stancato, gli lanciò la palla gocciolante e si sedette sul fondo, lasciando che l’acqua gli lambisse il collo e chiudendo gli occhi ogni volta che un’onda più alta lo sovrastava ricoprendolo interamente. Attendeva volentieri quel momento in cui il mondo spariva e ricompariva dopo pochi istanti nelle sembianze del cielo estivo violento e luminoso, per poi assumere la forma liquida e inquieta del mare. Sul limite dell’orizzonte le due linee si sovrapponevano senza tuttavia confondersi. Nessuna isola o costa era in vista a interrompere quel frammento ordinato di sconfinatezza. L’acqua nelle orecchie lo isolava dai rumori circostanti. Poi scivolava in quello dello sciabordio, prima di lasciare spazio alle voci sparse nel mare e sulla spiaggia.

Si voltò verso riva: lei era ancora immobile. Pensò di farle un cenno, invitandola a raggiungerlo, ma desistette. Non lo avrebbe visto, oppure avrebbe fatto finta di non vederlo. Era troppo presto.

Si mise in piedi e fece alcuni passi al largo, fino a quando non sentì l’onda massaggiargli le gambe all’altezza del ginocchio. Ruotò allora verso sud ed iniziò a camminare in direzione del porto canale. Gli altri, due uomini e due donne, continuavano a passarsi la palla e a rincorrerla ogni volta che qualcuno sbagliava il lancio.

***

Il litigio era nato da un motivo futile, come sempre. Un inconsistente conflitto di principi all’interno di una guerra stanca, ripetitiva. C’era stata un’osservazione fuori luogo, gratuita, seguita da una risposta fuori misura, cattiva. Le voci si erano alzate e i toni inaspriti, senza curarsi della finestra aperta e delle orecchie che dagli altri balconi dovevano sentire tutto, ascoltando con sempre maggiore attenzione. Le parole erano divenute cupe, velenose, cariche di un peso invisibile e noto a entrambi, fino a raggiungere le dichiarazioni esplicite: l’ultimo stadio prima del silenzio torvo, dei gesti quotidiani smaltiti in fretta per accelerare il tempo. Barba da radere, cosmetici da distribuire sul viso, vestiti da indossare per la cena, profumo da vaporizzare dietro le orecchie e sui polsi. Ma lei non era scesa, si era rifiutata. E mentre lui cercava di convincerla per evitare di doverle inventare un malessere, lei aveva fatto una cosa nuova, che non aveva mai neanche minacciato prima. Aveva afferrato la sua valigia e la aveva riempita svuotando la sua parte di armadio. Lo aveva fatto con un’amarezza nauseata, come se avesse assunto qualche cibo che già sapeva le avrebbe smosso la bile. Quando fece scattare il meccanismo di chiusura, lui si risolse ad uscire dalla camera e a raggiungere la sala da pranzo. In quel momento era troppo consapevole perché gli importasse di ritrovarla oppure no. Le chiavi dell’auto le aveva lui. Se voleva andarsene avrebbe dovuto prendere un treno, arrivando in stazione con il taxi.

Nella hall la avrebbero sicuramente notata passare con il bagaglio, raggiungere la reception e chiedere che le venisse chiamata una vettura. E, sicuramente, qualcuno dotato di malevola buona volontà si sarebbe diretto al tavolo per avvertirlo. Una complicazione che non aveva voglia di affrontare: in quel momento desiderava solo un’apparenza di ritualità con cui concludere la serata prima di ritornare in camera. Buon cibo -ricordava perfettamente cosa avevano ordinato per cena- qualche banalità scambiata con gli altri ospiti dell’hotel, in particolare con le altre due coppie coetanee con le quali avevano instaurato un’effimera affinità, forse una passeggiata vicino al mare per alleviare un po’ il caldo afoso che saliva dall’asfalto.

E poi la fine della giornata, quando nel sonno qualcosa tramontava per sorgere il giorno successivo, secondo una faticosa abitudine.

La proprietaria dell’albergo notò l’assenza di lei e ne chiese il motivo senza troppa discrezione. Lui rispose che non stava bene e che non se la sentiva di cenare. No, neppure in camera.

Lei non scese. Nessun bagaglio attraversò a sorpresa la hall, al suono delle sue rotelle un po’ sgangherate.

Quando tornò in camera lei dormiva, con tutte le luci spente. Si lavò i denti, indossò il pigiama e si fece piccolo nel letto matrimoniale. Lontano il più possibile dal suo calore e dal suo respiro.

Quando albeggiò lui riaprì gli occhi, svegliato dalla luce perché la tapparella era rimasta sollevata; lei continuava a dormire. La sua valigia era ancora nella stessa posizione della sera precedente: di sbieco davanti all’armadio.

Avvolse la testa nel cuscino e riprese sonno quasi subito, sognando cose inquiete e stanche.

Due ore dopo si alzò; il collo era umido di sudore, i capelli sulla nuca bagnati per il caldo. Aveva dormito troppo e si sentiva stranito. Il sole doveva essere alto, la mattina ormai avanzata.

Lei cambiò posizione un paio di volte nel sonno leggero che precede il risveglio e poi aprì gli occhi, già accesi e pronti. Vedendo che il bagno era occupato, afferrò il cellulare e impegnò il tempo fino a quando la luce si spense e lui uscì puntando verso la tapparella. La luce inondò la stanza correndo lungo il pavimento e salendo sui muri e sui mobili come un ragno enorme. Prima che lui si voltasse per prendere i vestiti dall’armadio, si era alzata ed era scomparsa dietro la porta del bagno. Faceva molto caldo ma la chiuse lo stesso e aprì il rubinetto del lavabo affinché lo scorrere dell’acqua le tenesse compagnia.

Lui le domandò qualcosa, parlando in fretta e a mezza voce, che lei non riuscì a comprendere per via del gorgoglio dentro il buco dello scarico. Poco dopo udì la chiave girare nella serratura e lo scatto della porta che si chiudeva. Doveva essere sceso a fare colazione. Terminò la sua toilette con calma e finalmente richiuse il rubinetto.

La stanza risplendeva del mattino, silenziosa e un po’ squallida. La spiaggia distava poche centinaia di metri, ma il mare non lo si scorgeva e non lo si sentiva da lì. L’aria tremò al passaggio di un treno veloce. Se si fosse sporta dal balcone lo avrebbe visto sfrecciare. Si diresse invece verso lo specchio incollato all’anta dell’armadio e diede gli ultimi ritocchi ai capelli. Era nuda dopo essersi spogliata per lavarsi: abbronzata e con le carni ancora non troppo flaccide. Sulla seggiola della scrivania stava gettato alla rinfusa il prendisole indossato il giorno precedente. La valigia si trovava ai suoi piedi, chiusa e gonfia. Passò un altro treno, più lento e rumoroso. Probabilmente un treno merci. La sollevò scagliandola sul letto, facendola rimbalzare sul materasso. L’aprì e ne estrasse un completo coordinato di vestito e costume, a motivi color verde acqua, nuovo. Tolse il cartellino con il prezzo e lo gettò nel cestino. Inforcò gli occhiali da sole, prese il suo asciugamano e si avviò alla spiaggia, scendendo per le scale.

***

Il molo aggettava in mezzo ad un cumulo di massi frangi flutti che rigurgitavano spuma ad ogni onda. Sul bordo di cemento pietroso sedevano bambini e vecchi, con i piedi nudi penzolanti nel vuoto. Lasciò l’acqua calpestando la sabbia con un passo pesante e affaticato. I granelli scottavano più della rampa di pietra che conduceva all’area soprelevata, schiacciata dal sole rovente. Raggiunse l’estremità del molo e guardò verso il mare, poi si volse verso le barche allineate nel porto canale. Oscillavano vivacemente, ognuna ormeggiata alla sua fune spessa e robusta. Nonostante la corrente non davano l’impressione di essere instabili. Nello stretto braccio d’acqua tutto sembrava controllabile, come il moto amorevole di una culla. Una coppia di anziani stava snocciolando un grappolo d’uva sul ponte di un piccolo cabinato. Il vento spettinava i capelli radi della donna che cercò riparo vicino alla spalla dell’uomo, corpulento e alto. Gli porse un acino che lui afferrò distrattamente mentre osservava la banchina.

Un odore spesso frullava nell’aria, di salmastro, pesce, alghe e qualcosa di più denso e profondo, non definibile; l’odore che fa il mare in un porto. L’odore buio della risacca.

Dalla rampa di accesso emerse lentamente il profilo di una donna giovane e soda, con la pelle chiara, ancora non abbronzata. Indossava un costume a due pezzi color malva, succinto, che lasciava scoperte quasi per intero le cosce e i glutei pieni e rotondi. Un paio di occhiali da sole dalle lenti rotonde e con la montatura scura gli impedivano di vederne gli occhi, che volle immaginare di color nocciola, quieti, vasti e possenti. Anche lei camminava a piedi nudi, con passi leggeri, come se stesse meditando o riflettendo su qualcosa. Pensò dovesse essere straniera, per l’incarnato e per certe sfumature nel linguaggio del suo corpo. Gli si fermò di fianco, perfettamente isolata alla distanza di pochi centimetri. Sembravano due corpi celesti avvicinati casualmente dalle rispettive traiettorie. Gli dispiacque che il vento gli impedisse di percepirne la fragranza della pelle, mentre i suoi capelli castani correvano immobili nell’aria marina. Provò ad avvicinarsi leggermente, fino a quando le loro ombre si sfiorarono sulla ruvida gettata di cemento. Lei non si mosse, continuando a guardare verso l’orizzonte, le braccia rilassate lungo i fianchi.

Lungo il porto canale transitò lentamente un gommone di piccole dimensioni. A bordo, un uomo di mezza età con la pelle bruciata dal sole manteneva dritto il timone verso il largo. Appena gli fu possibile accelerò facendosi piccolo nell’orizzonte. La prua del natante beccheggiava sulle onde bianche e blu.

Rimasero a galleggiare su quella casualità per qualche minuto, ognuno osservando in silenzio la propria porzione di esistenza.

Poi lei si sfilò gli occhiali e lui le si fece ancora più vicino. Ora riusciva a sentirne il profumo lieve, mescolato con quello atavico del mare. Si voltò e le vide gli occhi, che però erano di colore blu, grandi e lontani. Lei si lasciò guardare senza alcun imbarazzo, senza alcuna attesa, come se fosse una statua in cui cercare qualche significato. Perché così lui la stava guardando. E lei allora fece lo stesso: si voltò a cercare quello che non aveva trovato nel mare. Ma i loro occhi tacevano, frastornati dal fragore della risacca.

Un gabbiano si tuffò nell’acqua e riprese subito quota. Non si riusciva a capire se nel becco reggesse un pesce o se l’onda, all’ultimo istante, glielo avesse allontanato, poiché fu subito alto e lontano dalla vista.

Smisero di guardarsi e, come se stessero recitando su una scena, si volsero ambedue verso terra, prendendo direzioni opposte.

***

Anche se non aveva fretta di arrivare, ritornò camminando sulla spiaggia: il mare gli sembrava beffardo e alieno ora.

Li ritrovò tutti lì, le altre due coppie e lei. Avevano unito i lettini formando una specie di tavolo improvvisato e stavano giocando a carte. Gli fece cenno se voleva sedersi, indicando lo spazio vuoto al suo fianco. Lui rispose con un sorriso rivolto agli altri che lo stavano osservando e prese posto, scuotendosi la sabbia dagli stinchi e dai polpacci. Avrebbe atteso la fine della mano per unirsi al gioco. Rimase composto, facendo attenzione a non sfiorarla con nessuna parte del corpo. Lei fece lo stesso perché era ancora troppo presto per riprendere la traiettoria.

La palla era stata tirata in secco e ora giaceva all’ombra di uno dei lettini, immobile sulla sabbia fine.

 

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