La scelta finale – I puntata

Parte I. Santa Claus is coming

1.

– Papà, ti vedo perplesso.

Marta lo era ancora di più, poiché la sua iniziativa le sembrava degna di uno sguardo ammirato e di un sorriso orgoglioso.

Quello che invece ricevette dal commissario Bezzi fu un’espressione fra l’accigliato ed il dubbioso, disposizione d’animo sottolineata da un intrecciarsi delle braccia all’altezza del petto.

Decisamente tanto la posa quanto la mimica non esprimevano per nulla un entusiasmo incondizionato.

Tentò allora di individuarne il motivo.

– cosa non ti convince, papi? – domandò optando per il vezzeggiativo

– procedo per punti, Marta?

– se preferisci…

– Iniziamo dall’età.

– ma ho 18 anni compiuti! – lo interruppe indignata, davanti alla assoluta evidenza del dato anagrafico.

– su questo non nutro alcun dubbio. Mi riferivo ad un concetto un po’ più lato di età… – cercò le parole più semplici per esprimere quanto aveva in mente. Sforzo non banale invero, in bilico sulla china del ridicolo – insomma, intendo dire che…ecco: in fondo non hai neppure terminato il liceo…

– papà – lo interruppe nuovamente Marta, questa volta manifestando, con tutto il tatto del caso, un interdetto stupore – non ho mai detto, ne pensato, di voler interrompere i miei studi per dedicarmi ad altro. Forse – aggiunse con rassegnata pazienza – non mi sono spiegata con sufficiente chiarezza. Siamo alle porte delle vacanze natalizie, cioè di più di due settimane di chiusura totale del mio istituto. Ho buoni voti in tutte le materie e un carico di compiti, per l’intero periodo, che stimo più che basso. Quello che ti sto chiedendo…

– ho compreso benissimo la tua richiesta! – sbottò il commissario esibendo un poco convincente sguardo corrucciato – e visto che hai parlato di vacanze, proprio non riesco a capire perché, invece di agognare un meritato periodo di svago e riposo, come tutti o quasi i tuoi coetanei presenti su questo pianeta, smani di trascorrere dei giorni lavorativi in un ufficio. Senza contare – proseguì con angelica mellifluità – che tua madre ti attende giù da lei per trascorrere insieme questo santo periodo…

– risponderò con ordine alle tue affermazioni, cominciando dall’ultima: ho già avvisato mamma della variazione che intendo apportare allo svolgimento di queste festività e ne ho ricevuto pieno appoggio ed incoraggiamento, senza alcun ricatto affettivo – puntualizzò guardandolo diritto negli occhi per poi abbassare lo sguardo alle prime avvisaglie di imbarazzo paterno – secondo, sarò anche un’eccezione nel panorama globale dei neo maggiorenni, ma non sono la sola. Come ti ho già detto, l’idea è stata partorita dalla mente di una mia compagna di classe, Barbara. O meglio dalla mente di sua madre, cioè dalla persona che lavora, come segretaria, alla Terrin&Smith, vale a dire la società presso la quale vorrei impiegare il periodo delle mie vacanze natalizie.

– già, una società di… come la hai definita? Ah, sì: head hunting. Cacciatori di teste. Mi piacerebbe domandare a Tiziano, negli ambienti accademici noto come “professor Feraboldi”, il significato sociologico, disciplina di cui il mio amico è illuminato docente, del termine. Credo abbia a che fare con l’abitudine piuttosto poco civile di spiccare dal collo le altrui teste…

– dai papà, lo sai benissimo anche tu di cosa stiamo parlando: semplicemente dell’onesta professione di trovare persone per conto di altre aziende da assumere presso le aziende stesse. Ma non è certo questo il punto. Poteva trattarsi di una società di Head Hunting, così come di una che produce fiori. Il fatto è che la mamma di Barbara le ha chiesto se poteva darle una mano durante il periodo delle festività, poiché molti colleghi saranno in ferie, e Barbara a sua volta mi ha chiesto se avevo voglia di unirmi a lei.

– richiesta che tu brami di soddisfare.

– sì, appunto. Mi piacerebbe aiutare una amica, così come sono curiosa di sperimentare il mondo del lavoro. E, non da ultimo, mi entusiasma l’idea di guadagnare qualche euro che non sia la solita mancia settimanale.

– vuoi forse dire che sono poco generoso?

– no papi. Le tue mance vanno benissimo. Ma ricevere un compenso per il proprio lavoro, ha un gusto completamente diverso: nuovo e… frizzante.

– d’accordo – si arrese infine Bezzi, ricordandosi quanto lo entusiasmavano, quando anche lui aveva più o meno la medesima età di sua figlia, le poche lire (altri tempi, altre valute e altro potere di acquisto) racimolate con qualche lavoretto sporadico – quando dovresti cominciare?

– lunedì prossimo, vale a dire fra cinque giorni, esattamente il 22 dicembre.

– sei già stata con la tua amica a visitare gli uffici dove diligentemente opera la sua procreatrice?

– dovremmo andare giusto domani.

– perfetto! Ora e luogo, per cortesia?

– ti prego, papà!

– uhhhmmmmm… sono prossimo ad un radicale ripensamento delle mie recenti risoluzioni…

– d’accordo! – sbottò esasperata e rassegnata – abbiamo appuntamento alle 15.

– dove? – ripeté il commissario sfoggiando un sorriso irritante.

– l’indirizzo trovatelo da solo. È una società importante, con uno splendido sito internet!

***

[da: Mika 1990

a: papà

Inviato il: 18 dicembre

Oggetto: Aggiornamenti della prima settimana

Ciao Papà,

grazie mille per la telefonata di ieri. Scusa se sono stato frettoloso ma qui, sull’altra sponda dell’oceano siamo 6 ore indietro a voi e quindi… beh mi hai chiamato che ero nel pieno del lavoro.

Ecco perché, finalmente con un po’ di calma, ti rispondo solo ora, cioè a mezzanotte passata secondo il mio orologio e poco dopo le sei di mattina secondo il tuo.

Anche se sono arrivato solo da una manciata di giorni, devo dire che mi sono ambientato proprio bene. Superare il jetlag è stato molto più semplice di quanto pensassi: in fondo si è trattato solo di affrontare una giornata un po’ più lunga del solito. Un bel po’, ad essere sinceri.

Questo per dirti che, trascinatomi a mezze palpebre fino a poco più delle nove, sono crollato come un sasso sul letto della mia stanzetta (per il momento ho preso una camera in un bed&breakfast) e mi sono svegliato la mattina successiva perfettamente riposato e pieno di energia. Proprio quello che mi ci voleva per affrontare il mio primo giorno di lavoro.

Te ne avevo già parlato, no? ho un impiego part time presso un negozio di vecchi vinili (non hai idea di quanto adori l’odore di cartone impolverato delle copertine dei buoni e vecchi dischi. Un odore caldo come il fruscio della puntina che ne incide instancabilmente il solco. A proposito: riesci ad inviarmi per posta il mio impianto HI-FI? La spedizione ti costerà un botto, ma questo non credo costituisca un problema per te). Di questo lavoretto devo ringraziare il mio amico Giovanni e soprattutto suo zio, che un bel po’ di anni fa è emigrato da queste parti e ha messo su questo delizioso negozietto riservato ai nostalgici del suono analogico. Lo zio nel frattempo si è fatto un po’ attempato e quindi ha accolto molto volentieri nella sua alcova musicale un giovane aiutante, altrettanto appassionato di musica di annata, che lo aiuti nel servire i (pochi) clienti che bazzicano per il negozio.

Insomma, per farla breve, con questo impiego part time riesco a mantenere dignitosamente la mia accomodation, come la chiamano da queste parti, così che, nel pomeriggio, posso dedicarmi a gironzolare per la città. La Grande Mela è proprio bellina, sai?

Inoltre ho già fatto qualche conoscenza locale davvero niente male.

Ma di questo ti aggiornerò nella prossima mail: è stata una giornata intensa e adesso ho un sonno cane.

Un bacione papà!

Ci sentiamo presto

Michele

PS e li da te, come va? ]

***

Lo comprese dalla qualità del silenzio, prima ancora di sollevare la tapparella e posare lo sguardo, leggermente appesantito dal sonno residuo, sulla strada. Non si percepiva alcun rumore concreto, solo una eco affievolita e remota dello stiracchiarsi della città a quell’ora già mattutina ma ancora immersa nel buio. Con un cigolio vetroso l’avvolgibile scomparve nel cassone, lasciando la vista del commissario Bezzi libera di osservare la cortina di neve che fioccava abbondante su via Cesare da Sesto. Una cascata incessante di perle di carta, come se qualcuno si fosse messo a grattugiare furiosamente le nubi. La piccola strada lastricata dal pavé si era già trasformata in una coltre soffice ed intonsa. Così i marciapiedi, su quali non si intravvedeva impronta alcuna. Nell’assenza totale di vento, la neve si andava stratificando senza fretta apparente, rendendo sempre più lattiginoso lo spazio ancora poco meno che buio della prima aurora.

L’anno stava per volgere al termine, nel suo scorrere a manovella lungo il nastro dei giorni che si erano accumulati sulla superficie del tempo, simili per lo più l’uno all’altro, ispessendo l’età del commissario di un nuovo strato accettabilmente uniforme.

Ebbe la tentazione di spalancare la finestra per gustare il tocco effimero della neve, sottile e delicato prima di estinguersi in gocce d’acqua gelata. Poi ci ripensò: il caldo opprimente all’interno del suo appartamento, conseguenza di qualche scarsamente assennata risoluzione condominiale, lo costringeva ad una poco invernale tenuta di sola biancheria intima. Meglio quindi evitare possibili conseguenze da probabile infreddatura, dal momento che l’atmosfera del Santo Natale, ormai alle porte del calendario, sembrava aver ispirato in misura particolarmente feconda la criminalità milanese. Forse, considerò Bezzi, si trattava di un modo peculiare di quest’ultima di manifestare la propria stima verso le forze dell’ordine, omaggiandole di tutte le attenzioni non concesse durante il resto dell’anno. O magari si trattava di smaltire il piano di attività previsto per l’anno in corso e rimasto ancora inevaso. Fatto sta che il lavoro in commissariato non latitava proprio, anzi tutt’altro.

Essendo venerdì, avrebbe trovato di turno l’agente Tarcisi, fresca come una rosa dopo il giorno di riposo felicemente trascorso, secondo quanto riferito da lei stessa, a frequentare, con estremo profitto, un corso di fotografia in bianco e nero; scelta acromatica particolarmente azzeccata allo spirito dell’inverno che sarebbe iniziato di lì a quattro giorni. Chissà quali soggetti avrebbe scelto la sua giovane e talentuosa collaboratrice; se avrebbe immortalato paesaggi nitidi e spogli, o se avrebbe puntato l’obiettivo della sua reflex da poco acquistata verso l’umanità intirizzita che brulicava per le strade del centro, affannandosi nella ricerca degli ultimi regali, quelli la cui assenza non sarebbe stata tollerata ai piedi degli alberelli di plastica gravati di addobbi che quasi immancabilmente ornavano, in buona compagnia di presepi in miniatura, le case dei milanesi…

Si riscosse dai suoi pensieri e osservò con più attenzione la strada: aveva sottovalutato la quieta tenacia della neve, il cui manto doveva aver ormai raggiunto lo spessore di una ventina di centimetri, o forse più. Questione di minuti e sarebbero comparsi i camion spargi sale per rendere meno penoso il fluire del traffico che, al massimo fra un’ora, si sarebbe riversato lungo le vie della città.

Prevedendo passi affannosi e lenti sprofondare uno dopo l’altro dentro la superficie cedevole e insidiosa, si risolse ad accelerare le operazioni mattutine.

Nell’ordine:

– svegliare Marta dal suo sonno adolescenziale.

– preparare la colazione.

– tornare nuovamente a destare la figlia tenacemente attaccata alle aspirazioni del suo metabolismo.

– consumare la colazione calda e fumante (optò per una cioccolata bollente aromatizzata con chiodi di garofano ed accompagnata da frittelle al succo di acero. Tempo di preparazione stimato in minuti quindici).

– affrontare la routine della toelette mattutina.

– imboccare una buona volta la porta di ingresso e raggiungere il commissariato, fortunatamente poco distante.

Diede un’occhiata all’orologio: meglio non perdere neanche un secondo.

***

– Commissario, ci risiamo! – abbaiò l’agente Baroni con il suo timbro fra il baritonale ed il canino – l’imbrattatore, sto’ grande fesso, si è di nuovo dato da fare questa notte.

– quale fermata della metropolitana ha scelto questa volta?

– piazzale Loreto, commissario.

– accorto e astuto il soggetto. Anche se ne ha di nuovo presa di mira una bella grande ed intricata – commentò Bezzi pensando alla complessa struttura dove convergevano due linee metropolitane, quella verde e quella rossa – sai quanti begli anfratti nei quali imboscarsi in attesa del momento migliore per sparire in una delle gallerie, Baroni?

– proprio così, commissario. E quando poi la stazione chiude, quello sbuca fuori dalla galleria e si mette ad affrescare i muri della banchina!

– sei al corrente del soggetto pittorico con cui ha voluto dilettare i passeggeri in attesa del treno?

– no, commissario. Non ne ho idea. Se ne sta occupando Tarcisi.

– d’accordo, Baroni. Grazie comunque per l’aggiornamento – concluse Bezzi avviandosi verso il suo ufficio.

Cominciavano a diventare davvero seccanti quegli episodi reiterati di sfregio alla proprietà comunitaria. In poco più di un mese era infatti già la terza volta che la pubblica sicurezza veniva contattata dall’azienda dei trasporti municipali per segnalare la presenza di murales, non molto gradevoli in quanto a soggetto e decisamente poco conformi in termini di autorizzazione ad esistere, di cui si stavano loro malgrado dotando le principali stazioni della rete metropolitana. Poiché il primo caso si era verificato nella stazione di Cadorna, vicina al commissariato diretto da Bezzi e quindi di sua ufficiale pertinenza, anche i due successivi, cioè quello rilevato nella stazione di Garibaldi agli inizi di dicembre e l’ultimo appena sfornato quella mattina stessa, erano stati altrettanto ufficialmente, e a buon diritto, affidati alle cure del commissario, sulla cui sagacia investigativa sarebbero gravati anche tutti i possibili, e poco auspicabili, casi successivi.

I primi due lavori, o le opere volendo utilizzare un lessico più affine all’oggetto in questione, non erano poi così male dal punto di vista meramente estetico.

La banchina ovest di Cadorna, relativamente alla tratta percorsa dalla linea rossa, era infatti stata garbatamente decorata da una serie di scritte multicolore per lo più prive di senso, ma innegabilmente gradevoli alla vista nel loro intrecciarsi di linee e tinte differenti, sulle quali spiccava un’unica parola perfettamente intelligibile: AURORA.

Era stata posta proprio al centro della composizione, che si estendeva per circa una quindicina di metri di larghezza e per tutta l’altezza, dal pavimento al soffitto.

Decisamente troppo grande ed appariscente per passare inosservata. Soprattutto perché la scritta era stata vergata in un colore carminio quanto mai simile a quello ematico. Prescindendo dal gruppo sanguigno specifico, si intende. Era stata proprio questa peculiare scelta, con ogni evidenza intenzionale, a provocare un senso di sgradevole disagio nei primi avventori della metropolitana, in un crescendo parossistico che aveva raggiunto il suo culmine all’ora di punta, vale a dire fra le 8.30 e le 8.50 di mattina, fascia oraria durante la quale una folla ancora stanca e già innervosita occupava la banchina, in attesa del primo treno nel quale fosse fisicamente possibile entrare, incastrandosi come tessere di un puzzle nella calca umana che già straripava da ogni vagone.

Su quella poco piacevole combinazione di fretta, ansia, fastidio ed intolleranza, la presenza, imponente e subliminalmente minacciosa, dell’originale affresco aveva agito come la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso, scatenando dapprima i mormorii e poi le esplicite proteste di un numero crescente di passeggeri in attesa. Cosa che aveva reso necessario l’intervento della forza pubblica, quantomeno per accertare e documentare lo stato alterato in cui versava buona parte della parete della banchina, a cui era seguito quello molto più apprezzato della squadra di pulizie, che aveva provveduto, con caparbia ed obbligata perseveranza, a rimuovere ogni traccia della discutibile e poco decifrabile composizione.

Il fatto, circoscritto nella sua puntualità, sembrava essersi esaurito in quella mattinata tardo novembrina.

Purtroppo, però, se ne dovette constatare la reiterazione a breve distanza temporale. Dieci giorni dopo per l’esattezza; vale a dire agli inizi di dicembre. Reiterazione, beninteso, forte somiglianza, esplicito richiamo, palese collegamento. Ma non perfetta identità. Diverso era infatti il luogo: pur sempre una stazione metropolitana, ma questa volta quella di Garibaldi. Identica, con ogni evidenza, la mano, ma solo simile il soggetto, o, meglio, l’oggetto, della rappresentazione. Ancora una volta una serie di scritte non riconducibili ad alcuna lingua conosciuta (se ne era accertato il commissario Bezzi in persona, forte dei suoi studi umanistici e, non da meno, della consulenza richiesta ad alcuni docenti di linguistica) eppure innegabilmente “alfabetiche” nel loro modo di presentarsi, che questa volta facevano da cornice ad un disegno vero e proprio. O, meglio, ad un planisfero, eseguito con precisione ed accuratezza nella sua scabra essenzialità, punteggiato di macchie rosse sfrangiate distribuite sui vari continenti. Nell’insieme, la composizione emanava un sottile senso di minaccia, che trapelava dalla tonalità di rosso che era stata scelta per realizzare le macchie e dal colore livido disteso a tratti, come un’infezione dell’epidermide, sulle terre emerse. Per i mari e gli oceani era stato utilizzato un blu particolarmente denso e quasi senza riflesso, dentro il quale gli altri elementi sembravano essere sul punto di sprofondare, in un’implosione senza appello.

Una mano dotata quella dell’autore, che doveva aver lavorato alacremente tutta la notte, certa di non essere disturbata.

Ovviamente, come era avvenuto per la stazione di Cadorna, anche in questo caso era state prese alcune precauzioni per poter operare nella massima tranquillità possibile e con il minor livello di rischio. Ne avevano innanzitutto fatto le spese le videocamere di sorveglianza, messe fuori uso ad una ad una (era stato sufficiente accecarne l’obiettivo con una abbondante spruzzata di vernice nera).

Degli strumenti del mestiere, per così dire, non ve ne era ovviamente traccia alcuna: rimossi con la massima cura, onde evitare che potessero in qualche modo costituire un indizio. Precauzione inutile ed eccessiva invero poiché, come aveva appurato la scientifica analizzando i diversi campioni di vernice, risultò che essi appartenevano ad una marca molto comune di bombolette spray.

L’argomento impronte o tracce corporee infine non era neppure lontanamente da prendere in considerazione, tale era la quantità di attestazioni ed evidenze di questo tipo rilevabili in una banchina di attesa ed ascrivibili ad alcune migliaia di persone di vario sesso ed età.

In una parola, tutto ciò che il commissario Bezzi aveva a disposizione erano solo le due composizioni: l’unico punto di partenza per cercare di dare un nome ed un volto al misterioso artista, assieme alla terza, sulla quale si sarebbe fatto immediatamente ragguagliare dall’agente Tarcisi.

 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Michele (Mika) conduce la sua vita newyorkese, commesso in un negozio di dichi di vinile. Uscendo dal negozio, trova un passante, stranamente al freddo…
Bezzi si reca alla stazione Loreto della Metropolitana, dove è comparso un altro misterioso graffito.

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