La scelta finale – III puntata

Parte I. Santa Claus is coming

3.

La scelta tematica del misterioso autore si palesava di fronte allo sguardo di Bezzi in tutta la sua originalità. Non una composizione alfabetica, come nel primo caso e neppure una composizione fra il topografico e l’iconografico, come nel secondo caso.
Questa volta il leit motiv semantico era stato affidato alla musica. Non nel senso che melodie di alcun genere incorniciassero la composizione, alla stregua degli orridi bigliettini di auguri musicali che il commissario detestava particolarmente, data la sua snobbistica allergia per ogni manifestazione del kitsch.
Bensì per il fatto che questa si componeva, e di fatto si esauriva, in un enorme pentagramma, sul quale erano state vergate otto note.Su uno sfondo color pelle, erano state tracciate con molta regolarità e cura le cinque linee canoniche, intervallate dai quattro spazi, sulle quali si avvolgeva sinuoso il profilo di una chiave di violino, seguita dalla notazione di tempo (4/4). A questi seguiva, come da prassi, la brevissima sequenza composta, secondo il verso di lettura, da DO, SOL, LA#, DO, RE, MIb, DO, FA. Tutte le note erano quarti, fatta eccezione per i due semitoni, vale a dire il LA# ed il MIb, che erano metà.Confidando nel suo orecchio musicale, Bezzi provò a riprodurre nella sua mente la successione dei suoni, ricavandone una melodia priva di qualsiasi senso.Piuttosto perplesso del risultato ottenuto, decise che avrebbe effettuato un nuovo tentativo sul suo PC, dopo aver scaricato qualche applicazione adatta allo scopo, o magari su qualche strumento musicale, se gliene fosse capitato qualcuno per le mani.Estrasse quindi il suo quaderno di appunti dove ricopiò fedelmente il macroscopico spartito.

spartito su pentagramma

 

– Tarcisi, a meno che tu non abbia in mente qualcosa che mi è sfuggito, direi che qui abbiamo terminato.

– e come potrei mai partorire, con i miei scarsi mezzi neurologici, qualcosa che lei non abbia già pensato e ponderato?

– concordo ed apprezzo la tua obiettività – assentì Bezzi fingendo di nascondere un mezzo sorriso – a questo punto, prima togliamo il disturbo, prima la stazione sarà nuovamente agibile, così da scongiurare una possibile rivolta dei passeggeri, il cui rumoreggiare al piano soprastante sta diventando sempre più minaccioso.

Effettivamente, la situazione al livello tornelli sembrava quanto mai prossima a sfuggire ad ogni forma di controllo, avendo l’impazienza della folla raggiunto livelli di ebollizione quasi lavica.

Applicando quindi il poco solidale principio di non sobbarcarsi i problemi altrui, Bezzi si involò, assieme a Tarcisi, lungo la scala di uscita. Non prima, però, di aver compassionevolmente comunicato al personale addetto, che, per quanto di sua pertinenza, i lavori erano conclusi.

– torniamo in commissariato? – domandò Tarcisi avviando il motore della volante

– è quasi ora di pranzo, agente…

– lo so, ma non mi è possibile farle compagnia, commissario: alle 13 ho un appuntamento.

– d’accordo – rispose Bezzi, occultando un fastidioso senso di delusione nella consultazione distratta della sua agenda elettronica.

– vuole che la lasci da qualche parte?

– una giornata così algida e fredda richiede un apporto calorico adeguato ed un assemblaggio di sostanze nutritive adatte.

– che tradotto in un menù coerente, a quale tipo di locale corrisponde?

– pensavo alla churrascaria che si trova dalle parti di via Lecco… me ne hanno parlato molto bene.

– si ricorda esattamente dove si trova?

– no, ma non ha importanza. Lasciami all’incrocio con via Castaldi, che poi mi arrangio io.

– d’accordo, commissario. Però non esageri con le portate di carne o altrimenti la attenderà un pomeriggio di eroici duelli contro la sonnolenza nel nostro sonnolento ufficio…

– non credo di riuscire a passare dal commissariato dopo pranzo, Tarcisi. Alle 15 ho un appuntamento con Marta.

– dove andate di bello?

– a conoscere dei cacciatori di teste…

– missione piuttosto pericolosa. Necessitate di una scorta?

Il pranzo, contrariamente alle aspettative di Bezzi, non fu un granché. Non tanto a causa del menù in sé, accurato negli accostamenti dei vari tipi di carne che venivano sfilati con garbo sapiente dalle lunghe picche di metallo, quanto a causa del contesto, in un certo senso. O, meglio, della frenesia congenita della pausa pranzo, che con la sua velocità da catena di montaggio, rendeva assai ostico, per non dire impossibile, dedicare alle portate il giusto tempo di apprezzamento.

Nonostante il commissario avesse da subito fatto presente al cameriere che lo aveva condotto al suo tavolo (apparecchiato con squisita essenzialità) di avere a disposizione, una volta tanto, un tempo quasi doppio dei consueti 60 minuti per espletare senza fretta il suo ciclo alimentare, non poté tuttavia sottrarsi alla tabella di marcia prestabilita, in un corale e serrato passaggio di spiedi da un tavolo all’altro che, attraverso buona parte del regno animale, lo condusse infine all’ananas condito con la cannella, con il quale il pasto ebbe termine.

Con le papille gustative sovraffollate e un cattivo umore a livelli piuttosto preoccupanti, si alzò e si diresse alla cassa, dove pagò il conto, declinando al contempo la generosa offerta di un digestivo della casa.

– tutto bene? – domandò il proprietario mentre consegnava la ricevuta al commissario.

– siete aperti anche la sera? – controbatté Bezzi.

– certamente.

– allora, se non le dispiace, direi di rimandare la sua domanda ad un’occasione più adatta ad esprimere giudizi di carattere gastronomico.

– d’accordo – assentì l’uomo con una certa perplessità – Vuole già prenotare per una di queste sere? aggiunse in tono compiacente, porgendogli un biglietto da visita del locale

– ci penserò – tagliò corto Bezzi. Afferrò il piccolo rettangolo di cartone, lo ripose nella tasca posteriore dei pantaloni e, accennato un saluto, si voltò verso l’uscita.

Uno scroscio silenzioso di fiocchi bianchi e l’odore di umidità ghiacciata che pervadeva l’aria gli annunciarono la ripresa delle precipitazioni invernali. Sul marciapiede, che al suo arrivo al ristorante aveva trovato sgombro e cosparso di sale sporco, si era nuovamente posato un manto soffice e cedevole, nel quale le scarpe del commissario affondavano già ben oltre lo spessore della suola, rendendo il passo pesante e come risucchiato verso uno stato di immobilità.

Avendo ancora quasi un’ora a disposizione prima di incontrare Marta (si erano dati appuntamento alle 14.50 all’ingresso della Terrin&Smith, i cui uffici erano ubicati in via San Maurilio), puntò dritto verso il primo taxi disponibile, merce quanto mai rara in giornate climaticamente avverse come quella, che trovò in corso Buenos Aires.

Comunicò la destinazione al conducente che, circa 20 minuti dopo, lo depositò in Corso di Porta Ticinese, di fronte ad un negozio di strumenti musicali.

Al proprietario, il quale con fare un po’ sbrigativo gli aveva domandato cosa desiderasse, Bezzi mostrò il suo distintivo, corredato della gentile richiesta di poter utilizzare per pochi istanti uno dei loro flauti. L’unico strumento musicale che, grazie alle buone reminiscenze delle scuole medie da lui frequentate in tenera età, il commissario era in grado di suonare. O, quantomeno, di compitarne le note.

Dopo essersi quindi fatto consegnare un esemplare in legno di ciliegio, scelto dal proprietario del negozio nella recondita speranza che il piccolo prestito (sostanzialmente forzato) potesse evolversi in un acquisto (fortemente auspicato), Bezzi aprì il suo quaderno di appunti alla pagina dove aveva trascritto la breve sequenza di note e provò a riprodurla. Come aveva immaginato, ne uscì una cacofonia del tutto aliena a qualsiasi espressione musicale propriamente detta.

Seguito dallo sguardo piuttosto attonito del negoziante, nelle cui mani era stato diligentemente riconsegnato il grazioso strumento, si avviò per il Corso, dirigendosi verso l’incrocio con largo Carrobbio.

Da lì, in massimo 5 minuti ed in perfetto orario, avrebbe raggiunto Marta presso il luogo dell’appuntamento.

Fu proprio quando intravide il profilo di sua figlia stemperarsi nel grigio biancastro di quella giornata plumbea che la neve cessò di cadere. Nell’aria estenuata e fioca, i lineamenti di Marta si stagliavano con sempre maggior nitidezza man mano che l’umidità precipitava a terra, lasciando spazio ad una luce debole ma libera dall’interferenza atmosferica.

Emerse prima il volto, intento in un’espressione di ansiosa attesa, corrisposto dalla postura inquieta del corpo, il cui battito del piede sinistro ticchettava minaccioso sul marciapiede.

Quando Bezzi fu sufficientemente vicino, gli occhi della ragazza, intenti in un moto incessante lungo la linea dell’orizzonte, incontrarono i suoi, per puntare immediatamente dopo il quadrante dell’orologio che indossava al polso.

– per fortuna non sei in ritardo, papà.

– dubitavi forse della mia puntualità? – si informò il commissario osservando la pulsantiera dove spiccavano una serie di cifre ermetiche, scollegate da qualsiasi nominativo.

– mi ha detto Barbara di digitare il 18.

– bene, procediamo allora – la anticipò Bezzi premendo in successione le due cifre.

Dopo alcuni secondi una voce femminile impeccabilmente impostata domandò

– buongiorno, cosa desidera?

– buongiorno, sono Marta – rispose la ragazza frapponendosi fra il padre e l’altoparlante del citofono– credo che la mia amica Barbara vi abbia parlato di me…

– ma certo, accomodati – confermò la voce adottando un tono di cortese professionalità – Quarto piano. Scala di sinistra. Utilizza pure l’ascensore principale.

Quando la pesante porta di ingresso, sulla quale spiccava una targa dorata recante inciso il nome della società, venne garbatamente aperta, l’invisibile interlocutrice assunse le fattezze di una donna prossima alla mezza età, vestita di un completo gonna/giacca nero e camicia bianca inamidata. Calzava scarpe con tacco alto e sottile, che, con ogni evidenza, doveva aver indossato una volta arrivata in ufficio, data l’altissima improbabilità di poterle efficacemente impiegare per solcare l’abbondante manto nevoso.

– che piacere conoscerti, Marta – esordì porgendole la mano, che la ragazza si affrettò a stringere. Barbara sarà qui a momenti. Il signore che ti accompagna è? – domandò squadrando Bezzi con un sorriso.

– mio padre…

– commissario Fulvio Bezzi – pronunciò questi mentre si chiedeva come mai avesse sentito il bisogno di aggiungere, anzi di anteporre per l’esattezza, il suo titolo professionale e traendone al contempo la conclusione che la cosa poteva sempre tornargli utile.

– molto piacere, Alice Trabacchi – rispose porgendo anche a lui la mano, che il commissario trovò asciutta e nervosa al tatto – il dottor Cerruti si libererà nel giro di qualche minuto. Posso intanto farvi accomodare nella nostra sala riunioni? – domandò avviandosi verso una delle porte che si aprivano sul corridoio di sinistra, subito dopo l’ingresso.

Percorsi alcuni metri, Bezzi e sua figlia si ritrovarono all’interno di una ampia stanza, al centro della quale campeggiava un vasto tavolo di forma ellittica. Sulla superficie di legno chiaro erano stati disposti in perfetto ordine ed in corrispondenza con le numerose poltroncine poste attorno al mobile (di pelle nera, senza rotelle e con braccioli di acciaio lucido a vista), dei piccoli blocchi di appunti dalla fattura elegante e dalla carta filigranata con il logo della società, sobriamente composto dalle iniziali in maiuscolo, congiunte dalla & commerciale.

Sul lato destro di ogni blocco, una matita lunga e nera, anche questa dotata del medesimo logo inciso a caratteri dorati, completava il set da scrittura.

Al centro del tavolo infine, alcune bibite in lattina e qualche bottiglia di acqua trovavano alloggio su un vassoio di vetro.

Bezzi dovette reprimere un moto di stizza pensando alla trasandatezza cronica che regnava nel commissariato, fra il disordine consolidato delle scrivanie e la polvere presente su ogni scartoffia.

Presero posto su due poltroncine poste vicino all’ampia vetrata che illuminava la stanza, apprestandosi a sorbire il caffè che era stato offerto ad entrambi.

– cosa ne pensi, papà? Gli uffici mi sembrano davvero belli ed eleganti. Anche se certo non sono una esperta in materia – osservò Marta.

– di sicuro non ricordano il mio commissariato – ribatté rassegnato Bezzi.

– non vedo l’ora che ci raggiunga Barbara. Mi ha detto che il dottor Cerruti è molto contento di averci come sue aiutanti per il periodo delle festività.

– ed in cosa esattamente dovrebbe consistere il vostro ausilio?

– di preciso non lo so ancora, papà. Barbara mi ha detto che sarà sostanzialmente un lavoro di archivio, ma non mi ha fornito molti dettagli…

– immagino avremo maggiori informazioni quando riusciremo finalmente a parlare con questo dottore… Dispone di un nome di battesimo, oltre che del cognome?

– credo si chiami Renato, se non ricordo male.

– Renato Cerruti… – scandì il commissario, cercando di ricordare se il nominativo gli risultasse in qualche modo familiare. Dopo alcuni istanti di intenso sforzo mnemonico, dovette constatarne l’assoluta assenza da qualsiasi indagine, segnalazione o semplice citazione relativa al mondo della giustizia di cui fosse a conoscenza.

In compenso l’averne pronunciato per esteso il nome, sortì un effetto positivo sui tempi di attesa del medesimo che, sporgendosi delicatamente dalla porta di accesso alla sala, annunciò la sua presenza con un sonoro “buon pomeriggio”, avviandosi poi a passo deciso verso i due ospiti ai quali strinse vigorosamente la mano dopo che questi si furono alzati in piedi facendoglisi incontro a loro volta.

In termini sintetici ed utilizzando un lessico di matrice popolare, lo si sarebbe potuto definire senza dubbio “un pezzo d’uomo”.

Alto oltre un metro e novanta (ponderò Bezzi a occhio), doveva essere prossimo al quintale di peso, per quanto non sembrasse avere neppure un filo di grasso, fatta eccezione per gli inevitabili cedimenti addominali dovuti all’età.

Dai capelli infatti, ormai molto più sale che pepe, così come dalla sottigliezza rigida della pelle del volto, sulla quale spiccava una composizione di rughe non particolarmente profonde, ma allo stesso tempo piuttosto ben visibili, ed infine dalla postura e dalla gestualità, vigorose nel complesso ma come rallentate a tratti da una spossatezza interna, si poteva facilmente dedurre, così almeno fece Bezzi, che avesse da almeno un lustro superato la sessantina.

Ciò che sembrava invece contraddistinguerlo come una qualità costante e non soggetta ad alcun processo di invecchiamento era il senso di vigore ed energia che promanava dalla sua persona. Dagli occhi e dallo sguardo, innanzitutto, fermo e deciso nel contorno di due iridi verdi come una palude accesa dal sole, e dalla voce, sonora, compatta e modulata ad un tempo, in un equilibrio perfetto di piacevolezza e determinazione.

– prego, accomodatevi – li esortò allungando il braccio destro con un movimento deciso e gradevolmente perentorio– sono contento che tu sia venuta con tuo padre, Marta. Mi sembra una scelta assolutamente sensata e ragionevole.

– veramente la scelta è stata mia – interruppe Bezzi, cercando di controllare il senso di soggezione che, in modo sgradevolmente naturale, sentiva di provare nei confronti del voluminoso interlocutore – e concordo con lei che sia sensata e ragionevole. A differenza della sua amica Barbara, a cui con riconoscenza va ascritto il merito di questa iniziativa, mia figlia non ha parenti che lavorino nella vostra società. Non che abbia motivo di sospettare alcunché, si intende, tuttavia… – lasciò volutamente la frase in sospeso, sfruttandone tutto il potenziale allusivo utile ad assestarsi in una posizione di vantaggio.

– immagino sia un po’ il suo mestiere quello di verificare sempre tutto con estrema attenzione– rispose Cerruti sfoderando un sorriso gradevole, nel quale non appariva neppure il minimo senso di disagio – Alice, la signora Trabacchi, mi ha anticipato che lei è un commissario…

– per l’appunto.

– è di stanza qui vicino?

– direi proprio di sì. Sono il responsabile del commissariato di piazza Venino.

– praticamente a due passi – confermò Cerruti servendosi un bicchiere di acqua gassata e versandone altrettanta in un secondo bicchiere che porse a Bezzi. Marta invece optò per un lattina mignon di coca cola, che provvide a versarsi autonomamente.

– bene – proseguì dopo averne sorbito un lungo sorso – immagino sia qui per sapere che tipo di attività si svolge in questa società e quali saranno i compiti che verranno affidati a sua figlia.

– esatto. Sul primo punto mi sono già fatto un’idea. Ma qualche dettaglio in più non guasterebbe. Riguardo al secondo punto, vorremmo avere il maggior numero di ragguagli possibili. Dico bene Marta?

– certamente – confermò la ragazza un po’ piccata di non poter gestire direttamente la conversazione, nonché piuttosto imbarazzata dall’ingombrante (ed imposta) presenza paterna

– bene, procediamo con ordine allora – proseguì – ed iniziamo dal primo punto, ovvero cosa facciamo qui dentro. In un certo senso potremmo essere definiti degli intermediari. Da un lato ci sono le aziende, delle tipologie più disparate, che costituiscono i nostri clienti. La Terrin&Smith, di cui sono il responsabile per il nostro paese, copre una vasta gamma di settori, ma la nostra specializzazione è sicuramente costituita dai comparti automobilistico, farmaceutico e chimico. Il motivo per cui i nostri clienti ci ingaggiano è perché hanno bisogno di piazzare nel posto giusto le persone giuste. E qui veniamo alla nostra materia prima, la “merce” per così dire, che intermediamo sul mercato del lavoro. Vale a dire i candidati, cioè quei professionisti che i nostri clienti ci chiedono di trovare per loro conto. Tutto qui. Un lavoro semplice dal punto di vista del processo ad esso sottostante, ma che può diventare estremamente complicato quando risulta difficile trovare il “pezzo” giusto. Tutto chiaro fino a qui? – domandò ai suoi interlocutori, ricevendo da entrambi un gesto di assenso.

– ottimo – proseguì – chiaramente un’attività di questo tipo necessita fisiologicamente di un archivio quanto più vasto possibile che, periodicamente, richiede manutenzione ed aggiornamento. Ed è proprio questo il compito che vorrei avere il piacere di affidare a sua figlia, in vista della conclusione di questo anno e della volontà del sottoscritto di iniziare quello nuovo con tutte le carte in ordine. Vale a dire con un database pronto all’uso. Ritengo che una decina di giorni di buon lavoro possano essere sufficienti a portare a termine l’incarico. – tutto chiaro, dottor Cerruti – confermò Marta – ed esattamente in cosa consiste… Non fece in tempo a terminare la frase, interrotta dall’irruzione di un uomo, anch’egli piuttosto anziano e probabilmente coetaneo, a giudicare dall’aspetto, di Cerruti. – perdona il disturbo, Renato, ma si tratta di una questione piuttosto urgente – esordì senza salutare i due ospiti, che gli rivolsero uno sguardo garbatamente interrogativo. – permettete che vi presenti il mio socio – disse Cerruti rimediando alla mancanza del collega – il dottor Marcello Paredri, che non esito a definire il mio braccio destro nonché il mio compagno di lavoro di una vita. Arrivo subito Marcello – proseguì rivolgendosi a questo con un sorriso severo.

– va bene, ti aspetto nel mio ufficio – rispose porgendo frettolosamente la mano a Bezzi ed a Marta, per poi scomparire rapidamente dietro la porta.

– vogliate perdonare lo stile non impeccabile del mio socio, i cui modi sono solitamente squisiti. È che, in effetti, siamo alle prese con un progetto molto delicato…

– non si preoccupi – lo interruppe il commissario – comprendiamo perfettamente. Anzi direi che potremmo anche levare il disturbo…

– non se ne parla neppure! Mi occorreranno al massimo una ventina di minuti. Giusto il tempo che ci raggiunga anche Barbara, la figlia della mia assistente, così da potervi fornire qualche dettaglio operativo e mostrarvi come funziona ed è organizzato il nostro database, dimodoché lunedì prossimo, quando inizierete, possiate già essere pienamente operative. Inoltre, si intende, questa sera sarete graditi ospiti a cena a casa mia.

– a dire il vero… – abbozzò inutilmente il commissario.

– è di servizio questa sera?

– no, non lo sono, ma…

– forse ha qualche appuntamento pregresso allora?

– in effetti…

– ma no papà, ti sbagli! – lo interruppe Marta, comminando il colpo di grazia a qualsiasi velleità di Bezzi di sottrarsi all’impegno che ormai appariva ineludibilmente calendarizzato – sono sicura che questa sera non avessimo nulla in programma. Probabilmente ti confondi con qualche altro giorno.

– probabilmente – si arrese infine Il commissario. Tutto sommato non aveva alcun reale motivo per declinare l’invito, fatta eccezione per la naturale, almeno tale la reputava, diffidenza verso la persona con la quale sua figlia avrebbe trascorso otto ore al giorno per oltre una settimana a partire dal 22 dicembre. Compì quindi ogni sforzo necessario per destituire di fondamento quell’irrazionale moto d’animo, compose il volto in un sorriso garbato ed accettabilmente mondano e domandò:

– quale è l’indirizzo della sua abitazione?

– abito in via Mozart 5, vicino all’incrocio con via San Damiano. Vogliamo fare per le otto e trenta?

– per noi va benissimo.

– perfetto. Ora vogliate scusarmi, ma devo raggiungere il mio socio prima che venga a trascinarmi nel suo ufficio a forza. Ci rivediamo fra una ventina di minuti per un piccolo intervento formativo, come si direbbe in gergo.

Così in effetti avvenne.

Nell’attesa li aveva raggiunti anche Barbara, che Marta si affrettò ad introdurre entusiasticamente al commissario, presentandola come la su migliore amica. Poco dopo si unì nuovamente a loro Cerruti che illustrò personalmente alle due giovani apprendiste il funzionamento del database, anticipando alcuni dettagli del lavoro che le avrebbe attese.

Scoccavano ormai le sei quando il commissario e Marta si congedarono dandosi appuntamento per l’orario stabilito.

– andiamo a casa a cambiarci, papà?

– sì. Prima però fammi passare dall’enoteca per procurarmi un vino adatto alla serata. Secondo te il super manager è tipo da bianco o da rosso?

– noto una certa ironia piuttosto pungente… forse il dottor Cerruti non ti va particolarmente a genio?

– non del tutto – confermò Bezzi – anche se non so dirti perché.

– questo non significa però che mi impedirai di…

– no. Stai tranquilla. Hai il mio permesso anche se non la mia benedizione.

– grazie papà!

– di nulla. Allora?

– cosa?

– bianco o rosso?

– non lo so. Non conosco certo i suoi gusti né sono in grado di indovinare quali possano essere. In compenso so benissimo che a me piacciono gli spumanti…

– ho inteso. Accompagnami in enoteca allora e poi andiamo dritti a casa a metterci in gran spolvero –

Acquistò una bottiglia di Cesarini Sforza millesimato, che fece incartare, alla quale ne aggiunse una di rum che mise da parte per il weekend.

 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Altri due murales sono commissionati al misterioso graffittaro.
Bezzi organizza la sorveglianza nelle stazioni del Metrò.

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