La scelta finale – IX puntata

Parte I. Santa Claus is coming
9.

[da: papà
a:Mika 1990
Inviato il: 24 dicembre
Oggetto: RE: Santa Claus is Coming

Ciao Michele,

scusa se ieri non mi sono fatto sentire, ma queste di fine anno sono giornate molto intense ed impegnative, con un sacco di vecchi tromboni come me da salutare, riverire e tenersi buoni per l’anno prossimo.
E poi non ti nascondo che in questo periodo mi trovo spesso ad essere un po’ preoccupato ed agitato per mille e una cosa che bollono in pentola.
Ma per fortuna il Natale è ormai alle porte e ci concederà qualche giorno di meritato riposo, nonché di solenni abbuffate.
Pensavo di trascorrerlo da zia Fernanda, la sorella preferita da tua madre. Così starò in famiglia, in compagnia di attempati signori e signore come il sottoscritto, fra decine di portate che si succederanno durante buona parte della giornata, intervallate da chiacchiere e pettegolezzi sugli assenti. Poco male: non ti nascondo che una giornata come questa una volta all’anno non mi dispiace per nulla. L’atmosfera sarà comunque calda, accogliente e festosa, nonché adatta alle mie modeste esigenze.
Tutto diverso si prospetta invece il tuo di Natale, figliolo, se non ho capito male.
Mi ha fatto enorme piacere leggere che hai trovato una persona… speciale, diciamo così (non voglio precorrere i tempi utilizzando paroloni come “fidanzata” o anche solo “ragazza”, per non menzionare sproloqui del tipo “anima gemella” o “futura moglie”: il tuo presente di felicità è già di per sé il dono più grande, importante e gradito che potessi ricevere) e mi auguro che trascorrerai con lei questo tuo primo Natale e Capodanno newyorchese.
Se non sono indiscreto, avete qualche programma in particolare? A quanto mi risulta e a quanto mi scrivi tu stesso, anche lì vi trovate ben bene sotto la neve. Spero solo usiate prudenza e rimaniate in città…
Sono contento che il tuo HI-FI, di cui vai tanto orgoglioso, sia arrivato sano e salvo, in perfette condizioni. Avevo fatto allestire una spedizione con i fiocchi, con un’assicurazione che, se non ricordo male, è praticamente risultata superiore al prezzo di tutto l’impianto (te lo ho regalato 3 anni fa, vero?). Quindi ero piuttosto tranquillo e sereno che tutto sarebbe andato per bene. Ma tant’è: avere conferma direttamente dal destinatario è sempre meglio.
Riguardo poi alle stranezze comportamentali degli agenti dell’immigrazione, hai fatto bene a non aver dato peso all’avvenimento (che, per altro non mi hai neppure raccontato. Magari mi riferirai nella prossima mail?). Tuttavia, se dovesse capitarti qualcos’altro di insolito, ti prego di mettermene a parte. In fondo sono sempre tuo padre: chi meglio di me potrebbe aiutarti e consigliati?

Non trovi?
Torno ai miei doveri natalizi, Michele.
Ci sentiamo domani mattina presto, quando da te sarà appena arrivato il Natale, per scambiarci gli auguri a voce.
Nel frattempo riguardati e…divertiti!

Ciao
Papà]

Premette il pulsante “invio” dopo aver riletto rapidamente il testo per verificare che non ci fossero errori. Si sentiva più tranquillo adesso, dopo la telefonata avuta due giorni prima. La  promessa fatta di ritornare sui suoi passi e non intralciare quanto pianificato era stata favorevolmente accolta, a quanto sembrava, scongiurando così il rischio di poco piacevoli ricadute sull’esistenza dei suoi cari (della sua gli importava molto meno). Tutto sommato, rifletté, nessuno aveva fatto del male a suo figlio, né tantomeno aveva espresso esplicitamente l’intenzione di agire in tal senso. Tutto era avvenuto ad un livello di minaccia più subliminale, individuando semplicemente un obiettivo da colpire, qualora si fosse accanito nel suo atteggiamento poco collaborativo. D’altro canto, con interlocutori come quelli c’era poco da trattare, data la loro scarsissima propensione a qualsiasi tipo di scrupolo: bisognava limitarsi a dire di sì, senza obiettare. Riconobbe quindi il grave errore tattico che aveva commesso nell’aver inizialmente opposto il suo rifiuto a collaborare, minacciando addirittura di arrivare a prendere provvedimenti per ostacolare attivamente l’iniziativa (se così la si poteva definire) nella quale era stato cooptato, senza aver calcolato con chiarezza i rischi che ne sarebbero potuti derivare. Certo continuava a ritenere le sue remore più che fondate e legittime, tuttavia non aveva avuto scelta: per il suo unico figlio non esisteva valore equivalente, neppure sommando l’intera umanità.

Una anacronistica governante venne loro ad aprire la porta. Non che la si dovesse considerare tale per via dell’età, che anzi, a giudicare dalla freschezza dell’aspetto e dal contegnoso brio nelle movenze, doveva essere piuttosto giovane, quasi certamente sotto i trent’anni, quanto per l’accurata uniforme di servizio, che, invece di limitarsi ad un comodo ed informale abbigliamento da lavoro, si componeva di un abito a pezzo intero color blu scuro, lungo fin sotto le ginocchia, corredato da un grembiule di egual estensione candido come un giglio, con i bordi orlati di ricami ed allacciato dietro il collo ed all’altezza della vita.  Una cuffia copri capelli ed un paio di guanti, anch’essi immacolati, completavano la vetusta tenuta, trasmettendo un senso di benessere sociale un po’ antiquato quanto vagamente posticcio.
-buongiorno-salutò la fiorente amministratrice della lussuosa villa di via XX Settembre, al cui accesso interno Bezzi e i suoi accompagnatori erano giunti dopo aver attraversato quello che, durante la bella stagione, doveva essere un giardino ampio e  curato alla perfezione, ma che in quel momento appariva come un uniforme e spesso strato bianchissimo, nel mezzo del quale la neve era stata accuratamente rimossa per sgomberare completamente il viale di accesso. Nonostante gli sforzi del solerte spalatore (“la governate medesima? Poco probabile” pensò Bezzi, propendendo per un giardiniere assunto in pianta stabile) per mantenere in perfetto stato il breve tragitto, un rivolo di acqua, tanto esile quanto tenace, continuava a fluire dalla massa nevosa, generando una moltitudine di piccoli rigagnoli di acqua sporca che, calpestati dai passi frettolosi dei tre visitatori, finirono per schizzare il manto di neve, imbrattandolo ulteriormente.
-buongiorno a lei- le rispose Bezzi- come le ho anticipato al citofono, siamo della polizia. Sono in casa i signori Franesi?-
-nessuno dei due. Mi spiace. Il dottor Franesi, tuttavia, dovrebbe essere di ritorno a breve: nel pomeriggio deve ricevere un paziente qui, nel suo studio privato – specificò indicando un punto imprecisato alle spalle del vasto salone di ingresso
-molto bene, lo attenderemo allora- ribatté il commissario, percorrendo due passi verso l’interno del vano per meglio sottolineare la sua decisione di dare forma e sostanza immediata alle sue velleità di visitatore- anche perché- aggiunse come se se ne fosse rammentato solo in quel momento- in realtà siamo qui per incontrare suo figlio, vale a dire Marco Franesi-
-anche lui è fuori. Se non ricordo male- proseguì dopo aver riflettuto alcuni istanti- oggi doveva recarsi all’università, frequenta la Bocconi -sottolineò- e non penso farà ritorno fino al tardo pomeriggio-
-ha notato qualcosa di insolito in lui questa mattina?- domandò Tarcisi, prendendo parte alla conversazione
-non lo so. O meglio- precisò- non sarei in grado di dirvelo perché, diversamente dalle sue abitudini, questa mattina è uscito molto presto, tanto che, quando ho preso servizio, verso le 7, aveva già lasciato casa. Anzi, a voler essere precisi, erano usciti sia lui sia la signora. L’unico ancora presente era il Dottore, per l’altro piuttosto infuriato proprio con Marco che gli ha sottratto la sua autovettura-
-ha idea di che tipo di auto si tratti?- domandò Bezzi, la cui consolidata abitudine a registrare tutti i dati possibili, anche quelli in prima battuta poco significativi, si era dimostrata più di una volta decisamente utile per le indagini.
-non conosco precisamente il modello e la marca, ma comunque è un fuoristrada. Di quelli grandi e lussuosi. So che il dottore ne avrebbe avuto bisogno questa mattina perché doveva andare a trovare un suo paziente che abita fuori Milano e temeva quindi di affrontare le strade secondarie con un mezzo non adeguato-
-e come ha risolto lo spinoso problema?-si informò Feraboldi
-ne ha noleggiato uno, che gli è stato recapitato a domicilio-
-bene, grazie delle informazioni- ringraziò Bezzi- sarebbe così cortese da condurci in camera del ragazzo?-
-certamente, seguitemi-rispose la governate dopo aver mentalmente verificato di aver rifatto e sistemato la stanza- per di qui- aggiunse indicando un ampio corridoio che si apriva sulla destra della sala.
Che la stanza del ragazzo fosse quella di un accanito militante della bomboletta spray non poteva essere oggetto di dubbio, dal momento che un campionario cromaticamente assai vasto di quegli oggetti si trovava allineato, o piuttosto affastellato, nel mobiletto a giorno situato a sinistra della porta di accesso al vano. Una struttura composta da quattro ripiani, stipati di cilindri dalla forma slanciata e caratterizzati ognuno da un colore diverso. Bezzi ne sollevò alcuni a caso, notandone il diverso peso, da mettere evidentemente in relazione con il maggiore o minore utilizzo.
-Marco ha un vero e proprio talento per i murales- affermò la domestica, rispondendo proattivamente ed anche predittivamente, secondo il suo punto di vista, ad una domanda che nessuno dei tre le aveva posto sull’utilizzo e le finalità di quell’arsenale cromatico ad aria compressa.
-questo lo sappiamo già- rispose Bezzi con un tono piatto, quasi a sottolineare l’assoluta inutilità dell’esternazione appena udita- piuttosto- proseguì gettando una rapida occhiata al resto della stanza- lei ha idea se il nostro giovane talento conservi da qualche parte disegni, schizzi e simili? Insomma-specificò piantandole gli occhi addosso- il materiale preparatorio dei suoi inestimabili capolavori-
C’era qualcosa, qualche sfumatura, nel tono usato dal commissario per esternare le sue osservazioni sarcastiche, che indusse la giovane donna a rispondere con assoluta sincerità alla domanda che le era appena stata posta, per quanto quell’atteggiamento la indisponesse in misura non trascurabile.
-sì- confermò indicando un cassetto molto largo e basso posto proprio sotto il piano di scrittura della scrivania- di solito li tiene lì.
Senza attendere l’autorizzazione di Bezzi, Feraboldi ne fece scorrere il pianale sulle guide, spalancandolo completamente. Ne emersero circa una quarantina di fogli di grande formato, corredato ciascuno da disegni in vario stato di avanzamento: si andava dalla semplice bozza tratteggiata a matita o a carboncino, fino al vero e proprio prototipo a cui mancava solo di essere trasposto su qualche muro cittadino.
Suo malgrado, nonostante gli auspicabili pregiudizi attesi da un uomo d’ordine pubblico, fu costretto ad ammettere, fra sé, la assoluta non banalità del materiale che si presentava davanti ai suoi occhi, riconoscendone al contempo l’evidente valore artistico. Per quanto potesse istintivamente nutrire scarsa stima per quel ragazzo che, pur non avendolo ancora incontrato di persona, aveva già classificato come rampollo cresciuto sotto il peso di soverchianti certezze derivanti da genitori tanto affermati quanto assenti, la prova evidente del suo talento stava a dimostrare, ancora una volta, la refrattarietà della materia umana ad assoggettarsi a schemi troppo lineari. Una sensibilità inquieta e visionaria traspariva da quei disegni, realizzati da una mano sicura, elegante e determinata nel dare sostanza a quello che doveva essere un pensiero ed una concezione del mondo precisi e coerenti.  Al contempo, la capacità di non derogare alle regole “di genere” dimostrava una creatività duttile e malleabile, che spiegava e giustificava ad un tempo l’elevata fama di cui godeva nell’ambiente dei writers.
Tuttavia, tutte quelle manifestazioni cartacee di talento artistico si rivelarono ben poco utili sul versante pratico, poiché nessuna di queste rappresentava, anche solo remotamente, le opere realizzate nelle tre stazioni metropolitane.
-lo stile mi sembra comunque lo stesso- osservò Tarcisi, alludendovi implicitamente
-sono d’accordo- confermò Feraboldi, nei cui bozzetti aveva riconosciuto qualcuna delle opere che aveva avuto modo di contemplare sui muri cittadini- anche senza essere un esperto di arte, mi sentirei serenamente di affermare che la mano è la stessa-
-queste nostre fondate certezze artistiche non costituiscono tuttavia prova alcuna- constatò Bezzi piuttosto sconsolato, anche se non del tutto sorpreso- ci sono altri posti dove custodisce i suoi disegni?-aggiunse rivolto alla governate, incontrandone lo sguardo perplesso e vagamente interdetto tipico di chi ignora i presupposti di quanto si sta svolgendo davanti ai suoi occhi.
-non che mi risulti, commissario-
-poco male- ribatté questi- vorrà dire che trascorreremo un po’ di tempo a frugare in questa deliziosa cameretta. Giusto per ingannare l’attesa del dottor Franesi-
-d’accordo commissario- assentì Tarcisi, mentre Feraboldi si limitò ad un silenzioso cenno del capo.
Si spartirono la camera in tre zone, dedicandosi ognuno a frugare con cura ogni angolo.

Purtroppo, nonostante gli sforzi profusi in quasi un’ora di tenace lavoro, non emerse nulla di significativo, se non qualche altro bozzetto che aveva tutta l’aria di essere stato dimenticato o momentaneamente smarrito.
L’unico membro della squadra dei solerti setacciatori a mostrare uno sguardo parzialmente soddisfatto fu Bezzi, che nella mano destra reggeva una piccola armonica cromatica (ritrovata in uno dei cassetti della scrivania, in mezzo a varie cianfrusaglie di natura indistinta) dalla quale spuntava il lungo ed affusolato bottone utilizzato per produrre i semitoni.
-devo dedurre che il nostro pittore sia anche un dotato blues man in scala minore?- domandò rivolgendosi alla giovane domestica che, per tutto quel tempo, era rimasta ferma in piedi accanto allo stipite della porta, come a supervisionare l’operato dei tre esponenti delle forze dell’ordine, numero in cui aveva, per incolpevole ignoranza, incluso anche Feraboldi
-non capisco cosa intenda dire, commissario- rispose questa rivolgendo uno sguardo interrogativo agli altri due, nella speranza che potessero fornirle una chiave di lettura utile a comprendere quell’astrusa domanda
-si riferisce al fatto- intervenne Feraboldi- che quel tipo di armonica viene di solito utilizzata nel blues per ottenere effetti in chiave minore-
La precisazione del professore non dovette sortire l’effetto di chiarezza sperato, dal momento che, alla perplessità della governante si aggiunse quella di Tarcisi, anch’essa silenziosamente espressa da uno sguardo piuttosto stralunato
-lasciamo perdere le sottigliezze- si rassegnò Bezzi- quello che mi preme sapere è se il signorino Franesi sia solito suonare questo strumento oppure no- domandò protendendo verso la giovane donna l’armonica, come a sottolineare il punto centrale della questione.
-direi proprio di no, commissario. Anzi, ad essere sincera, posso con sicurezza affermare non solo di non aver mai visto questo strumento prima d’ora, ma neppure di averlo mai udito suonare in questa casa nella quale, mi creda, trascorro giorno e notte, con l’esclusione del sabato pomeriggio e della domenica-
-molto bene- concluse Bezzi lanciando uno sguardo volutamente enigmatico ai suoi due collaboratori come ad intendere “so che non avete capito nulla. Non vi preoccupate, vi spiegherò tutto dopo”- direi che ora possiamo accomodarci in salotto ed attendere pazientemente il ritorno del dottor Franesi-
-vuole che lo chiami al telefono per metterlo al corrente della situazione?- domandò cortesemente la domestica
-non occorre, grazie. Non vorrei mai rovinargli la sorpresa-
 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Mika e Allison, la sua strana amica newyorkese.
Bezzi, sulle tracce dell’introvabile graffitaro, interroga il padre ed un’amica.

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