La scelta finale – ultima puntata

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-Baroni, come procede la sorveglianza a Cerruti?-
-alla grande commissario. Quel sorcio pieno di soldi conduce proprio una vita morigerata. Tutto ufficio e casa. Deve avergli dato davvero una bella strigliata a quel sacco di…-
-ti ringrazio ancora una volta per i tuoi epiteti, nitidi come sapienti pennellate di colore- lo interruppe Bezzi, smorzando così l’onda montante delle espressioni colorite, tipiche del suo ruspante collaboratore- state prestando la dovuta attenzione a non farvi notare da occhi indiscreti? È un tema che mi preme molto, dal momento che da ciò dipende se riusciremo o meno ad impedire un gran bel casino…-
-un gran cazzo di casino, direi! Comunque stia tranquillo, commissario: siamo più invisibili noi di un Primex 005-
-non conosco la categoria merceologica alla quale appartiene il prodotto da te appena citato, ma posso comunque immaginare che la sfera di riferimento sia quella dei rapporti protetti…-
-bravo commissario! Anche se la facevo un po’ più arzillo da questo punto di vista…-si interruppe, riflettendo sulla china pericolosa lungo la quale si era sciaguratamente avviato, sulla scorta delle ricorrenti voci d’ufficio, che volevano il commissario Bezzi dedito ad una esistenza indefettibilmente morigerata da quando era approdato nella grigia Milano- con questo non fraintenda…non volevo…insomma sì, ha ragione lei: è una marca, nonché un modello, di g…preservativo- terminò sterzando bruscamente il discorso verso l’elemento da cui aveva avuto origine la diafana similitudine- e, con questo, intendevo dire che di noi non si è accorto nessuno. Silenziosi come ladri, invisibili come la notte, commissario-
-molto bene- rispose Bezzi dando segno di non attribuire alcuna importanza alla mezza osservazione scivolata fuori dalla bocca di Baroni, come un colpo d’aria quando si dimenticano aperte troppe finestre – mi voglio fidare, anche se poi chiederò comunque a Robecchi la sua opinione in merito- proseguì giudicando il pallore, che si diffuse istantaneamente sul viso del collaboratore, una vendetta più che adeguata all’inopportuno abbozzo di commento da parte di quest’ultimo- e voi? Avete notato nulla di particolare, al di là dell’esemplare routine che mi hai appena descritto?-
-davvero no, signor commissario. Non so se lei è poi in possesso di informazioni differenti…-
-no, Baroni. Direi di no. Dal PC di Cerruti, che abbiamo ovviamente messo sotto sorveglianza, non è emerso alcunché. Lo stesso dal suo cellulare. Insomma: totale ed assoluto silenzio radio. A meno che, eventuali conversazioni non avvengano per mezzo di un apparecchio usa e getta. Cosa di cui invero dubito, per almeno due motivi: il primo è che sono quasi certo che, nel caso, il buon Cerruti ce lo avrebbe riferito, il secondo, e non meno importante, è che ai nostri Fratelli, ed in particolare a fra’ Cherish da Chicago, conviene limitare al massimo qualsiasi comunicazione di qualsiasi genere, così da rimanere quanto più possibile nell’ombra fino al giorno prefissato-
-e ormai ci siamo, commissario: non mancano che quarantotto ore-
-infatti Baroni. Manca davvero poco. Ora puoi anche andare- lo esortò indicando con un gesto rapido la porta del suo ufficio- grazie e…-
-e… ?-
Aveva intenzione di farsi mandare Robecchi, così da mantener fede ai suoi propositi vindici, ma alla fine desistette, avendo compiti più urgenti e rilevanti da svolgere.

Come quello, ad esempio, di contattare i colleghi della polizia aeroportuale di tutti gli scali orbitanti su Milano (ben 3, limitandosi a quelli principali) per verificare che, dalla Germania o dall’Olanda, non fossero arrivate consegne speciali.

Poteva dirsi più che soddisfatta. Poter finalmente disporre di un nome da cui partire, quello dei Fratelli Dell’Uguaglianza, aveva reso tutto, se non semplice, quanto meno fattibile.
Scavando nella giusta direzione, era infatti riuscita a dare un nome a quell’apparente fantasma, che aveva corrisposto, per ben un anno solare, l’affitto di quella che sarebbe divenuta la prigione di Michele Paredri. Ovviamente il suo nome non corrispondeva a quello di Alexander Escher, la cui onomastica era attestata unicamente da certificati mortuari e lapidi tombali, bensì a quello di un cittadino americano vivo e vegeto, nonché solerte organizzatore della logistica del gruppo terroristico.
Al gentiluomo in questione, l’operazione negromantica, vale a dire la fittizia resurrezione di un cadavere a cui intestare il contratto di affitto dell’edificio, doveva per altro essere riuscita piuttosto semplice da realizzare, risultando costui essere l’Amministratore Delegato, nonché socio unico, della società immobiliare che aveva stilato il contratto in questione.
Arrivare a lui si era a sua volta rivelato piuttosto agevole per la solerte agente Starnel, poiché il nominativo faceva, fortunatamente, parte dell’elenco di possibili membri dei Fratelli, gentilmente fornito dall’FBI, istituzione per altro poco propensa ad elargire favori a titolo gratuito.

Tant’è che, ottenute da parte dell’agente le dovute delucidazioni sul motivo della richiesta, la aveva prontamente fatta affiancare (risibile eufemismo gerarchico) nella delicata indagine.
Che delicata si era rivelata essere sul serio, dal momento che tutte le informazioni utili erano state acquisite, passo dopo passo, agendo con la massima discrezione e quasi con furtività. Ma non certo a discapito dei risultati, che erano emersi con chiarezza, man mano che le varie componenti di approfondimento si combinavano fra loro.
Ovviamente, nello scenario investigativo erano stati cooptati anche i servizi di sicurezza dei paesi che risultavano interessati dalle macchinazioni dei Fratelli Dell’Uguaglianza: l’Italia, innanzitutto, ma anche l’Olanda e la Germania.
Ne era emersa una trama complessa ma coerente, che, sostanzialmente, costituiva una conferma di quanto scoperto dalla polizia italiana (formula collettiva dietro la quale era ben individuabile il commissariato diretto da Bezzi).
Un gruppo ben organizzato con uno scopo coerente, per quanto anacronisticamente utopico. Un’organizzazione finalmente pronta a passare all’azione, alla fase operativa di realizzazione del suo inquietante programma, iniziando proprio dalla città più capitalistica del Bel Paese.
Aveva trovato curioso, l’agente Starnel, constatare come un programma a così alto tasso di egualitarismo trovasse i suoi artefici in una serie di ottimi rappresentanti del tipo di società che si intendeva distruggere dalle fondamenta.
Insolito ma, probabilmente, non così infrequente nel ricorrere della storia.
Ma, tutto sommato, la storia, recente, passata o remota che fosse, non era mai stata la sua passione. Preferì quindi concentrarsi sul presente e sul futuro prossimo, molto prossimo poiché mancavano poco più di trentasei ore al momento in cui, se a Milano (città in cui si ripromise, prima o poi, di recarsi per dare volto e fattezze concrete al Commissario Bezzi) tutto fosse andato per il verso giusto, si sarebbe passati finalmente all’azione anche negli Stati Uniti e nel Nord Europa, ponendo una buona volta fine all’esistenza di quella cricca di eversivi.
Non rimaneva dunque che aspettare.

Ancora un po’.

Il materiale era finalmente arrivato. All’ultimo momento, come da programma, così da limitare al massimo l’intervallo fra la ricezione di questo ed il suo utilizzo. A vederli così, i due pacchetti, uno proveniente dalla Germania e l’altro dall’Olanda, non parevano davvero un granché, sia per le dimensioni sia per il peso, entrambi piuttosto modesti.
La consegna era avvenuta, tramite corriere privato, presso l’indirizzo di fermo posta di un ufficio periferico e poco frequentato.
Una volta giunto presso il suo nascondiglio, che consisteva in un appartamento di un centinaio di metri quadrati, dei quali una buona metà erano occupati da un unico vano adibito a laboratorio, scaricò il materiale, lo estrasse dagli involucri che lo contenevano e verificò, istruzioni alla mano, che non mancasse nulla e che tutto fosse integro. Fortunatamente, almeno così poté giudicare sulla base della sua scarsa competenza in merito, ogni cosa sembrava a posto.
Estrasse allora da un armadio di metallo altro materiale, che si era procurato autonomamente, e lo affiancò a quello ricevuto.
Non mancava ora che il risultato finale di quei componenti e del loro assemblaggio: un oggetto che, una volta completato, avrebbe occupato un volume trascurabile di spazio, tanto da poter essere contenuto in una borsa da palestra di dimensioni medio-grandi.
Uno strumento di morte compatto e letale, che avrebbe finalmente palesato al mondo, dopo un lungo periodo di incubazione, il nome, il potere ed il valore dei Fratelli Dell’Uguaglianza.
Pensare al sangue che sarebbe fluito dai corpi delle numerose vittime (così si augurava e così sarebbe stato, secondo il piano che era stato elaborato), tutte plausibilmente innocenti, non lo rattristava per nulla e non generava in lui il benché minimo senso di rimorso, grazie al fatto che aveva imparato a ragionare secondo i giusti punti di vista, nonché secondo finalità per lui trascendenti e integralmente imprescindibili.
Una manciata di esseri umani, tale infatti sarebbe stato il computo delle vittime se paragonato a tutta la popolazione mondiale, costituiva un prezzo umano più che accettabile, ed anzi necessario, per creare il Nuovo Ordine.
Bambini, donne e uomini dilaniati nei corpi e straziati nelle carni, sarebbero divenuti i martiri inconsapevoli di un nuovo stadio dell’umanità.
Vittime di una bomba, avrebbero loro stessi fatto deflagrare il vecchio mondo, sulle cui macerie sarebbe sorto quello futuro.
A tempo debito, i loro nomi (assai meno la loro esistenza stroncata) sarebbero stati celebrati con i dovuti onori.
Ma quello non era il momento di pensare al futuro, quantomeno non a quello troppo distante nel tempo.
Era sul domani che Cherish si impose di concentrarsi, mentre un lieve strato di sudore aveva preso ad imperlargli la fronte.
Erano, infatti, le 9.00 di mercoledì 14 gennaio. Vale a dire che mancavano esattamente ventiquattro ore al termine prestabilito per accendere la rivoluzione.
Non c’era dunque un minuto da perdere: l’ordigno doveva essere pronto entro le due del pomeriggio, così da avere il tempo necessario per mettere a punto gli ultimi particolari e potersi, infine, godere il meritato riposo in vista del grande giorno.
Ma, soprattutto, non c’era da commettere il minimo errore nell’assemblare la bomba, altrimenti sarebbe stato solo lui a saltare in aria.
Martire di sé stesso e testimone della sua inettitudine.
Una prospettiva davvero poco allettante: se il nuovo ordine richiedeva sangue, non era certo il suo che intendeva offrirgli.

-spero tu approvi la mia scelta, Fulvio-
-ammetto che il posto non è di mia conoscenza, ma sembra promettere niente male- replicò Bezzi dopo aver osservato con attenzione la piccola saletta che li ospitava, con le pareti pervase da un morbido colore pastello sospeso fra il giallo e l’arancione, a seconda di come la luce, nebulizzata da lampadari di statuto incerto fra retrò e semplicemente vecchio, veniva a colpirle. I tavolini rotondi di legno scuro, affetti dall’acne dei tarli, erano circondati da sedie piuttosto confortevoli, nel loro rassicurante scricchiolio di manufatti limati dal tempo, ma ancora solidi grazie alla perizia con la quale erano stati fabbricati.
L’impressione generale, anche senza alcun camino dentro cui sentir crepitare affettuosamente qualche massiccio ceppo di legna, lento a consumarsi nell’abbraccio del fuoco, era quella di un luogo pervaso da un tepore intimo. Una sorta di guscio di luce soffusa e circoscritta dentro i rigori di quell’inverno che, anche quella sera, così come spesso aveva fatto nel corso delle settimane precedenti, sbuffava il suo soffio di gelo nevoso contro i muri delle case, dei locali e di tutti gli edifici eretti dal genere umano. Paziente, costante, implacabile, sembrava attendere senza fretta il momento in cui tutte quelle effimere compagini di mattoni e cemento sarebbero crollate, per lasciar posto alla danza avvolgente e caotica di innumerevoli fiocchi di neve, trascinati in un incessante moto a spirale. Imponderabili lapilli gelati, bianchi come un sudario nel momento in cui, cessato il vento, si sarebbero deposti sul terreno.
-cosa mi dici del menù, Tiziano?-
-stagionale e, nel caso specifico, prefetto per l’inverno. Se accetti suggerimenti…-
-certamente: sono tuo ospite, in un certo senso- rispose Bezzi mescendo, nel suo bicchiere ed in quello dell’amico, due dita abbondanti di un Dolcetto del 2009. Una produzione biologica di una cantina che non aveva mai sentito nominare (ma comunque correttamente dislocata nell’area del comune di Ovada) e di qualità che giudicò assolutamente notevole, con il suo sapore dall’incipit moderatamente pastoso, che sapeva rivelare tutta la sua profonda maturità, una volta che il palato aveva avuto modo di accogliere la giusta quantità di liquido, e che, infine, scivolava verso lo stomaco, creando una sensazione di vellutato calore.
-allora non mi farei mancare per nulla al mondo la tagliata di bisonte-
-recepisco più che volentieri il consiglio. E…in merito ai primi piatti?-
-data l’importanza del secondo, rimarrei su qualcosa di più leggero, ma adeguatamente corposo, per via del vino con cui stiamo pasteggiando- consultò rapidamente il menù alla ricerca della risposta più calzante- maltagliati al sugo di noci? È la specialità dello chef e ti assicuro che…-
-mi sembra un’idea eccellente- troncò Bezzi, la cui irrequietezza gastrica palesava il livello di appetito raggiunto-
-perfetto. Ti seguo. O meglio, ti precedo- concluse a sua volta Feraboldi, facendo cenno ad un cameriere che, raggiunto il tavolo con pacata solerzia, estrasse dalla tasca dei pantaloni un piccolo block notes ed una matita consunta, pronto a registrare le ordinazioni.

-non è casuale che tu mi abbia chiesto di invitarti a cena. Mi sbaglio, Fulvio?-
-no. Non ti sbagli- rispose Bezzi attaccando l’ultimo frammento di tagliata.
La cena, fino a pochi istanti prima, era stata accompagnata da una conversazione piuttosto generica nei contenuti, condita con qualche dissertazione di natura musicale e con sequenze di ricordi risalenti alla loro frequentazione universitaria. Poi, per banale processione semantica dalla condizione passata a quella presente, Feraboldi aveva domandato all’amico come stesse Marta e se avesse ben smaltito l’accaduto.
Era stato a quel punto che lo sguardo del commissario aveva assunto una sfumatura inizialmente indefinibile, che era divenuta rapidamente cupa come il riflesso del vino depositato nel suo calice, mentre le sue mani irrequiete non cessavano di torturare il tovagliolo di stoffa color pesca.
A Feraboldi il dubbio era dunque sorto spontaneo, così come immediata era scaturita la risposta di Bezzi che, terminata una buona volta la sua portata, aveva deposto sul piatto forchetta e coltello, calandole come un sipario su quella prima parte della serata.
-non ti sbagli- ripeté dopo aver emesso un sospiro- ma prima voglio rispondere alla tua domanda su Marta. Sta bene e, volendo il cielo, ha ripreso da oltre una settimana i suoi impegni scolastici, così che possiamo una volta per tutte considerare per lei archiviata l’esperienza nella meravigliosa Terrin&Smith, fiorente società, i cui due soci non disdegnavano di arrotondare i loro già ingenti introiti favorendo un’organizzazione terroristica in procinto di mostrare al mondo le sue capacità. Accantonato dunque l’argomento Marta, e premesso, in secondo luogo, che non ci può essere altro modo di gestire il problema Steve Cherish, se non quello che abbiamo stabilito e che troverà la sua conclusione, spero positiva per noi e per questa città, domani…-
-non sono del tutto d’accordo con questa interpretazione dei fatti, Fulvio. A mio modo di vedere infatti, se i vostri colleghi negli Stati Uniti, in Germania ed in Olanda fossero passati all’azione, eseguendo la trafila di arresti previsti, ma rimandati alla conclusione dell’operazione di domani e voi, da parte vostra, aveste sbattuto in prigione tutti i componenti della Chimilab coinvolti, credo proprio che Cherish avrebbe, come si suol dire, tirato i remi in barca, propendendo per la saggia decisione di sparire per sempre dalla circolazione, o limitandosi tuttalpiù a farsi spedire di tanto in tanto,  presso un indirizzo riservato, qualche bottiglia del vino da lui copiosamente prodotto-
-no, Tiziano. Purtroppo è molto improbabile che possa essere come ritieni tu. Profili criminali come quelli di Cherish sono abbastanza noti a chi, come me, ha la sfortuna di doversene occupare. Se anche dovesse vedere sfilare in TV tutti i suoi compagni diligentemente ammanettati, non si fermerebbe comunque. Anzi, avrebbe un motivo in più per portare a termine il suo compito: ultimo eroe della sua ingloriosa stirpe ad essere rimasto libero. Con la catastrofica aggravante, dal nostro punto di vista, che, sapendo ora mai di essere stato scoperto, deciderebbe molto probabilmente di colpire un altro bersaglio in una data diversa da quella prevista, rendendo per noi di fatto impossibile fermarlo. Deve essere come è stato stabilito; non vi è altra scelta. E qui- proseguì trangugiando in un unico sorso il vino rimasto nel calice- veniamo al motivo di questa cena, Tiziano. Questa volta però non interrompermi e ascolta con attenzione. Come ti stavo dicendo, domani sarà il giorno decisivo per questa vicenda e io prenderò parte all’operazione, per quanto, ufficialmente, con un ruolo assolutamente non operativo, bensì di semplice supporto. Ora, non voglio mancare di fiducia in me stesso: hai avuto modo di constatare di persona che non me la cavo niente male a fare centro quando mi tocca fare fuoco. Né ho intenzione di mancare di fiducia nei confronti di tutto il personale, iper addestrato ed assai qualificato, che, dalle 6 di domani mattina, presidierà la stazione metropolitana di Centrale, pronti ad individuare e neutralizzare il nostro bersaglio. Tuttavia esiste una possibilità, remota quanto vuoi ma non eliminabile, che non tutto vada per il verso giusto e che quindi, travolto dalla catena degli eventi, il sottoscritto ci lasci la pelle. Siccome il qui presente commissario Fulvio Bezzi è sicuramente un asso nello sventare piani criminali di varia natura e finalità, ma, tuttavia, non è per nulla esente dalla umana debolezza nota con il nome di vigliaccheria, costui non si è premurato né di rendere partecipe né di informare ad alcun titolo sua figlia e la sua ex moglie di quanto avverrà domani e delle possibili conseguenze che ne potrebbero derivare-
-però lo ha fatto con il suo amico- rispose Feraboldi tenendo basso lo sguardo ed affrettandosi a riempire nuovamente il suo calice e quello del commissario- affidando a lui l’esecrabile, funesto compito…-
-precisamente. Se dovessi saltare in aria, al punto tale finire in tanti minuti pezzettini non ricomponibili, chiedo a te, Tiziano, di darne notizia a Marta e ad Angela-
-accetto. Perché sei mio amico e perché…non ho scelta: mi hai investito di un compito che non è rifiutabile. Toglimi solo una curiosità-
-dimmi-
-perché giudichi la tua una decisione da vigliacco?-
-perché non ho saputo resistere alla tentazione di essere lì anche io domani, pur potendo declinare. Un futuro eroe della comunità, che non ha avuto il coraggio di compiere l’unica scelta giusta: pensare a sua figlia e non tradirne la fiducia-


32

La borsa giaceva esattamente dove la aveva lasciata la sera prima, pochi centimetri a sinistra della porta di ingresso, in corrispondenza della mensola che ospitava uno svuota oggetti in pelle marrone scura, dentro al quale era stato collocato un telefono cellulare, un esemplare non particolarmente pregiato dal punto di vista estetico e di affinità con prodotti di recente produzione, ma appositamente scelto per la sua eccellente capacità di ricezione anche in luoghi non ottimali. Uno identico a questo si trovava invece a all’interno della borsa, collegato, mediante due fili di colore blu e rosso, al complicato marchingegno che, poteva dichiararlo con meritata soddisfazione e compiacimento, aveva saputo assemblare con un livello di perizia più che buono, tenendo conto che non aveva mai eseguito una operazione di quel tipo fino a quel momento.
D’altro canto perizia, precisione ed accuratezza avevano sempre costituito le caratteristiche principali del suo modo di essere e di agire, tanto nel lavoro, quando, al culmine della sua  invidiabile carriera, questo lo impegnava per diverse ore al giorno, quanto nella vita privata e nelle abitudini personali. Proprio per questo suo tratto caratterizzante, qualcuno, forse anche più di qualcuno, avrebbe potuto giudicarlo un uomo tutto sommato noioso e routinario. E, in effetti, ciò si era verificato un numero piuttosto frequente di volte: con le sue ex mogli innanzitutto, ben tre, dal momento che un patrimonio personale come quello da lui accumulato nel corso della sua vita professionale, insieme al prestigio di cui godeva nel suo ambiente, non potevano non fare gola a chi, secondo la logica del mezzo rispetto al fine, avesse voluto trovare una sistemazione, sociale prima che coniugale, indubitabilmente invidiabile per quanto non di assoluta eccellenza. Ma alla fine, conformemente al precetto gnomico di dubbia origine etica ma di frequente ricorrenza statistica, che i soldi non fanno la felicità, nessuna delle tre fortunate era riuscita a maturare verso i suoi atteggiamenti, quasi compulsivi nella loro fissa ripetitività, un livello di tolleranza sufficiente a rendere possibile una soluzione di compromesso.
E poi, anche alcuni suoi colleghi, nonché, e soprattutto, un buon numero di suoi collaboratori, trovavano non del tutto semplice relazionarsi con un professionista tanto dotato quanto estremamente petulante e pignolo, ai limiti della ossessione. Certo non si poteva negare che il suo modus operandi fosse stato alla base di un sfilza di risultati professionali di tutto rispetto, con un record, difficile da battere, di operazioni di finanza strutturata particolarmente complesse, andate tutte a buon fine e con i migliori degli esiti. Ma ciò non bastava a farne un uomo piacevole da frequentare oltre lo stretto necessario ed oltre quanto previsto dal protocollo relazionale in vigore negli ambienti finanziari.
Ma tutto questo sembrava ormai non avere proprio più alcuna importanza dal momento che, quelle che lui non esitava a definire le sue doti, per quanto ad un osservatore esterno raramente potessero apparire come tali, gli avevano consentito di poter contemplare con orgoglio la borsa di tela color nero, la quale sembrava non domandare altro se non di uscire dalla porta ed essere collocata nella sua naturale destinazione, così da poter svolgere il compito che le era stato affidato: custodire una micidiale bomba fino al momento del suo scoppio.
Sfruttandone la struttura, caratterizzata da un fondo separato rispetto al corpo vero e proprio, aveva collocato nella parte inferiore il meccanismo di detonazione ed in quella superiore l’agglomerato di elementi che, una volta innescati, avrebbero prodotto una quantità di energia distruttiva davvero impressionante. Le due unità erano state collegate praticando un foro nel pannello di separazione.
Quando ebbe terminato di compiacersi della sua opera, si apprestò ad indossare l’abbigliamento che aveva scelto per quel giorno e che aveva ordinatamente impilato sulla seggiola posta di fianco al suo letto.
Capi comodi, anonimi, con bassa probabilità di venire in qualche modo notati. Si vestì con calma, procedendo con gesti meticolosi, dopodiché si apprestò a consumare una colazione nutriente ma che non lo appesantisse. Anche questa era già stata programmata dalla sera precedente e consisteva in un ciotola di cereali, immersa in uno strato consistente di latte scremato.
Si concesse poi, dopo aver controllato l’orologio ed aver constatato di essere ancora in ampio anticipo, alcuni minuti per completare la toelette mattutina.
Infine, indossò un pesante piumino di colore nero ed una sciarpa blu, che avvolse accuratamente attorno al collo, lasciando che gli coprisse anche buona parte del mento, arrivando a lambire il labbro inferiore.
Controllò ancora una volta l’orologio.
Le 8.15: ora di uscire e di avviarsi a destinazione.
Senza esitare minimamente, sollevò con garbo la borsa, la sistemò a tracolla ed aprì la porta di ingresso che ruotò sul suo asse senza emettere il minimo cigolio.

Si erano presentati, con impeccabile puntualità, all’orario di apertura, unico per entrambe le stazioni che insistevano sul polo della Stazione Centrale.
Il dispiegamento di forze non poteva non dirsi imponente, essendo formato da circa una trentina di agenti, tutti scelti ed in borghese compresi quelli appartenenti alle unità speciali, dislocati secondo una precisa ripartizione all’interno dell’area da presidiare. Per l’esattezza cinque per ogni banchina delle due stazioni, posti a distanza regolare lungo l’estensione delle medesime, così da garantire un presidio ottimale del potenziale obiettivo ed una capacità di intervento di adeguata prontezza e rapidità, ed altri cinque a presidio dell’area di accesso alle due stazioni, in particolare quella prospiciente i tornelli, con il compito di allertare le squadre del livello sottostante in caso di avvistamento del soggetto, sul quale sarebbe stato quindi esercitato un accerchiamento a tenaglia.
Bezzi e Tarcisi costituivano, rispettivamente, il trentunesimo ed il trentaduesimo elemento aggiunto di un’operazione pianificata e gestita ad un livello assai più elevato di quello rappresentato dal piccolo commissariato di piazza Venino. Scelta di priorità e di gerarchia assolutamente comprensibili, data l’entità e la gravità di quanto sarebbe dovuto accadere nel corso della giornata.
Tuttavia, al commissario ed alla sua agente era stato concesso di prendere parte all’evento, in virtù della loro familiarità con il caso (così era stata definita la lunga e complessa indagine che avevano condotto), purché non causassero né intralcio né interferenza alcuna ai colleghi che si erano appositamente addestrati per quella specifica operazione.
Ambedue, per interpretare al meglio il ruolo di quasi semplici spettatori che gli era stato gentilmente affidato, si erano comunque curati di portare con sé i propri revolver di ordinanza, debitamente carichi e con la sicura disinnescata, così da essere certi di poter fornire un aiuto concreto ed apprezzabile nel caso fosse risultato necessario intervenire.
Non avendo facoltà alcuna di duplicarsi e distribuirsi su tutte e quattro le banchine, avevano deciso di procedere, in coppia, ad una ricognizione seriale e indefinitamente reiterata delle due stazioni, nella speranza, che era anche un po’ timore, di trovarsi al posto giusto nel momento giusto.
Armati, oltre che dei revolver, di determinazione e pazienza, avevano dunque intrapreso la loro personale ronda, percorrendo incessantemente ogni banchina con guardinga attenzione, senza tralasciare neppure uno dei volti dei passeggeri, il cui numero, man mano che la prima mattina procedeva verso l’ora di punta, si andava facendo sempre più elevato e complicato da tenere sotto controllo. Considerando possibile, se non probabile, che l’aspetto di Cherish non fosse necessariamente rimasto identico a quello riscontrabile nelle numerose fotografie che avevano visionato, si erano risolti a concentrare la loro attenzione sui particolari che avevano ritenuto essere i più indicativi ed utili: corporatura (piuttosto pingue anche se in misura non eccessiva), statura (media) e lineamenti (che avevano osservato e studiato a lungo).
Fra questi ultimi spiccava, ovviamente, la  cicatrice sul mento.
Tra gli “accessori” non erano invece da trascurare gli occhiali (sempre che, per l’occasione, non avesse deciso di far uso di lenti a contatto) ed una valigetta, quantomeno di medie dimensioni, o una borsa, adatte a contenere l’ordigno.
Questo era tutto ciò di cui disponevano e di cui avevano fatto sistematicamente uso dalle 6 di mattina, cioè da ben oltre due ore, dal momento che l’orologio posto sulla testa della banchina segnava in quel momento le 8.45.

Le parole di Cerruti erano state chiare ed inequivocabili nel rassicurarlo sul fatto che la polizia non sospettasse nulla di quanto sarebbe accaduto di lì a poco, ma, da uomo accorto e meticoloso quale era, aveva preferito utilizzare alcune misure prudenziali aggiuntive, oltre a quelle di vestirsi in modo non appariscente, coprirsi parte del volto con una sciarpa e sostituire gli occhiali da vista con delle lenti a contatto. Sostanzialmente, rigettando l’idea di indossare anche un cappello e magari pure un paio di occhiali da sole, correndo così il rischio, per eccesso di accessori, di attirare l’attenzione al posto che stornarla da sé, aveva deciso di tingersi i pochi capelli che ancora gli erano rimasti con una tintura di henné, che aveva avuto cura di distendere anche su ciglia e sopracciglia, così da creare un effetto complessivamente più che convincente, purché non lo si fosse osservato troppo da vicino e con troppa attenzione. Eventualità che, dovendosi fidare di quel vecchio, tremebondo, pallone gonfiato, non avrebbe dovuto temere.
Ciò che invece intendeva, per quanto possibile, evitare, era che le telecamere di sorveglianza poste lungo le banchine, essendo elevata la probabilità di venire immortalato da qualcuna di queste, potessero fornire un contributo troppo apprezzabile al riconoscimento della sua identità, che doveva essere ben nota, quantomeno, alle autorità statunitensi.
Meglio, insomma, che il micidiale attentatore non venisse in alcun modo riconosciuto, né durante, eventualità da escludere categoricamente, né dopo, eventualità del tutto deprecabile, aver compiuto il grande gesto.
Era stata davvero una fortuna che quel fastidioso commissario non si fosse dimostrato in grado di chiudere il cerchio dell’indagine, stringendolo attorno al suo collo. D’altro canto, rifletté mentre, scendendo da una delle scalinate di accesso alla linea verde, si apprestava a raggiungere i tornelli, non lo si poteva certo biasimare, poiché le tessere del puzzle nel quale aveva avuto la sorte di incappare, sarebbero risultate troppo sconnesse anche al più provetto degli investigatori.
Ciò, suo malgrado, non avrebbe comunque potuto esimerlo dal ricevere la meritata ritorsione da parte dei Fratelli. A tempo debito, quando le circostanze lo avessero concesso, avrebbe fatto anche lui la fine di Marco Franesi e di Michele Paredri. Giusto per ristabilire un corretto equilibrio nei rapporti di forza fra loro e chiunque avesse tentato di frapporsi ai loro progetti.
Ma per questo non c’era fretta. Del commissario Bezzi conosceva fattezze e lineamenti, grazie all’abbondante materiale fotografico che gli era stato fornito dai confratelli, ed al momento opportuno avrebbe provveduto lui stesso a toglierlo di mezzo.
Ora, invece, doveva concentrare massimamente l’attenzione sul suo obiettivo: erano già scoccate le 8:50 e il gran botto era stato pianificato per le 9:00 in punto.
Nell’ora di massimo affollamento della metropolitana.

Era davvero impressionante come la stazione della linea verde, che in quel momento stavano perlustrando, si fosse andata affollando nel giro di poco più di cinque minuti. Essendo ormai prossimo l’orario di apertura dei numerosissimi uffici situati nella vasta area gravitante attorno alla Stazione Centrale (che di fatto costituiva un continuum con quella delimitata della stazione Garibaldi, dove trovavano posto una serie di nuove costruzioni, sede, per lo più, di istituzioni finanziarie di vario genere), la marea umana andava rapidamente montando, pungolata da una fretta piuttosto isterica, ben collegata, nel rapporto di causa-effetto, con la fobia, in alcuni casi innata, nella maggior parte indotta, di varcare la soglia dell’ufficio con anche un solo minuto di ritardo.
Le conseguenze di questo fenomeno dalla perfetta ciclicità, si stava rivelando di non poco impatto sull’attività di ronda svolta da Bezzi e Tarcisi, costretti ad un lento, frustrante ed estenuante slalom fra esseri umani accalcati, impazienti e poco predisposti a tollerare il passaggio di corpi in movimento all’interno della compatta massa antropica, allineata lungo la banchina lato “Assago”.
Arrancando, passo dopo passo, in direzione della testa, avevano raggiunto uno slargo, in corrispondenza delle scale di accesso, dove l’assembramento umano risultava essere leggermente più rado per la presenza dei distributori automatici di bevande e vivande, la cui luce smorta sembrava riflettere quella dei neon posti sul soffitto.
Un uomo era appoggiato ad una delle macchine, quella deputata a dispensare bevande calde: aveva un aspetto piuttosto stanco e provato ed il respiro che, dalla distanza a cui lo stava osservando Bezzi, sembrava essere piuttosto affannato. A tracolla portava una borsa nera di tipo sportivo, composta da un fondo separato, collegato al corpo principale da una cerniera disposta su tre dei quattro lati di cui questo si componeva.
In quel momento stava osservando un punto indefinito lungo la fila di teste che riempivano la banchina, così che il commissario ebbe modo di studiarlo con cura senza essere notato.
“Strano: nonostante l’accessorio che porta con sé, non ha proprio l’aspetto di un provetto atleta” rifletté considerando la corporatura decisamente abbondante e dall’aspetto poco tonico dell’uomo che, relativamente a quella caratteristica, così come riguardo all’altezza, avrebbe potuto essere il loro obiettivo. Istintivamente, prima che questi potesse volgere lo sguardo verso di lui, si pose alle spalle di Tarcisi, che trattenne per un braccio così da costringerla a fermarsi.
-Monica- le sussurrò accostandole le labbra alla nuca- non parlare ma rispondimi a gesti. Lo vedi quell’uomo appoggiato alla dispensatrice, quello con i capelli rossi e una borsa nera a tracolla?-
La risposta fu un cenno affermativo della testa da parte dell’agente.
-bene. Mi sono messo dietro di te perché non voglio che mi veda. A giudicare dalla statura e dalla corporatura potrebbe trattarsi di Steve Cherish, anche se non indossa occhiali ed ha il volto mezzo coperto dalla sciarpa. Per toglierci il dubbio, dobbiamo verificare se sul lato destro del mento porta la cicatrice che abbiamo rilevato nelle foto. Fin qui tutto chiaro?-
Un altro cenno di assenso.
-ora viene la parte più complessa, e sarai tu a gestirla. Ti devi avvicinare a lui e trovare il modo di toglierli la sciarpa. Se, una volta che avrai campo libero per osservarlo, riscontrerai la presenza della cicatrice, impugna la pistola e voltati verso di me. Te la senti?-
Terzo segno di assenso.
-bene, allora procediamo. Io nel frattempo estraggo il mio di revolver, così da essere pronto nel caso fosse necessario intervenire. Inoltre non siamo soli: in piedi fermo sull’ultimo gradino della scala di accesso ho riconosciuto uno dei nostri uomini. Dovremmo farcela senza problemi-
Non ebbe bisogno di aggiungere altro, dal momento che Tarcisi aveva preso a muoversi lentamente, ma con decisione, verso il corpulento soggetto.

“Ci siamo. Tutto sta filando alla perfezione. Sono dove dovevo essere esattamente all’ora in cui dovevo esserci. Mancano sette minuti alle 9.00. Tutto quello che mi resta da fare è poggiare la borsa di fianco alla macchina dispensatrice ed allontanarmi a passo sostenuto, ma senza fretta, così da non destare sospetti. Nella tasca destra dei pantaloni, la mia mano regge saldamente il cellulare che fungerà da innesco della bomba. Il mio pollice è poggiato sul pulsante di invio chiamata. Basta premere e, dopo pochi secondi…tutto avrà finalmente inizio.
Non lo nego: sono agiato ed il mio cuore sta battendo all’impazzata, tanto che sento mancarmi un po’ l’aria.
Ma posso tranquillamente tenere tutto sotto controllo.
La stazione è piena zeppa di persone ignare che, tra poco, salteranno per aria. Tutte schierate immobili sulla banchina, in attesa di un metrò su cui non saliranno mai”.
Non proprio tutte a voler essere precisi: una giovane donna si stava infatti muovendo nella sua direzione. Anzi, in verità sembrava proprio stesse venendo verso di lui, a giudicare dagli occhiacci adirati che aveva piantato nei suoi e dal viso distorto dall’ira, che, ad ogni passo, si faceva sempre più vicino e grottescamente minaccioso.
L’espressione, nel complesso, pareva davvero stralunata, con i lineamenti tesi e contratti in uno spasmo di urlo muto, o, meglio, a cui non era stata ancora data voce a giudicare dalla tensione delle labbra, a tal punto da far pensare ad una persona non perfettamente equilibrata, per non dire completamente fuori di testa.
Come se non bastasse, anche le braccia erano state solertemente ingaggiate a sottolineare la furia della giovane donna, che non cessava di mulinarle in aria come se brandisse qualche micidiale arma bianca da abbattere sul suo bersaglio.
Insomma, sembrava proprio che, di lì a qualche istante, avrebbe dovuto vedersela, per motivi a lui del tutto sconosciuti, con una pazza inferocita.
Un imprevisto che, in quel momento, non avrebbe davvero dovuto verificarsi.
Calma, serenità e concentrazione.
Alla peggio, si sarebbe voltato sui tacchi e avrebbe comunque lasciato la stazione, inseguito dalla donna e dai suoi improperi, che, infine, avevano acquisito lo status di suoni articolati.
-lei è una persona disgustosa!!! Semplicemente disgustosa!!! Come si è permesso di fare quello che ha fatto???- lo aggredì la giovane squilibrata, puntandogli contro l’indice della mano sinistra, dal momento che quella destra aveva improvvisamente cessato i suoi volteggi aerei, per finire dentro la pesante giacca che indossava semiaperta. Gli stava urlando contro a pieni polmoni, a non più di venti centimetri dalla faccia, tanto che poté annusarne l’alito, profumato di menta, oltre che percepirne la scia di profumo di buona marca; complementi piuttosto improbabili da abbinare ad una pazza furiosa, ma tant’è che, profumata o no, sembrava davvero fuori di sé.
-non capisco di cosa stia parlando, signora- rispose nel suo italiano corretto, per quanto marcato da una ben percepibile inflessione anglofona-io…-
Non fece in tempo a terminare la frase perché la donna, gli occhi stravolti e la bocca innaffiata di gocce di saliva, gli aveva strappato con forza dal collo la sciarpa.
-mi riferisco a questa!!!- esclamò sventolando furiosamente il corpo del reato- Lei la ha sottratta qualche minuto fa dalla tasca della mia giacca, approfittando della confusione!!! Lei è semplicemente un grandissimo…-prima di terminare la frase con un ingiurioso epiteto, appropriato ad esprimere il suo giudizio etico sulla persona che gli si parava davanti con la bocca aperta e visibilmente confusa, la donna lo afferrò per il mento, con una stretta formidabilmente forte e tenace, torcendoglielo in senso anti orario.
Fu a quel punto, dopo che i suoi occhi ebbero visto quello che evidentemente andavano cercando fin dal primo istante in cui era iniziata quella ben congegnata pantomima, che la sua espressione mutò, improvvisa come un fulmine fragoroso nel più limpido dei cieli estivi, atteggiandosi ad una determinazione talmente intensa da risultare quasi ipnotica.
Nello stesso tempo, anche il braccio sinistro aveva cessato di mulinare, mentre quello destro se ne era uscito dalla giacca, reggendo in mano un revolver la cui canna puntava minacciosa proprio in direzione della sua fronte.
-è lui commissario!!!- urlò rivolta ad un uomo poco distante, la cui identità Cherish riconobbe immediatamente, in quello che si stava prospettando come il primo ed unico incontro di persona con il commissario Bezzi, il quale, estraendo a sua volta un revolver del tutto simile a quello della donna, gli intimò
-Steve Cherish, non si azzardi a muovere neppure un muscolo o la facciamo fuori senza pensarci un attimo!-
La prova delle sue straordinarie doti la ricevette da sé medesimo proprio in quell’istante, quando, al posto di perdere la calma, il coraggio e la risolutezza ed obbedire al comando del commissario o, peggio ancora, prodursi in qualche movimento scomposto che gli avrebbe causato l’incameramento coatto di almeno una dozzina di pallottole, si limitò a rispondere con voce controllata e con tono neutro, quasi stesse illustrando il funzionamento di procedimento logico.
-commissario Bezzi, come potrà notare, la mia mano destra si trova, in questo momento, infilata nella tasca corrispondente dei pantaloni che indosso. Non si tratta, le sarà facile immaginarlo, di un fatto casuale. Il mio pollice è infatti poggiato sul pulsante che, una volta premuto, farà detonare la bomba che si trova all’interno della borsa che porto a tracolla. E le posso assicurare che si tratta di un ordigno di tutto rispetto in termini di potenziale distruttivo. O meglio- precisò facendola scivolare dalla spalla con un movimento assai rapido che colse di sorpresa sia Tarcisi sia Bezzi- che portavo a tracolla, dal momento che, ora, si trova sul pavimento di questa stazione. Credo converrà con me- proseguì abbozzando un sorriso- che la vostra intenzione sia di far sì che ciò non accada. Concorda?-
-sì, concordo- rispose il commissario senza tuttavia abbassare la sua arma.
-orbene, a questo punto direi che non posso lasciarle molta scelta in merito a cosa le chiederò di fare. Anzi, non gliene lascerò proprio alcuna-
-bene, allora mi riferisca cosa ha in mente. Non vedo l’ora di sentirlo-
-molto semplice: io adesso uscirò di qui. Lo farò, ovviamente, attraverso i gradini della scala d’accesso, camminando all’indietro, così da poter tenere d’occhio lei e la sua collega. Quindi, se solo dovesse venirvi in mente di ostacolarmi o, peggio ancora, di fare fuoco su di me…non esiterò a premere il pulsante di cui le ho appena parlato-
-tutto chiaro- rispose Bezzi lanciando uno sguardo fugace alle scale- siamo d’accordo. Quello che ci preme è di evitare che avvenga una strage- si guardò attorno, osservando la folla raggelata dal terrore ed immobile, come se fosse stata pietrificata- quindi proceda pure e si allontani da qui-
-vedo che lei è un uomo dotato di buon senso pratico, commissario-
“Nonché davvero stupido, dal momento che, una volta al sicuro fuori di qui, farò saltare tutto in aria comunque. A che razza di deficienti è affidata la sicurezza delle nazioni. Per fortuna che, con noi, tutto cambierà radicalmente” pensò mentre, come un goffo gambero, aveva raggiunto il primo gradino, il cui bordo cercò a tentoni con il tacco della scarpa.
Quando questo vi si posò sopra, tuttavia, sulla coscienza di Steve Cherish calò improvviso, diffondendosi a partire dalla nuca, un buio denso come la notte.
Negli ultimi istanti prima di perdere completamente i sensi, fece in tempo a percepire una mano grande e forte estrarre la sua dalla tasca ed una voce maschile dichiarare
-fatto commissario. Lo stronzo è fuori uso ed il cellulare lo ho preso io-
-ottimo lavoro. Almeno un centinaio di persone, a partire dal sottoscritto, le devono la vita. Tarcisi, te lo avevo detto che non eravamo soli-
Scivolare nell’oblio fu un vero sollievo.


33

Quando i suoi occhi si dischiusero nel rifluire della coscienza, la prima visione che si materializzò davanti al suo sguardo non fu esattamente entusiasmante. In parte, certamente, perché accompagnata da un pulsare doloroso ed aguzzo all’altezza della nuca, dove la mano esperta dell’agente speciale Vincire lo aveva colpito con un tocco preciso, comminato con il taglio esterno della medesima, tramite un movimento fulmineo impresso dall’alto verso il basso. Se le conseguenze di questo exploit da karateka provetto si erano rivelate  pressoché immediate, non altrettanto sembrava proprio si potesse dire dei postumi, persistenti e sgradevoli nel loro causare un fastidioso senso di vertigine e nausea.
Ma la spiegazione del profondo scoramento che invase Steve Cherish al momento del suo risveglio sensoriale andava ricercato in ben altri ordini di motivazioni, di natura essenzialmente emotiva ed intellettiva, piuttosto che meramente fisica.
Sopra di lui incombeva infatti il profilo del commissario Bezzi il quale, ben lontano dall’omaggiarlo di uno sguardo compassionevole, gliene stava invece elargendo uno intriso di sarcastica soddisfazione e solido senso di trionfo.
Senza dimostrare eccessiva fretta di rivolgere la parola alla sua preda, che per altro era stata opportunamente ammanettata mentre era priva di sensi (non sapeva dire quanto tempo fosse trascorso da quando era stato tramortito), questi si stava infatti accingendo a concludere una conversazione telefonica con un interlocutore il cui nome non gli suonò per nulla ignoto.
-…bene Tiziano, come ti dicevo, è tutto a posto. Pericolo sventato, aspirante dinamitardo catturato ed assicurato alla giustizia. Per il momento, sei stato esentato dal compito di padre putativo-
Evidentemente stava parlando con…gli occorse qualche istante per ricordare il cognome di Feraboldi, la persona che, poche settimane prima di quel giorno iniziato sotto i migliori auspici e presto trasformatosi nella peggiore delle giornate, aveva preso a fare qualche domanda di troppo su Marco Franesi, decretandone involontariamente la condanna a morte.
Conclusa una buona volta la conversazione telefonica, Bezzi gli rivolse la finalmente parola.
-spero non trovi troppo scomodo rimanere sdraiato sul linoleum sporco e consunto di questa stazione. D’altro canto, dato il suo caritatevole intendimento di farla saltare in aria, ritengo sia giusto che lei possa, viceversa, apprezzarne il valore e l’utilità. Considerando poi che i suoi propositi deflagratori contemplavano, oltre che la distruzione della struttura, anche l’estinzione forzata di numerose anime inermi, vorrà sicuramente scusarci se non la abbiamo fatta adagiare su una confortevole barella e se la abbiamo costretta ad una posizione decisamente scomoda, dal momento che le sue braccia si trovano legate sotto la sua schiena. Tutto sommato però, converrà con me che la situazione sarebbe potuta essere di gran lunga peggiore, se ci fossimo risolti a lasciarla in balìa di tutte le persone che aveva intenzione di rendere protagonisti della sua strage animata da lodevoli intenti rivoluzionari…-
-non apprezzo minimamente il suo sarcasmo, commissario-
-non lo deve necessariamente apprezzare. L’importante è che lo subisca. Comunque non si preoccupi, ho quasi terminato di parlare ad un essere come lei. Mi preme solo aggiungere che, da qualche minuto, in tutti i posti del globo dove la vostra ridicola organizzazione è presente, sono in corso attività da parte  dei reparti speciali, che avranno come risultato quello di debellare dalle fondamenta I Fratelli dell’Uguaglianza. Ad uno ad uno, fino all’ultimo. Vi avevamo individuato da tempo ed eravamo pronti all’azione. Per dare inizio alle operazioni attendevamo solo di neutralizzare Steve Cherish, il pioniere del nuovo ordine mondiale. Un’impresa assai più semplice di quanto ci eravamo immaginati. Lei- proseguì accovacciandosi sull’uomo, come ad assicurarsi che le sue parole venissero intese senza il minimo margine di errore- risponderà a questo Paese dell’omicidio di Marco Franesi, di tentata strage  e di associazione a fini terroristici. E, quando avrà finito con noi, se la vedrà con la sua terra natia. Credo si debba rassegnare alla prospettiva di un lungo soggiorno presso accoglienti case di detenzione. Magari in qualche reparto speciale, che le verrà appositamente riservato e dove auspico riceva un trattamento adeguato. Questo è quanto signor Cherish- concluse levandosi nuovamente in piedi- la invito ora ad alzarsi con le sue forze: se dovesse ricorrere al nostro aiuto, temo proprio che, nel caso, non saremo particolarmente delicati ed accorti nel sollevarla da terra-
Combattendo contro il senso di vertigine, che lo costrinse più volte a barcollare alla ricerca di un punto di equilibrio accettabile, Cherish riuscì finalmente a recuperare una incerta stazione eretta, debitamente puntellata, da entrambi i lati, dai due agenti che lo avevano afferrato per i gomiti.
Il passo impacciato, la postura pencolante, venne lentamente condotto, in una sorta di goffa solennità, verso la volante che lo avrebbe trasportato in carcere.

-siamo giunti infine alla conclusione, signor Cerruti-
-così parrebbe proprio, commissario- confermò l’uomo stringendosi nelle spalle. Sentiva freddo, nonostante l’ufficio di Bezzi risultasse essere adeguatamente riscaldato. Accomodatosi sulla poltroncina di fronte alla scrivania, aveva deposto sul pavimento una piccola borsa da viaggio, contente alcuni cambi di biancheria e il necessario da toelette. Sperava, senza farci troppo affidamento, che in carcere gli avrebbero concesso di utilizzare qualche effetto personale.
-come potrà immaginare, non l’ho fatta convocare qui per porgerle i miei saluti prima della sua partenza verso il qui vicino istituto di detenzione, nel quale, come le avevo garantito, rimarrà per un periodo di tempo tutto sommato limitato, grazie al fatto di aver collaborato con la giustizia-
-c’è qualcos’altro che vuole sapere da me allora? È questo il motivo per cui mi trovo nel suo ufficio?-
-corretto. Qualcosa che pretendo di avere, per la precisione-
-non riesco davvero a capire di cosa si possa trattare, commissario…-
-sa che cosa mi ha colpito fin dal primo momento, quando sono entrato nell’ufficio di Paredri? Anche se solo successivamente ne ho preso consapevolezza- proseguì Bezzi ignorando le perplessità dell’uomo.
-non ne ho idea, ad essere sincero- rispose questi accavallando le gambe.
-la mancanza di qualcosa. Di un elemento che si trova normalmente associato alla scena di un suicidio. Non è sempre detto, e non è necessario, che ci sia, ma, di solito, c’è. Chi infatti decide di abbandonare anzitempo questo mondo, Cerruti, è solito lasciare a chi in questo mondo rimane…- lasciò la frase in sospeso, allungando la mano verso il suo interlocutore. Teneva il palmo rivolto verso l’altro, immobile, all’altezza dei suoi occhi. La sicurezza con la quale compì il gesto, non poteva non manifestare la fondata convinzione che ne stava alla base.
Cosa che indusse Cerruti ad infilare la mano nella tasca posteriore dei suoi pantaloni e ad estrarre un foglietto accuratamente ripiegato i quattro parti.
-volevo portarlo con me in carcere, per ricordare in qualche modo Marcello. Anche se ammetto di averlo subito fatto sparire quando l’ho sentita avvicinarsi alla porta dell’ufficio, commissario. Avevo paura ed ero sicuro che, impedendole di leggerlo, sarei riuscito a tenerla lontano dalla verità. È evidente che mi sono sbagliato. Così come è evidente che avrei potuto consegnarglielo il giorno dell’interrogatorio, se ancora non fossi stato erroneamente convinto che occultarlo sarebbe potuto servire a qualcosa. In realtà, è solo un biglietto di addio, con non più che un blando accenno a quanto sarebbe avvenuto il 15 gennaio. Ormai era già stato tutto stabilito e programmato quando è stato scritto. Le poche righe che vi sono contenute- proseguì dispiegandolo- valgono solo come ricordo…-
-che non le sarà consentito di portare con sé- lo interruppe Bezzi sottraendogli il foglio con un gesto risoluto- questo rimane infatti a noi come documento allegato al caso- concluse in tono fermo.
A Cerruti non rimase che rassegnarsi all’irremovibilità della sentenza.
Con un movimento lento, si alzò dalla poltroncina e rimase immobile in attesa che due agenti, chiamati da Bezzi, lo portassero via.
-anche questa- aggiunse il commissario indicando la piccola borsa- non potrà venire in carcere con lei. Provvederò a fargliela recapitare a casa-

Gennaio volgeva al termine, quando l’ultima nevicata del mese si abbatté su Milano. Fiocchi grandi, infiniti e silenziosi erano caduti senza sosta per tutta la giornata, rarefacendosi e poi cessando del tutto solo verso l’ora del tramonto, quando il velo delle nubi aveva preso a sfilacciarsi, lasciando passare qua e là, fra le sue maglie, qualche raggio di sole.
Il commissario Bezzi procedeva con passo lento e misurato lungo il tappeto di neve resa cupa dall’ora tarda, in fondo al quale sembrava stamparsi uno sfondo di blu, screziato da tinte violacee, la cui luce interiore andava rapidamente spegnendosi nell’oscurità uniforme della notte ormai prossima.
Il paesaggio, una distesa uniforme di campi innevati, interrotta a tratti da filari di alberi spogli, sembrava del tutto immobile, fatta eccezione per un soffio lieve di vento che ne faceva sussultare, di quando in quando, qualche elemento: un ramo sottile, una manciata di neve, piuttosto che il frullo frettoloso di un merlo.
Quando ebbe raggiunto un punto, attorno all’abbazia di Chiaravalle, sufficientemente isolato da trasmettergli l’impressione di trovarsi in mezzo ad una landa deserta, per quanto il confine urbano di Milano premesse su questa linea immaginaria a non più che pochi chilometri di distanza, si risolse finalmente a compiere il gesto per il quale aveva atteso tutta la giornata.
Solo, al cospetto del cielo e della terra, e poco distante da dove era stato ritrovato il corpo di Marco Franesi, legò il biglietto di addio di Paredri, dopo averlo arrotolato ricavandone un piccolo cilindro, alla cordicella di un palloncino bianco, opportunamente gonfiato ad elio.
Sorridendo di sé stesso, poiché non gli era venuta in mente nessuna idea migliore di quel rito infantile, misto di speranza e dolore del distacco, protese il braccio verso l’alto, come se reggesse una fiaccola con la quale illuminare la notte, e chiuse gli occhi.
Attese alcuni secondi e, infine, lì riaprì nel momento stesso in cui le sue dita allentarono la presa, lasciando che le ultime parole di Marcello salissero al cielo.

 

 

 

 

Ho fallito.
Non esiste altro giudizio, né altre parole trovo più adatte per questi miei ultimi istanti di presente, dietro i quali nessun futuro potrà, per mia ferma volontà, seguire.
Un evento nefasto incombe su questa città, nella quale sono nato, cresciuto ed infine invecchiato.
Colpiranno, colpiranno il 15 di gennaio.
Dove questo accadrà, le deboli forze del mio fragile ingegno non sono state in grado di scoprirlo. Ma so per certo che esploderà una bomba: l’ho capito da quei raccapriccianti dipinti. Segnali in codice per seminare morte.
Sugli ignari, sugli inermi, sugli innocenti.
Ho fallito, perché non ho avuto il coraggio di rendere noto e diffondere a chi di dovere il progetto orribile in cui siamo stati, nostro malgrado, coinvolti.
Avidi e pavidi di fronte alle lusinghe del denaro ed alla forza delle minacce.
L’inanità della volontà non ci salva, Renato. Ci condanna solo ad un più meschino biasimo.
Siamo soli di fronte al carico delle nostre responsabilità.
Ma, più di tutto, ho fallito perché, nonostante il prezzo di anime con il quale ero disposto a scambiarla, non sono riuscito a salvare la vita di mio figlio, il cui corpo vola ora chiuso dentro una bara, nell’attesa di toccare il suolo da cui era partito vivo e pieno di progetti per il futuro.
Un padre dovrebbe sempre proteggere i propri piccoli, qualsiasi sia la minaccia che su loro incombe, qualsiasi siano le forze ed i mezzi di cui può disporre.
Il fallimento si paga con la vita.
Ma non è per rimorso, mio amato bambino, che tra qualche istante mi appenderò a questa cintura fino a quando anche l’ultimo refolo di aria e l’ultimo pulsare di sangue mi avranno abbandonato.
Non voglio espiare la colpa.
Non è per questo che noi padri non dobbiamo sopravvivere ai nostri figli se non per il tempo necessario a darci la morte.
È perché, mio adorato Michele, dicono che quello dell’aldilà sia un mondo sterminato, oscuro ed intricato.
Ed io non posso lasciarti solo, perché, senza il tuo papà, potresti perderti.

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