La scelta finale – VII puntata

Parte I. Santa Claus is coming

7.

Si ridestò di colpo, frastornato e disorientato. Cercò istintivamente il cellulare, che giaceva sulla moquette proprio ai piedi del letto, e controllò l’orario. Rimase sorpreso di constatare che erano già le otto del mattino: il livello di sonnolenza residuo così come la scarsa lucidità, che gli inceppava i pensieri costringendoli ad un intrico capillare di immagini abbozzate, li avrebbe più plausibilmente associati ad un risveglio nel cuore della notte, quando corpo e anima sono ancora in ostaggio delle necessità del sonno. Scosse allora la testa, come per dare la carica al cervello, e cercò di fare chiarezza di quello stato inconsueto. Iniziò dalle cause, individuando in un sogno particolarmente angoscioso il motivo del suo brusco atterraggio sul piano della coscienza. Venendo al perché si sentisse ancora ben lontano dall’aver smaltito la stanchezza della sera precedente, non ebbe necessità di rifletterci troppo a lungo: si era ritirato nella sua stanza che erano ormai abbondantemente trascorse le quattro di notte. Un orario decisamente poco compatibile con la lunga giornata lavorativa che lo attendeva di lì ad un’ora. Per quanto fosse il 24 dicembre infatti,  i volumi di affari raggiunti dal piccolo negozio di dischi negli ultimi giorni, avevano spinto il proprietario a tenere aperto l’esercizio per tutta la giornata, eliminando dal calendario il pomeriggio libero pattuito inizialmente. Non che Michele ne fosse dispiaciuto a dire il vero. L’intensa attività di quel periodo si era infatti concretizzata in una retribuzione ben superiore a quella percepita a regime normale, che, proprio quel pomeriggio, sarebbe stata coronata da una gratifica natalizia che gli era stata anticipata come molto cospicua.
Questo gli avrebbe a sua volta permesso di stanziare un gruzzolo più che adeguato a trascorrere un capodanno “speciale” con Allison, la ragazza, newyorchese DOC, che aveva conosciuto da poco e dalla quale, senza alcun ragionevole dubbio, si stava facendo trascinare in un turbine sentimentale e sensuale quanto mai piacevole ed esistenzialmente stimolante.
Allison, la quale era, ovviamente, la causa del suo tardivo ritorno all’alloggio.
Prima di concentrarsi sul sogno, l’elemento decisamente più inquietante di quel processo, non restava che da capire quale altro fattore, oltre la sua stanchezza, lo avesse indotto a valutare in modo così erroneo l’orario in corso. Il dato che emerse con maggiore rapidità ed evidenza consisteva senza dubbio nel silenzio. Non tanto quello interno alla struttura dove risiedeva (popolata da giovani ragazzi, per lo più turisti, poco propensi ad una sveglia mattutina particolarmente anticipata), quanto a quello proveniente dalla strada sulla quale affacciava la sua camera, di solito già costellata a quell’ora di rumori tanto automobilistici quanto pedonali. Invece, pur tendendo l’udito con particolare attenzione, non riusciva a percepire alcun suono.
Si risolse allora a far luce sul mistero passando dal senso dell’udito a quello della vista. Accese il piccolo faretto posto sopra la testiera del letto e sollevò la tapparella. La risposta che cercava si palesò davanti ai suoi occhi in tutto il suo immacolato candore: il manto di neve depositatosi durante la notte era così spesso ed abbondante da aver reso impraticabile qualsiasi forma di circolazione su ruote. Solo qualche passante, reso temerario dalle necessità del proprio lavoro, calcava il suolo del marciapiede, diretto alla stazione metropolitana.
Doveva sbrigarsi. Il negozio non avrebbe aperto fino alle 10, ma bisognava comunque mettere in conto un tempo di percorrenza almeno doppio rispetto al normale e, soprattutto, l’appuntamento con Allison a colazione.
Quello proprio non poteva saltarlo.
Spronato da un impeto di gioiosa eccitazione all’idea dell’incontro, balzò giù dal letto inforcando al volo le ciabatte.
Gli si prospettavano, di lì a breve, un Natale ed un Capodanno unici ed irripetibili.
Del sogno si dimenticò non appena ebbe iniziato a vestirsi.

-Fulvio-  gracchiò Feraboldi dall’altro capo della cornetta. Lo stava infatti chiamando dal suo ufficio all’interno della facoltà di Sociologia, attraverso una linea che, in quanto ad interferenze di vario genere, non avrebbe sfigurato nel secolo precedente
-ciao Tiziano- lo riconobbe subito Bezzi, nonostante i disturbi nella comunicazione-sono proprio felice che tu mi chiami la vigilia di Natale. Immagino abbia qualche regalo da consegnare al tuo amico…-
-sì, rasserenati: ho fatto i compiti-
-davvero? Ma quale lodevole diligenza…e…a quali conclusioni sei giunto?-
-molto interessanti direi, Fulvio- gli rispose mantenendosi volutamente sul vago
-sarei molto curioso e desideroso di esserne messo a parte- ribatté il commissario facendosi attento, pur senza abbandonare il tono scherzoso.
-quanta fretta, commissario. Un simile sforzo, coronato dal massimo successo, merita ben altro che una fuggevole comunicazione, per altro funestata da una pessima linea. Se mi inviti nel tuo ufficio, ti prometto che arrivo a bordo di slitta. Tanto, con tutta questa neve si fa prima con i pattini che con le ruote-
-te lo concedo-sentenziò Bezzi- purché tu non ci impieghi più di mezz’ora. Sono già le due del pomeriggio e questa sera ho un impegno con Marta, al quale vorrei arrivare allietato da notizie fresche ed interessanti-
-d’accordo, farò del mio meglio. Ma se, per pura ipotesi, dovessi tardare…-
-ti faccio arrestare-
-ok- rispose ridendo-concedimi solo il tempo di chiudere l’ufficio. Alla vigilia di Natale qui in università ci sono praticamente solo io…-
-trenta minuti, Tiziano. Nel frattempo mi porto avanti e comincio a compilare l’ordine di arresto. Hai preferenza per qualche sede carceraria in particolare?-

Si respirava un’aria di frizzante attesa in ufficio. Quel giorno avrebbero chiuso i battenti in anticipo. Giusto il tempo di terminare le chiamate di auguri ai clienti ed ai candidati più importanti e poi, verso le quattro al massimo, tutti a casa per prepararsi alla serata di gala, che li attendeva alle nove in punto presso un prestigioso ristorante scelto con cura da Cerruti in persona.
Erano stati tre giorni particolarmente intensi e stimolanti per Marta.
Non solo, e non tanto, per il lavoro che aveva svolto assieme alla sua amica. Quello lo aveva appreso immediatamente, eseguendolo con notevole efficienza man mano che le venivano affidati nuovi curricula da inserire nel database. Era stata la “vita”, in un certo senso, di quell’ufficio ad affascinarla in modo particolare. Come aveva infatti avuto modo di apprendere dalle puntuali osservazioni elargite dalla signora Trabacchi ogni volta che un candidato varcava la soglia di ingresso, nel giro di pochi giorni si erano avvicendati numerosi pezzi da novanta (così erano stati orgogliosamente definiti dalla solerte assistente), appartenenti a svariati settori del mondo del lavoro. Amministratori Delegati, direttori generali e qualche meno rappresentativo top manager (altro termine molto amato dalla madre di Barbara), ben contento di porgere di persona i suoi auguri ed il suoi saluti al dottor Cerruti ed al dottor Paredri. Quest’ultimo, a dire il vero, sembrava a tratti stonare con l’allegra atmosfera pre natalizia, farcita di sorrisi più o meno di circostanza, vigorose strette di mano (ed anche qualche pacca sulla spalla, a metà strada fra l’affettuoso e l’aggressivo, o forse un miscuglio di entrambi), e cesti regalo di varia sontuosità, a causa del suo consueto atteggiamento cordiale incrinato a tratti da momenti di controllata tetraggine nonché, con tutta la dovuta discrezione del caso, da qualche discussione animata, a porte chiuse, con il suo socio.
Fattori marginali tutto sommato, che nulla sembravano togliere alla sostanza, fatta di allegra e gioiosa attesa per il Natale ormai prossimo e, soprattutto, per la ancora più prossima cena di gala, occasione di mondanità per quella piccola, e generalmente facoltosa (molto facoltosa considerati gli stipendi riservati ai partner), comunità.
-cosa hai intenzione di metterti questa sera?-le domandò Barbara, tanto curiosa quanto ansiosa di non sfigurare di fronte alla sua amica riguardo alla toilette che avrebbe adottato per l’occasione. Non che pensasse di ricopiarne le scelte, ovviamente, cosa che riteneva infantile, oltre che di pessimo gusto. D’altro canto le differenze fisiche fra loro due imponevano di per sé scelte di natura diversa, essendo il profilo di  Barbara l’esempio di quello che, nel gergo comune, veniva definito come giunonico. Alta quasi un metro e ottanta e dotata di un’ossatura massiccia, per quanto non pesante, le sue fattezze erano uniformemente caratterizzate da una connotazione accrescitiva, a partire dalle gambe, consistenti e diritte, sulle quali poggiava un bacino ampio e proporzionato, culminante in due seni eufemisticamente definibili come generosi, fino alle spalle dall’ampio profilo arrotondato. Non faceva eccezione il volto, i cui graziosi lineamenti risentivano di una sorta di megalomania somatica, imposta dal volere del suo patrimonio genetico. Era quindi sul versante degli accessori che si rivolgeva l’attenzione della ragazza, anche in virtù del fatto che, di una foggia o di un’altra che fosse, l’occasione prevedeva ed imponeva un completo nero o, al limite, rosso.
-ancora non ho deciso definitivamente, Barbara- le rispose distrattamente Marta, intenta ad osservare una donna di mezza età e di eleganza a dir poco strabiliante che proprio in quel momento stava transitando davanti alla porta del loro ufficio-hai idea di chi sia quella signora?-le sussurrò facendole contemporaneamente cenno con gli occhi in direzione della mirabile apparizione.
-no. Dopo lo domandiamo a mia madre-rispose piuttosto spazientita, essendo la sua attenzione rivolta a ben altri argomenti- insomma- proseguì richiamando a sé lo sguardo dell’amica con un sonoro schiocco delle dita- dammi almeno un’idea per le scarpe e per la borsetta. Rimango sul classico? O secondo te posso osare qualcosa di più? Pensavo…-
Si accorse che i suoi sforzi di intavolare una discussione proficua sull’argomento si stavano rivelando del tutto inutili: Marta sembrava ipnotizzata da quel via vai incessante di eminenti professionisti di tutti i tipi. Decise allora che avrebbe scelto di testa sua, sperando nei gusti differenti dell’amica.

Feraboldi varcò la soglia del commissariato alle 14 esatte, domandando del commissario. Fu Baroni, con un rapido cenno del capo, ad indicargli di proseguire pure verso la parte interna degli uffici, fino a raggiungere quello di Bezzi.
Lo trovò intento ad apprendere da Tarcisi gli aggiornamenti sulla mattinata da poco trascorsa.
-entra Tiziano- lo invitò facendogli segno con la mano- abbiamo appena finito e siamo tutto orecchi-
-ciao Fulvio, buongiorno Monica-
-buongiorno professor Feraboldi. A guardarla si direbbe che la nevicata prosegua abbondante-
-non posso che avvallare la sua deduzione- confermò scuotendo dal piumino e dai pantaloni un velo bianco compatto, che si sciolse non appena si fu depositato sul pavimento di marmo, trasformandosi in una pozza di acqua sporca- per fortuna fra tonnellate di sale versato, mezzi spazzaneve ed un’alacre attività di spalamento manuale, le condizioni di percorribilità e viabilità sono ancora tutto sommato accettabili-
-bene- interruppe Bezzi impaziente- ora che abbiamo smarcato i convenevoli  ed ottemperato a tutte le considerazioni meteorologiche del caso, direi che potremmo concentrarci sul motivo della visita del nostro esimio professore-
-molto volentieri-rispose Feraboldi, felice di poter esporre il risultato della sua breve indagine
-personalmente sarei più contenta se il nostro altrettanto esimio commissario avesse voluto condividere con noi la sua certamente brillante ipotesi investigativa…-osservò Tarcisi con un  tono di blando e rassegnato rimprovero
-mi sembra invero prematuro, collega-ribatté prontamente questi- perché, allo stato attuale, non si tratta che di una flebile illazione, indegnamente elaborata dal sottoscritto…-
-teme di esporsi a qualche brutta figura?-domandò l’agente-intendo dire nel caso l’illazione dovesse effettivamente rivelarsi poco, o per nulla, fondata…-
-la questione non è rilevante- osservò piccato- Tiziano, a te la parola, così la smetti una buona volta di ridere sotto i baffi-
-ti domandò scusa, Fulvio- lo assecondò prontamente Feraboldi, atteggiandosi ad una serietà posticcia e riflettendo su quanto fossero gustosi i battibecchi fra il suo amico e la sua agente più fidata. Piccole pièce di incomprensioni consuetudinarie ed irriducibili ad un tempo. Nulla che un professore ordinario potesse mai permettersi, nel suo ambiente dominato da estenuanti accorgimenti diplomatici- veniamo dunque a noi. Identificare il tuo soggetto, Fulvio, si è alla fine rivelato più complicato di quanto pensassi. Non tanto per le dimensioni in sé della comunità dei writers, che tutto sommato, concentrandosi sulla fascia dei più talentuosi e carismatici, che costituisce una sorta di comunità nella comunità, ammonta a poche decine di persone. Quanto per la diffidenza provata verso qualsiasi elemento, umano, ad essa esterno. Insomma, per fartela breve, ho dovuto sfruttare il mio ruolo accademico, per altro già noto ad alcuni di loro, per allettarli col pretesto di voler scrivere delle brevi monografie su qualche membro particolarmente interessante e meritevole-
-un’ottima leva quella della vanità-osservò Bezzi- se sfruttata a dovere ci potresti sollevare il mondo
-in effetti ha funzionato, perché, a quel punto, il livello di disponibilità e propensione alla collaborazione ha subito un deciso incremento. Insomma, per fartela breve, ho preso qualche appunto, già abbondantemente cestinato, su un paio di loro, dopodiché, una volta entrato adeguatamente in confidenza ed in sintonia con i miei interlocutori, ho estratto le foto che mi avevi consegnato e ho chiesto loro  se sapevano chi ne fosse l’autore-
-quale è stata la risposta? Sì o no?-domandò  Bezzi impaziente
-né l’una né l’altra, in un certo senso…-rispose Feraboldi rivolgendo un mezzo sorriso a Tarcisi
-spiegati meglio, Tiziano!- gli intimò il commissario
-oh, non ti immaginare chissà quale mistero, Fulvio…semplicemente mi hanno risposto che la “mano” che ha eseguito quelle opere, a loro ben note dalle cronache dei giornali, sembrava proprio quella di un certo Marco Franesi, elemento ben affermato all’interno della comunità. Tuttavia…-
-sì???-
-quello che mi hanno riferito è che costui ha sempre negato di esserne lui l’autore, sviando rapidamente la conversazione ogni volta che questa toccava l’argomento-
-non importa- affermò perentorio il commissario-vorrà dire che glielo domanderemo direttamente noi, con metodi più che discretamente persuasivi, se sia sua o no la paternità di quei gustosi scarabocchi. Tarcisi-
-sì, commissario?-
-riusciamo a raccogliere alla svelta qualche informazione sul soggetto?-
-ehmmm…-si intromise Feraboldi- io avrei già collezionato qualche dato utile..così, tanto per massimizzare il mio supporto- aggiunse quasi in tono di giustificazione
-vale a dire?- domandò Bezzi
-poche cose, invero. Sostanzialmente, sempre domandando ai suoi colleghi, se così vogliamo chiamarli, ho scoperto che il nostro Franesi è figlio di uno dei più importanti medici di Milano e di una grossa imprenditrice nel campo della produzione di creme cosmetiche-
-bene. Sei stato così diligente da procurarti anche l’indirizzo dove la benestante famigliola risiede-
-certamente. Ed è stato pure piuttosto semplice: il buon Marco ama tenere socievoli festicciole nella sua adorabile casetta ogni qualvolta, e pare accada piuttosto spesso, i suoi genitori si trovino ad essere assenti per cause di lavoro o di altro genere meno ufficializzabile. Va da sé che gli invitati sono sovente costituiti dai suoi compagni di bomboletta…-
-perfetto! Non ci resta che effettuare seduta stante una visita a domicilio- concluse Bezzi. Poi osservò attentamente l’amico, cogliendone senza tema di errore l’atteggiamento di fremente speranza- ci guidi tu all’indirizzo, Tiziano?- domandò con un sorriso quasi paterno.
-molto volentieri!- esclamò questi indossando immediatamente il piumino che aveva gettato su una sedia- facciamo due passi? Non dobbiamo andare molto lontano…-
 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Il graffitaro è convocato ad un incontro con il suo misterioso fnanziatore. All’Abbazia di Chiaravalle.

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