La scelta finale – VIII puntata

Parte I. Santa Claus is coming

8.

Non si aspettava quella chiamata, decisamente inusuale rispetto alla prassi che fino a quel momento aveva regolato i suoi rapporti con il misterioso committente. Un processo dal flusso molto semplice, come avrebbe affermato qualcuno dei suoi professori: ricevere le istruzioni, attendere la data indicata, prelevare il materiale, eseguire quanto commissionato. Senza porsi domande né relative alla sfera dei perché, né a quella del come. Prescrizione alla quale si era sempre attenuto pedissequamente, ritenendo la sua inappagata curiosità più che adeguatamente risarcita dalla somma di volta in volta intascata. Riguardo poi il magico mistero di come avesse sempre trovato non solo completamente aperto ma anche meravigliosamente deserto (vale a dire privo di qualsiasi addetto alla sorveglianza al livello dei tornelli) l’accesso delle stazioni, aveva autonomamente elaborato una propria ipotesi, non del tutto slegata, anzi piuttosto strettamente imparentata, con il medesimo meccanismo tanto economico quanto coercitivo che aveva così efficacemente operato sulla sua propensione ad una collaborazione incondizionata. Senza procurare eccessivo sforzo a nessuno dei due emisferi cerebrali, riusciva insomma facilmente ad immaginare lo stesso uomo che lo aveva agganciato quella sera settembrina , piuttosto che qualche altro della medesima cerchia e genia, avvicinarsi al solitario controllore di turno in quell’ora tarda per offrirgli una considerevole e tentatrice somma di denaro, rafforzandone contestualmente il valore persuasivo con un appropriato corredo di intimidazioni, minacce e certezze di andare incontro ad una prematura e poco desiderata estinzione individuale, qualora fosse emerso qualche elemento di non perfetto allineamento con le istruzioni appena ricevute. Le quali, poteva facilmente concludere, non si limitavano a consegnare le chiavi di accesso alla stazione, illustrare come aggirare le telecamere di sorveglianza il tempo necessario per oscurarle, ritirare le chiavi come se nulla fosse e tornarsene serenamente alla propria abitazione una volta concluso il lavoro di pitturazione della banchina, ma anche, e soprattutto, mantenere il più assoluto ed ermetico silenzio su tutta l’estrosa faccenda, pena la necessità di dover proseguire la propria esistenza in una dimensione ultraterrena.
Tutto insomma, fino a quel momento, era proceduto con la massima linearità e con una uniformità quasi rituale.
Tuttavia Marco si trovava ora di fronte ad un’evidente eccezione, ad una deviazione dallo standard, che gli procurava un senso di sottile e corrosiva inquietudine.
Il misterioso committente lo aveva infatti chiamato quella mattina. Presto. Talmente presto che, essendo ancora sprofondato nel sonno ed avendo dimenticato il cellulare sul tavolino del salotto di ingresso, aveva seriamente corso il rischio che alla telefonata rispondesse sua madre, da poco alzatasi per prepararsi ad una impegnativa giornata di lavoro a base di incontri con clienti molto interessati alla nuova linea di anti-aging appena sfornata dal reparto ricerca e sviluppo della sua azienda. Fortunatamente, questa aveva invece preferito irrompere in camera sua, spalancando violentemente la porta in virtù della fretta che aveva di liberarsi da quell’imprevisto e dalle sue ricadute sui già risicati margini  della tabella di marcia, scuotere energicamente il suo dormiente figlioletto e piazzargli fra le mani, ancora impacciate dal sonno, il trillante smartphone di ultimissima generazione, modello e specie.
Ridestatosi a stento con un senso di pruriginosa irritazione, si trovò ad essere completamente sveglio una volta che la sue indolenzite pupille ebbero messo a fuoco il numero del chiamante, generando un fulmineo scatto del suo indice destro verso il tasto di riposta.
-pronto? Eccomi!- biascicò ostacolato nella favella da una martellante ed improvvisa tachicardia- mi dica-
-ci hai messo troppo tempo a rispondere-
-le chiedo scusa, stavo dormendo- si giustificò in tono deferente, temendo di mettersi a piagnucolare da un momento all’altro
-le scuse non mi servono. Fa in modo che non capiti di nuovo-
-certamente- si affrettò ad assentire, scosso dalla naturale capacità di quella voce, e dell’individuo a cui questa apparteneva, di generare immediatamente un senso di soverchiante minaccia- è che non mi attendevo una sua chiamata prima della data che avevamo stabilito…-
-è proprio di questo che ti devo parlare. Le cose sono cambiate. Ma non voglio affrontare l’argomento al telefono-
-come preferisce. Sono a disposizione-

In realtà quella mattina aveva appuntamento con una sua collega di università, per una di quelle tipiche sessioni di studio a due con ottime probabilità di evoluzione dell’attività da didattica a sessuale. Tuttavia, una rapida ed efficace ponderazione delle priorità lo indusse senza esitazione alcuna ad abbandonare i suoi propositi di esercizi di petting spinto in qualche angolo poco frequentato della illustre struttura accademica.
-non avevo dubbi. Ci vediamo fra quaranta minuti nel parcheggio laterale dell’Abbazia di Chiaravalle. Sai dove si trova, vero?-
-certamente- mentì spudoratamente, sapendo di poter confidare nel navigatore satellitare, prezioso strumento di cui era dotata ogni vettura del nutrito parco familiare. Auspicò solamente che le condizioni delle strade fossero sufficientemente accettabili da consentirgli di raggiungere la meta per tempo, dal momento che l’opzione ritardo, anche lieve, non era neppure da prendere in considerazione. Per maggior sicurezza avrebbe preso il fuoristrada di suo padre. Che gli servisse o no poco gliene importava. Avrebbe nel caso utilizzato un’altra vettura: non aveva che da scegliere.

-alle…-tergiversò qualche istante mentre gettava un’occhiata al quadrante luminoso della radiosveglia-alle 6.40 in punto sarò lì- concluse infine, stupendosi dell’orario così, letteralmente, antelucano.
Udì il clic elettronico di chiusura della conversazione.
“Meglio non perdere neppure un minuto” pensò mentre, balzato giù dal letto, aveva afferrato una sequenza casuale di indumenti, tutti rigorosamente firmati, che aveva indossato con la massima rapidità.
Meno di cinque dopo si trovava già seduto sul lussuoso sedile di pelle del SUV paterno, il cui quadro comandi si affrettò ad accendere, così da poter avere accesso al navigatore integrato. Impostò la destinazione, deducendo che, di tutte le Chiaravalle disponibili, il suo interlocutore si riferisse a quella connotata dall’aggettivo toponomastico “milanese” e la cui distanza dal box, dove il fuoristrada era comodamente alloggiato, risultava di km 12, per un tempo di percorrenza stimato in minuti 23.
Tranquillizzato dai circa 12 minuti di margine che gli sarebbero rimasti per fronteggiare eventuali imprevisti, avviò il potente motore, ingranando poi con decisione la prima una volta che il portellone del box si fu completamente spalancato.
Era ancora buio pesto sotto la sferza di un vento piuttosto teso e quasi orizzontale che faceva turbinare grossi fiocchi farinosi sul parabrezza, costringendo i tergicristalli ad un frustrante e frenetico pendolare sulla superficie gelata del vetro. Si avviò con cautela lungo il controviale scandito dalle sagome nere di alberi secchi, spogli e carichi di neve, innestando finalmente la terza una volta che ebbe raggiunto piazza Conciliazione, dove i mezzi spazzaneve dovevano evidentemente essere già passati, sgombrando la strada dalla massa nevosa. Di lì proseguì lungo viale di Porta Vercellina e viale Papiniano, che si lasciò alle spalle inoltrandosi in via Foppa. Dopo alcuni minuti si ritrovò in piazza Bolivar, dalla quale ebbe accesso alla circonvallazione, già piuttosto densa di traffico rallentato dal volteggiare incessante di piccoli turbini nevosi, ostinati nel loro accanirsi contro qualsiasi cosa si muovesse.
Erano ormai le 6.25 quando finalmente imboccò via Ripamonti per l’ultimo tratto urbano, a cui sarebbe seguito un tragitto abbastanza breve fra i campi gelati e ricoperti da un lenzuolo uniforme, il cui candore biancheggiava pallido dentro il nero ancora fitto della notte, che non avrebbe lasciato spazio ai primi raggi del sole che di lì a più di un’ora.
Si trovò infine nuovamente costretto a rallentare notevolmente l’andatura mentre il potente fuoristrada, nonostante i pneumatici da neve e la trazione 4×4, arrancava faticosamente lungo una stretta e sconnessa stradina, circondata da un fossato su entrambi i lati. Il fondo stradale, poco battuto a causa della scarsa affluenza di traffico, risultava quanto mai insidioso ed inadeguato a garantire sufficiente aderenza alle gomme, che continuavano a slittare.
Mantenendo al massimo la concentrazione gettò un’occhiata all’orologio dell’auto vettura.

Le 6.34.
Mancavano ormai meno di 800 metri; ciononostante, l’incertezza sulle condizioni della strada non gli consentiva garanzie sul suo orario di arrivo,  con buona pace del navigatore che, con asettico ottimismo, dichiarava che alle 6.36 la meta sarebbe stata raggiunta.
Con sua piacevole sorpresa l’ultimo tratto, quello che costeggiava il cimitero e poi l’abbazia, risultò praticamente sgombro, consentendogli di varcare l’ingresso del parcheggio con ben due minuti di anticipo.
Soddisfatto e tranquillizzato (per il momento c’era solo la sua auto all’interno dell’area, per cui un eventuale ritardo sarebbe stato esclusivamente a carico del suo committente), spense il motore e accese l’auto radio, sintonizzandola su una stazione specializzata in hard rock. Tuttavia, dopo pochi istanti, la disattivò, spinto dall’istintivo desiderio di abbassare il finestrino.
Il buio gli restituì immediatamente un picchiettio gelato sulla pelle del volto, accaldato dall’uso eccessivo che aveva fatto del riscaldamento dell’autovettura. Trovò la sensazione piuttosto piacevole, tanto da chiudere gli occhi, lasciando che anche le palpebre subissero quell’insolita frizione.
Il silenzio era pressoché assoluto, fitto come la notte a cui era in quel momento congiunto. Neppure il vento produceva rumore, impastato come era ai fiocchi di neve che ne assorbivano avidamente ogni impulso sonoro.
Il senso di violenta frescura lo rilassò piacevolmente, inspirandogli il soggetto del suo prossimo murales: un volto proteso verso un cielo blu notte e carezzato da un raggio di remota lucentezza, quasi provenisse da un mondo altro.
La sua mente stava alacremente elaborando lo schema generale dell’opera, quando l’uniformità del silenzio venne interrotta da un lieve rumore di scricchiolio compresso.
Aprì allora gli occhi, il cui sguardo si posò sul campo di luce magnetico di due fanali in movimento.
Con una lentezza quasi innaturale  il fascio bicipite percorse l’area di parcheggio, descrivendo una retta precisa e puntata verso l’auto già parcheggiata, il cui occupante accolse con un disagio crescente, decisamente prossimo all’angoscia, l’avvicinarsi di quelle due orbite luminose e vuote le cui dimensioni sembravano crescere con il diminuire della distanza.
Attese che il guidatore smontasse dall’autovettura prima di scendere a sua volta, accertatosi che si trattava proprio della persona che lo aveva perentoriamente convocato in quel luogo isolato e buio.
Stringendosi nelle spalle abbozzò un sorriso stentato ed intirizzito.
-buongiorno…- esordì senza ottenere alcuna risposta- eccomi qui come mi aveva richiesto. Come posso esserle utile?-
-in nessun modo. Il tuo compito termina qui-
-quindi non ci sarà più la consegna del 27?-
-esatto. Ma non è solo per comunicarti questo che ti ho convocato. Altrimenti mi sarei limitato ad una chiamata. Il fatto è che non possiamo più avvalerci dei tuoi servizi-
-beh- rispose il ragazzo con un evidente tremolio nella voce ed arretrando fino a quando la sua schiena non si ritrovò a contatto con la portiera della sua auto- anche per comunicarmi questo una telefonata sarebbe stata più che sufficiente-
-non è esattamente così- osservò l’uomo estraendo da dietro i pantaloni un revolver su cui era stato montato un silenziatore.
Nel buio della notte si susseguirono quattro piccoli lampi giallastri, ai quali, dopo una breve pausa, se ne aggiunsero altri due.

Imprecando silenziosamente per il freddo, caricò il cadavere sulla sua stessa autovettura, che avviò lungo una stradina secondaria.
L’altra auto, quella con la quale aveva raggiunto il luogo dell’appuntamento, la avrebbe ritirata più tardi qualcuno dei suoi.
Guidò senza fretta fino a raggiungere un’area abbandonata dove lo attendevano  una mezza dozzina di uomini nerboruti ed attrezzati con vanghe e picconi.
Il corpo di Marco Franesi, dopo essere stato scaricato dal bagagliaio con la stessa cura riservata ad un sacco di immondizia e denudato per intero, venne sbattuto in una buca profonda, che l’alacre squadra di scavatori provvide a ricoprire con uno spesso e denso strato di terra e neve.
Fino a primavera inoltrata non ci sarebbe stato di che preoccuparsi.
Per il  lussuoso SUV invece sarebbe stato necessario un accurato trattamento di demolizione. Niente che non si potesse sbrigare senza eccessivo impegno, conoscendo le persone giuste.
Avevano terminato giusto in tempo: cominciava ad albeggiare ed un solitario raggio di luce aveva preso a battere proprio dove era stato sepolto il ragazzo.
 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Il papà di Mika si sente più tranquillo (ma farebbe bene a non esserlo).
A casa del graffittaro: Bezzi e Feraboldi si recano nella lussuosa villa nel centro di Milano.

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