La scelta finale – X puntata

Parte I. Santa Claus is coming
10.

Uno scampanellio insistente e perentorio, nella sua brevità, annunciò l’arrivo del dottor Franesi. Dal salottino adiacente la vasta area di ingresso, dove Bezzi ed i suoi due collaboratori erano stati fatti accomodare e serviti di caffè e piccola pasticceria, entrambi decisamente squisiti e particolarmente utili a rendere più gradevole l’attesa, videro sfrecciare, con un passo lesto ed allo stesso tempo carico di leggiadra solennità, la governante, la quale doveva evidentemente aver riconosciuto lo stile padronale della scampanellata, dal momento che si affrettò ad aprire la porta, facendone ruotare fino a fine corsa l’imponente meccanismo della serratura, senza premurarsi in alcun modo di domandare chi fosse.
Lieto di potersi liberare dalla morsa sempre più soffocante di Feraboldi e, soprattutto, di Tarcisi, che, con scarsa o nulla propensione a tollerare un atteggiamento reticente, lo stavano incalzando da ormai mezz’ora per sapere per quale motivo avesse puntato la sua attenzione su una armonica a bocca (cromatica, diatonica e cos’altro diavolo paresse a lui), ottenendone in cambio irritanti divagazioni e frasi lasciate a mezzo, Bezzi scattò in piedi divincolandosi dall’abbraccio della poltrona di pelle sulla quale aveva preso posto, per precipitarsi a sua volta alla porta di ingresso. Non voleva infatti che la governante potesse preparare in alcun modo il professore, fosse anche solo una parola sussurrata dallo spiraglio della porta, alla visita inaspettata che lo attendeva.
Riflettendoci con attenzione, nei pochi secondi che gli occorsero per raggiungere la meta, giunse alla evidente conclusione che non aveva alcun motivo o necessità concreta a voler mantenere a tutti i costi l’effetto sorpresa, ma, sulla base della sua esperienza e del suo istinto, ebbe la quasi certezza che, con un uomo in grado suonare il campanello in quel modo, sarebbe stato meglio partire dalla massima posizione di vantaggio, non rinunciando ad alcun elemento utile allo scopo.

Il suo proposito ebbe successo.
-buongiorno Aniela- salutò infatti il dottore gettando uno sguardo vagamente irritato, ma non ostile, al commissario, che si era posizionato proprio dietro la domestica- quali inattesi ospiti abbiamo il piacere di avere in casa?. La nostra casa…-
-si tratta…-abbozzò questa, ma venne subito interrotta dalla voce calma e decisa del commissario
-sono Fulvio Bezzi- proclamò questi scostando con un movimento garbato e deciso la giovane donna e voltandosi di novanta gradi come se toccasse a lui fare gli onori di casa- la stavamo aspettando- proseguì allungando il braccio destro in direzione della sala di ingresso.
L’uomo varcò la soglia, consegnando alla domestica un pesante cappotto di lana blu ed un paio di guanti di pelle e procedette verso l’interno con un passo affaticato, rivelando il peso di una giornata lavorativa che doveva essere stata particolarmente intensa. Ciò non intaccò comunque in alcun modo il suo contegno verso il terzetto di visitatori inattesi, che affrontò con un atteggiamento di cordiale altezzosità.
-prego accomodatevi, o, meglio, tornate pure ad accomodarvi- li invitò ristabilendo immediatamente i corretti rispettivi ruoli- Aniela, hai provveduto ad offrire qualcosa al commissario ed a…-
-Agente Tarcisi-
-Tiziano Feraboldi-  si presentò il professore, guardandosi bene dal declinare la sua anagrafica professionale
-sì, dottor Franesi- rispose Bezzi al posto della governate- abbiamo consumato un ottimo caffè ed una deliziosa pasticceria mignon…-
-portane anche a me, allora, Aniela. Grazie. Fa davvero freddo ed ho bisogno di scaldarmi un po’. Nel frattempo- aggiunse rivolto al commissario, come ad intendere che l’intervallo di tempo fra la richiesta dei generi di conforto e la consegna dei medesimi fosse tutto ciò che poteva loro concedere- come posso esservi utile?-
-immagino lei sia plausibilmente a conoscenza di due fatti- esordì senza tergiversare il commissario- uno di natura per così dire pubblica, l’altro di natura privata, o meglio, familiare, nel senso stretto del termine-
-quali precisamente?- domandò incrociando le dita e facendole scrocchiare con un movimento secco e deciso. Era un uomo di statura imponente, leggermente imbolsito, ma dall’aspetto florido ed energico- vorrà perdonare la mia scarsa perspicacia, commissario, ma quella odierna, fra impegni di lavoro ed avversità climatiche, è stata davvero una giornata stremante, che, sfortunatamente, non è neppure destinata a concludersi- gettò un’occhiata verso l’ampia porta finestra, trovando conferma di quanto appena affermato nel rinnovato fluire della neve, debole e svogliato in quel momento, come se gli ultimi fiocchi fossero rimasti impigliati nel setaccio del vento.
-ne siamo stati informati dalla sua governante- ribatté Bezzi, ricordandosi della visita a domicilio programmata per il pomeriggio
-ottimamente. Quindi, venendo incontro alle reciproche esigenze, la sua di ottenere da me  alcune informazioni su due argomenti che ignoro e che non riesco ad immaginare o intuire, la mia di poterle essere utile senza derogare all’orario fissato per il mio paziente, vale a dire alle 16 in punto, cioè fra mezz’ora, proporrei, sempre che voi siate d’accordo, di rappresentarmi in modo esplicito i “fatti” a cui ha alluso-
-come preferisce, dottore- lo assecondò Bezzi, non trovando modo alcuno di contrastare la connaturata capacità del padrone di casa di imporre la sua volontà, utilizzando il suo linguaggio forbito e la sua sintassi evoluta come armi di distruzione totale di qualsiasi possibilità dialettica- siamo qui per suo figlio, Marco Franesi-
-ha compiuto qualche cosa di illecito?- domandò mantenendo un tono calmo e distaccato, quasi professionale
-riteniamo sia probabile, quasi certo, che suo figlio sia l’artefice delle tre…composizioni che hanno imbrattato le stazioni metropolitane di Cadorna, Garibaldi e Loreto-
-probabile, forse, ma non suffragato da prove, altrimenti non risulterebbe “quasi certo” ma, semplicemente, “certo”-
-il punto è in effetti questo- non poté che confermare Bezzi, nascondendo il meglio possibile l’irritazione per la sensibilità lessicale del suo interlocutore e, allo stesso tempo, per la sua ingenuità linguistica- siamo venuti qui per parlare con Marco, così da fugare ogni dubbio. Ma, poiché il ragazzo era e continua ad essere assente, nell’attesa che lei tornasse, professore, ne abbiamo approfittato per dare un’occhiata alla camera di suo figlio, nella quale abbiamo trovato diverso materiale interessante, che ci porta a concludere, con ogni verisimiglianza, che sia sua la mano che ha eseguito quei murales-
-insomma, se posso permettermi di sintetizzare, le vostre sono conclusioni basate sullo stile…-
-precisamente- confermò Feraboldi
-bene. In tutto questo io come posso esservi utile?-
-immagino sia al corrente dell’hobby che tanto appassiona il sangue del suo sangue- osservò Bezzi sarcastico
-lo sono, commissario. Ma l’argomento non potrebbe interessarmi di meno. L’unica cosa che mi preme è che mio figlio si sbrighi una buona volta a terminare i suoi studi, prospettiva che mi sembra in questo momento assai remota data la sua quasi catatonia accademica, così che io possa compiere il mio dovere di genitore ed inserirlo con un buon viatico nel mondo professionale. Dispongo di ottime conoscenze ed amicizie che non esiterò ad utilizzare a questo scopo. Qui inizia e qui termina il mio dovere di padre. Di quello che fa Marco nei lunghi intervalli che funestano il suo mestiere di studente mi sono sempre totalmente disinteressato. Quindi, temo proprio di non poter aggiungere altro rispetto a quanto avete già messo in luce voi. L’unico suggerimento che mi sento di darvi è quello di attendere il suo ritorno così da poter affrontare l’argomento direttamente con lui. Non senza avermi prima concesso, se possibile, di strigliarlo a dovere per aver utilizzato senza permesso il mio fuoristrada-
-a proposito-intervenne Tarcisi- ha idea del perché lo abbia preso?-
-no. Da quanto mi aveva detto ieri sera a cena, oggi doveva andare all’università a studiare. Non vedo quindi perché non abbia usato la sua auto, anche se, a ben pensarci, mia moglie mi ha riferito che questa mattina molto presto Marco ha ricevuto una chiamata sul suo cellulare, evento di cui la mia consorte è a conoscenza poiché è stata lei a portargli il telefono in camera. Fatto sta che quando, verso le sette, sono uscito di casa, non c’erano né lui né, tantomeno, la mia vettura-
-quindi potrebbe aver cambiato programma…-suggerì l’agente
-verisimile, oltre che probabile. Non vi resta che domandarlo direttamente  a lui. Ora, se volete scusarmi, devo prepararmi per la visita. Se preferite, potere pure attendere qui-
-la ringraziamo-rispose Bezzi- ma abbiamo anche altro a cui dedicarci. Come, per esempio, recarci dove suo figlio dovrebbe trovarsi, secondo il programma giornaliero che ieri sera ha gentilmente condiviso con lei. Sarebbe così cortese da dirmi quale università e corso di laurea frequenta?-
Annotò sul suo taccuino le risposte.
-bene. Se stasera Marco non dovesse ritirarsi per tempo, sappia che potrebbe trovarsi presso il mio commissariato, sempre che la cosa la interessi-
-molto poco invero. Se sarà necessario, mi limiterò a tiralo fuori dai pasticci-
-tenga questo allora- disse porgendogli il suo biglietto da visita- potrebbe tornarle utile-
-la ringrazio. Provvederò ad inserirlo nel mio schedario-

-Adesso non hai più scuse, Fulvio-  lo apostrofò Feraboldi mentre, a passo lento, si accingevano a tornare in commissariato- ci devi spiegare perché ti interessa tanto quell’armonica…-
-l’armonica in sé non mi interessa per nulla, Tiziano- lo contraddisse il commissario-mi premeva invece capire se e per quale motivo il nostro artista se ne era procurata una, dal momento che non risulta essere un suonatore della medesima-
-e quindi?- domandò Tarcisi
-quindi mi sono fatto una certa idea in proposito…-
-quale!-esclamò Feraboldi- diccelo o giuro che faccio sparire dal tuo salotto tutti gli LP che possiedi!-
-di fronte ad una minaccia così catastrofica non posso che cedere a qualsiasi richiesta, anche quando estorta come in questo deprecabile caso-
-bene, commissario: siamo pronti ad ascoltarla-
Camminavano affiancati, Bezzi al centro, Tarcisi sulla destra, Feraboldi sul lato opposto, delimitato dalla strada intrisa di fanghiglia marrone ammassata sul bordo del marciapiede, estremo stato di degrado del soffice manto immacolato che la aveva ricoperta nelle prime ore della  mattina. Il cielo era ancora plumbeo e soffocantemente basso sull’orizzonte, ma aveva perso quella lucentezza estenuata di nubi gravide di neve come un palloncino riempito d’acqua fino al punto di scoppiare.
-allora, esimi collaboratori,  ripensiamo un istante alle composizioni del nostro giovane artista. In particolare la terza, vale a dire la più recente in ordine cronologico-
-la sequenza di note- intervenne Tarcisi
-precisamente, Monica: la sequenza di note.  Non so cosa abbiate fatto voi in proposito, ma io, personalmente, ho provato a riprodurla utilizzando un flauto-
-non sapevo ne possedessi uno- osservò Feraboldi
-non lo possiedo, infatti. Mi sono limitato a… diciamo prenderne in prestito uno in un negozio di strumenti musicali. Giusto il tempo di eseguire le note per verificare se e quale melodia ne sarebbe uscita fuori-
-quale è stato il risultato, Fulvio?-
-una completa e totale cacofonia. Quelle note non significano assolutamente nulla, musicalmente parlando-
-e ciò quale relazione ha con il fatto che Franesi junior si sia procurato un’armonica?- domandò Tarcisi
-non un’armonica comune, bensì un’armonica cromatica- puntualizzò Feraboldi che iniziava a farsi un’idea di dove volesse andare a parare Bezzi
-precisamente: un’armonica cromatica. Vale a dire uno strumento dotato di un pulsante che, senza alcuna difficoltà e senza richiedere particolare esperienza o abilità, consente di produrre qualsiasi nota, comprese quelle alterate-
-cioè i diesis ed i bemolle-
-infatti, Tiziano- confermò il commissario- a ben considerare si tratta proprio dello strumento più semplice da questo punto di vista. Basta disporre di uno schema dei toni relativo ai tasti, materiale normalmente presente nella confezione di acquisto, ed il gioco è fatto-
-quindi stiamo ipotizzando che Marco Franesi si sia messo a riprodurre le note che ha rappresentato nella sua stessa composizione-
-precisamente-
-e perché mai, dal momento che, appunto, la ha composta lui?-
-per il medesimo motivo per cui io ho fatto la stessa cosa utilizzando un flauto: per vedere se e quale melodia ne spuntava fuori-
-questo vuol dire-esclamò Tarcisi dopo alcuni istanti di riflessione-  che Franesi ha sì dipinto la composizione ma non la ha ideata!-
-proprio così-
-e che quindi gli è stata commissionata-concluse Feraboldi- Cosa che, probabilmente, è avvenuta anche per le altre due composizioni-
-l’ipotesi sembra quanto mai plausibile-
-bene- puntualizzò Tarcisi- abbiamo dunque un giovane artista che esegue opere su commissione ed il cui significato è noto al o ai committenti, ma probabilmente non a lui. Questo vale per la prima, quella con la scritta “AURORA”, per la seconda, quella con il planisfero costellato di sinistre macchie rosse, e, soprattutto, per la terza, che solo in apparenza rappresenta una sequenza musicale-
-proprio così, Monica-
-ma, cosa potrebbe celarsi dietro quella breve sfilza di note?-
-un messaggio in codice, agente Tarcisi- rispose Feraboldi
-esatto- confermò Bezzi- non resta che scoprire quale e metterlo in relazione con le altre due rappresentazioni. Tarcisi, chiama Baroni e digli di mandare qualcuno a piantonare casa Franesi. Giusto in caso il giovane rampollo Marco facesse ritorno. Noi andiamo all’università: voglio sapere il prima possibile chi è il committente di quei tre murales, i cui soggetti cominciano a trasmettermi una certa inquietudine-

La trovò seduta alla tavola calda dove si erano dati appuntamento. Aveva scelto un tavolino prospiciente la strada, sulla quale si affacciava da dietro un’ampia vetrata appannata dal vapore acqueo e battuta da un vento gelato che sbuffava senza sosta frammenti di nevischio.
Era assorta davanti ad una tazza fumante, probabilmente caffè nero e forte del quale era piuttosto appassionata, lo sguardo fisso su un punto del tavolo di plastica color legno.
Doveva proprio essere immersa nei suoi pensieri perché non si accorse che lui la stava osservando, gesticolando da dietro la vetrata di cui aveva ripulito una porzione sufficiente a garantirgli una visione adeguata.
Diversamente dal solito, la sua espressione era seria e con un’insolita assenza di profondità. Come se in quel momento il suo essere orbitasse attorno ad uno stato di coscienza sospeso fra la noia e l’apatia, del tutto diverso rispetto a quello abituale.
Ne attribuì la causa alla scarsa quantità di sonno che doveva gravare anche su di lei, dal momento che la sera precedente avevano terminato di dedicarsi ad un’intensa attività sessuale che erano ormai trascorse  le tre, per poi raggiungere ognuno la sua abitazione (ovviamente Michele aveva accompagnato Allison fin sotto il portone) e ritirarsi così definitivamente ad un orario inappellabilmente tardo.
Rinunciando all’idea di bussare sul vetro, si risolse ad entrare nel locale. Varcata la soglia lo accolse un calore denso e greve di aromi di cibo e bevande, che trovò particolarmente gradevole in contrasto con il gelo dell’esterno.
Dopo aver accennato con il capo un saluto al gestore del locale, che in quel momento si trovava dietro il bancone alle prese con l’evasione di qualche ordinazione, si diresse senza indugio verso il tavolo occupato da Allison.
I pensieri, o la stanchezza, che la gravavano dovevano evidentemente essere evaporati assieme al fumo sprigionato dalla sua bevanda, dal momento che, quando le pose delicatamente una mano sulla spalla per avvertirla del suo arrivo, quello che si volse verso di lui fu il volto sorridente e vivace di sempre, dietro la cui superficie non si intravvedeva alcuna incrinatura né alcuna ombra che scalfisse la vitalità immediata dei suoi 24 anni. Gli stessi di Michele.
-ciao Ally, come stai? Sei riuscita a dormire un po’ questa notte?- le domandò nel suo inglese più che dignitoso, mentre le stampava un bacio lieve ed intenso sulle labbra, dalle quali si sprigionava un piacevole aroma di caffè.
-benissimo Michele! Dopo tutto quello che abbiamo combinato a letto, stanotte ho dormito come una bambina. Ne vuoi una tazza anche tu?- gli domandò picchiettando l’indice sulla sua- hanno appena inaugurato una nuova miscela a dir poco eccellente-
-volentieri, ma…-
-ma, come sempre- lo rimbrottò fingendo di offendersi- preferisci il tuo consueto e noioso caffè espresso, che giudichi l’unica declinazione possibile di questa bevanda-
-in effetti…- le sorrise prendendo posto di fronte a lei
-ma questa volta farai un’eccezione- ribatté guardandolo fisso negli occhi- e seguirai il mio consiglio-
-d’accordo-
-e sai perché lo farai, Michele?-
-perché altrimenti ti arrabbi?-
-no, perché ti fidi di me. Vero?-
-e come potrei non fidarmi?- le rispose ricambiando il suo sguardo e schioccandole un altro bacio, questa volta più prolungato e corposo di quello precedente, prima di accomodarsi nuovamente al suo lato del tavolo (una panca con schienale rivestito da un’imbottitura rossa piuttosto sdrucita) e sollevare un braccio per chiamare la cameriera più vicina.
-lo stesso che ha preso lei- disse indicando la tazza di Allison ad una ragazza piuttosto bassa e tendente ad un clamoroso sovrappeso, la quale trascrisse l’ordinazione con le sue mani tozze e paffute prima di avviarsi verso il bancone senza aver proferito neppure una parola.
-vedrai che ti piacerà, Michele-
-lo spero. Male che vada ordinerò il mio solito espresso…-
-hai detto che ti fidi…-
-hai ragione-
-certo che ho ragione!- ribadì puntando i pugni sui fianchi- e me la dimostrerai, la tua fiducia, questa sera. Dopo che avrai terminato in negozio-
-cosa altro dovrò bere?- domandò sgranando gli occhi come fosse in preda al terrore
-non dovrai bere niente, sciocco!-rispose producendosi in una risata cristallina che risuonò deliziosa alle orecchie del ragazzo- è che ho in mente una serata speciale per la vigilia di Natale-
-sei sicura di non volerla trascorrere assieme ai tuoi familiari?-
Lo osservò per un attimo con uno sguardo un po’ interdetto, prima di lasciarsi andare ad una nuova, incantevole, risata- ma figurati! Mi basta già dover sopportare genitori, parenti ed affini il giorno di Natale. Se ci penso…che noia!-
Michele sorrise compiaciuto di quella scelta e della preferenza accordata ad un ragazzo che, in fondo, non conosceva che da pochi giorni. Con ironico senso di distacco, quasi che la questione appartenesse ad un mondo ormai lasciato definitivamente alle spalle, pensò alle abitudini completamente diverse che caratterizzavano il  Paese da cui proveniva e, ancora una volta, si sentì assai fiducioso del suo futuro e felice della sua scelta.
-insomma, tesoro, fatta eccezione per Babbo Natale, questa sera saremo solo io, tu e la sorpresa che ho in serbo per te…-
-non vedo l’ora, Ally!-
-ne sono felice- gli rispose accarezzandogli il dorso della mano- ora vai, altrimenti farai tardi al lavoro-
-ma non ho ancora neppure assaggiato il caffè- protestò
-non importa- ribatté lei attirandolo a sé da sopra il tavolo e schiudendogli le labbra con la lingua, che spinse impaziente lungo il palato fino ad incontrare la sua, alla quale si intrecciò prontamente

– l’importante è che tu ti sia fidato, tesoro: così la sorpresa ti risulterà ancora più bella-
Stordito dalla dolce violenza di quel bacio, si alzò un po’ barcollando e la condusse per mano verso l’uscita, che raggiunsero dopo essersi fermati alla cassa per saldare il caffè consumato e quello ancora poggiato sul bancone in attesa di essere consegnato.
Quando aprirono la porta del locale vennero assaliti da un freddo graffiante e solido, sulla cui superficie il vento scorreva impetuoso schiaffeggiandoli con la neve. Già intirizziti, si scambiarono un ultimo bacio fuggevole prima di avviarsi in direzioni opposte, ognuno verso la sua destinazione.

Il pomeriggio volgeva ormai alla piena maturità quando raggiunsero l’università. La neve accumulatasi lungo le aree non calpestate dei marciapiedi aveva assunto un colore livido, macchiata dalla luce crepuscolare che sembrava  avvolgersi su sé stessa, quasi cercasse un punto nascosto in cui far baluginare gli ultimi fiacchi raggi. Lo strato compatto di nubi presentava qua e là qualche sfilacciatura dalla quale traspirava il colore della notte, prossima a posarsi su quella breve giornata di inizio inverno. Il vociare a tratti scomposto degli studenti nel vasto atrio di ingresso riverberava una eco inquieta sull’alto soffitto illuminato da tubi biancastri al neon. Nonostante gli sforzi umani e tecnologici, l’oscurità incombeva inarrestabile nella sua inesorabile progressione che, tempo qualche ora al massimo, avrebbe avvolto nel silenzio l’intera imponente struttura.
Dopo essersi informati presso il punto informazioni su dove si trovassero le aule studio, si avviarono al piano che era stato loro indicato. Non occorse molto tempo per individuare qualcuno che conoscesse Marco Franesi: a quanto sembrava il giovane abbiente era piuttosto noto ai suoi colleghi, tanto per i suoi ascendenti familiari, risultò che sopratutto sua madre godesse di una buona prossimità con il corpo docenti, quanto per la sua creativa passione per le arti figurative. Meno adamantina risultò invece essere la sua reputazione di studente, come emerse dalla scanzonata definizione che ne diede un ragazzo di più o meno una ventina abbondante di anni, grassottello e con un’espressione ancora vagamente fanciullesca che male calzava sul completo grigio che indossava.
-ma certo, Marco. Uno strepitoso fancazzista!- esclamò sorridendo- nonché un tipo decisamente cool. Oggi, in effetti, anche se io in giro non lo ho visto- proseguì rammentandosi del programma del collega- aveva un appuntamento con Stefania. In teoria per studiare, ma, secondo me, il buon Marco aveva intenzione di provarci entro mezzogiorno, considerando quanto è figa la tipa in questione…
-Stefania come?-domandò Tarcisi piuttosto infastidita da quella specie di slang stiracchiato e posticcio
-in che senso?-
-quale cognome porta?- specificò visibilmente spazientita
-è così importante saperlo?- ribatté il giovane studente fattosi improvvisamente sospettoso e scontroso
-tendenzialmente non amiamo che non si risponda alle nostre domande- intervenne Bezzi esibendo il distintivo.
-Stefania Colnaghi- declamò. E aggiunse prontamente- la trovate nell’aula in fondo a questo corridoio, sul lato destro-
-bravissimo!- si complimentò il commissario riponendo il distintivo nella tasca della giacca- come ha fatto ad intuire che glielo stavo per domandare? Non posso davvero che elogiare il suo zelo, la cui integrità richiede tuttavia ancora un piccolo supporto da parte sua-
-mi dica, commissario-
-vede, conoscere il nome di una persona, per quanto “figa” come squisitamente direbbe lei, non è sufficiente per riconoscerne anche le fattezze. Ora, poiché non mi riesce difficile immaginare che, nell’aula da lei cortesemente indicata, non vi sia un unico esemplare dotato di queste invidiabili caratteristiche estetiche, le chiederei la cortesia di volerci accompagnare ed indicarci, se non introdurci qualora la cosa fosse alla sua portata, la persona in questione, così da renderci possibile porgerle alcune domande che ci stanno particolarmente a cuore-
-certamente, commissario. Seguitemi- rispose avviandosi per il corridoio
Quando, finalmente, si trovarono al cospetto di Stefania Colnaghi, non poterono non concordare sulla valutazione sensoriale fornita dallo studente, trattandosi di una ragazza prossima al metro e ottanta, mora e con un fisico privo di qualsiasi sbavatura.
-buongiorno signorina Colnaghi, sono il commissario Bezzi- si presentò esibendo il distintivo il tempo strettamente necessario affinché la ragazza potesse prenderne visione: approfittando del fatto che quel giorno Tarcisi era in borghese, voleva dare meno pubblicità possibile alla loro visita- questi- proseguì indicando l’agente e Feraboldi- sono i miei collaboratori-
-piacere, Stefania Colanghi- rispose la ragazza con un espressione un po’ smarrita e frastornata
-vorrei innanzitutto precisare che non siamo qui per lei-puntualizzò Bezzi per evitare di incrementare inutilmente il livello già elevato di agitazione della giovane ed emotiva studentessa-quanto meno non direttamente. Il motivo per cui vorremmo scambiare due parole con lei è legato al fatto che, da quanto ci risulta, oggi aveva un appuntamento con Marco Franesi-
-confermo, commissario-
-ottimamente. Siccome è lui la persona con cui abbiamo necessità di parlare, non essendo riusciti a rintracciarlo all’interno dell’università, ci chiedevano se lei potesse esserci utile in qualche misura. Magari sa dove si trova in questo momento…-
-in realtà è la stessa cosa che mi sto chiedendo anche io-
-si spieghi meglio, per cortesia-
-le vostre informazioni sono corrette: oggi avremmo dovuto incontrarci e trascorrere insieme la giornata per prepararci al prossimo esame. Tuttavia di Marco nessuna traccia né questa mattina né dopo. Inoltre ho provato a contattarlo al cellulare ma risulta perennemente staccato. L’ultimo tentativo lo ho fatto proprio qualche minuto fa- aggiunse indispettita- ma continua a risultare irraggiungibile-
-capisco- assentì solidale Bezzi- vi conoscete da molto lei e Marco?-
-da qualche mese. Ci siamo incontrati la prima volta ad un corso che iniziava a settembre-
-ha notato qualcosa di strano in lui ultimamente?-
-direi proprio di no. Strano lo è un po’ di suo, invero. Ma non più di tanto, in fondo. Frequenta la facoltà perché deve, anche se non gli interessa per nulla. Ha una grande passione, e talento, per la pittura ed è un ragazzo solo, con due genitori a volte assenti, a volte ostili, a volte, il più delle volte, semplicemente indifferenti. È arrogante e strafottente quanto la sua condizione di agio gli consente, ma, in fondo, quello che gli preme è ricevere attenzione, se non considerazione-
-capisco…-assentì titubante Bezzi
-vuole sapere se..ci frequentiamo anche in senso non accademico?-
-me lo stavo in effetti domandando, anche se riconosco la scarsa rilevanza del dato-
-non ancora, ma potrebbe essere un’evoluzione possibile del nostro rapporto. Se, e non appena, Marco capirà che con me si fa sul serio. Consapevolezza dalla quale, per il momento, è ancora piuttosto distante-
-perché pensa che le abbia dato buca? -domandò il commissario cambiando improvvisamente il punto di focalizzazione e ritornando a quanto gli premeva sapere-e perché, soprattutto, ha ritenuto di non doverla neanche avvisare, rendendosi di fatto irreperibile?-
-non ne ho idea commissario e, se la domanda sottesa fosse “è solito comportarsi in questa maniera?”, la risposta è “no”. Per quanto strafottente possa essere, con me è sempre stato quantomeno educato-
-la ringrazio molto, signorina-le disse allungandole un biglietto da visita-mi chiami se vedrà Marco prima di noi e se, in ogni caso, dovesse ritenere necessario farlo-
-d’accordo. Grazie. Posso farle io una domanda?-
-dica pure-
-è il caso che mi preoccupi?-
-non lo so, Stefania. Non lo so-

-la faccenda mi piace sempre meno, commissario- osservò Tarcisi mentre si avviavano verso il commissariato
-anche a me, Fulvio- confermò Feraboldi
-allora siamo in tre- constatò Bezzi- Tarcisi, appena arriviamo in ufficio mi serve che ti attacchi al telefono fino a quando non riesci a parlare con il corpo dei vigili urbani-
-certamente. Di cosa ha bisogno?-
-voglio visionare le registrazioni del traffico in via XX settembre a partire dalle tre di questa mattina. Se siamo fortunati vedremo passare la macchina del dottor Franesi, guidata dal suo negletto figlioletto. Se siamo ancora più fortunati, telecamera dopo telecamera, riusciremo a ricostruire il percorso che ha effettuato, almeno parzialmente, e, forse, a capire dove era diretto-
-voglio essere ottimista e lasciarmi andare ad un atto di fede, commissario-
-scelta quanto mai opportuna data la vicinanza del santo Natale- osservò Feraboldi
-non siete per nulla divertenti-brontolò Bezzi.

 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Bezzi, sulle tracce dell’introvabile graffitaro, giunge all’Abbazia di Chiaravalle, dove trova conferma dei suoi più pessimistici sospetti.

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