La scelta finale – XI puntata

Parte I. Santa Claus is coming
11.

Il tempo incalzava inesorabile assieme al nero della notte che aveva conquistato lo spazio del cielo, nonostante fossero appena le sei del pomeriggio. Tanto Bezzi quanto Tarcisi erano perfettamente consapevoli di dover agire il più in fretta possibile: già il buio non avrebbe facilitato le cose ma, soprattutto, con il trascorrere delle ore e fin anche dei minuti, le possibilità di trarre qualche informazione utile dai filmati delle telecamere poste agli incroci sarebbe diminuita in maniera esponenziale. Se non si fossero mossi con la massima efficienza, il percorso svolto dal giovane Franesi sarebbe scomparso per sempre nell’oscurità.
Fortunatamente, la complessa operazione di osservazione ed analisi ebbe un inizio promettente: alle ore 06.06 il semaforo di via XX Settembre posto in prossimità dell’abitazione dei Franesi aveva immortalato il mattiniero Marco che, a bordo del fuoristrada paterno, si dirigeva verso piazza Conciliazione. Ovviamente non era stato ripreso il guidatore, bensì il retro dell’autovettura e la targa posteriore, elementi più che sufficienti per essere certi di aver identificato il mezzo che stavano cercando.
-possiamo dare un’occhiata alle riprese di piazza Conciliazione?- domandò Bezzi al vigile urbano addetto alla console comandi.
Si erano infatti recati, assieme a Feraboldi, presso il comando di piazza Beccaria, dove erano disponibili sia le registrazioni sia  la strumentazione necessaria compiere la complicata operazione.
Le speranze del commissario non andarono deluse, poiché risultò che il fuoristrada aveva percorso la rotonda di piazza Conciliazione per tre quarti, per poi imboccare, nell’ordine, viale di Porta Vercellina, viale Papiniano, via Foppa e piazza Bolivar.
Poi le cose si fecero decisamente più complicate.
Il dato incontrovertibile era che l’auto aveva imboccato la circonvallazione in direzione sud, vale a dire dirigendosi verso piazzale Lodi. Da quel punto in poi, fra il buio che ancora avviluppava l’ora di prima mattina e la neve che imperversava sulla strada, soffiata da un vento impetuoso, risultò molto meno agevole tracciare il percorso svolto dal ragazzo. Ciononostante, grazie alla sistematica ostinazione e pazienza del giovane vigile urbano (un ragazzo la cui età non doveva essere di molto superiore ai venti anni), riuscirono a seguirne i movimenti fino a quando l’ultima ripresa disponibile non mostrò il fuoristrada inoltrarsi per via Ripamonti.
-se fosse scomparso nell’iper spazio avremmo avuto le stesse probabilità di rintracciarlo- osservò sconsolata e delusa Tarcisi, il cui livello di ottimistica attesa era andata crescendo strada dopo strada, man mano che i potenti sensori delle telecamere, sfidando il buio tempestoso di quella mattina, avevano mantenuto il loro occhio elettronico sull’ingombrante automezzo che con arrogante noncuranza procedeva verso la sua meta la quale, in quel momento, sembrava essere definitivamente andata perduta agli occhi della giovane agente. Vederlo dissolversi lentamente lungo la lunghissima via che portava dritta dritta fuori Milano, in una inesorabile discesa verso l’evanescenza, le fece provare una sensazione di amara beffa e le mise allo stesso tempo addosso un senso di indeterminabile tristezza.
-vedo che ci stiamo dando alla lettura dei romanzi di fantascienza, agente- ribatté Bezzi con frustrato sarcasmo
-non vedo cosa ci sia di sbagliato, commissario. E non credo che le sue letture, molto più elevate, la porteranno più vicino allo soluzione- puntualizzò indicando il monitor nel quale l’auto guidata da Franesi era definitivamente scomparsa lasciando campo libero ad un orizzonte vuoto di qualsiasi cosa, tranne che di neve.
-proporrei di rimandare le discussioni di natura letteraria ad un momento più opportuno- intervenne Feraboldi- e di concentrarci sulle possibili mete del percorso extraurbano del ragazzo. Proviamo a ragionare su punti alcuni fermi- proseguì osservando Bezzi e Tarcisi che ricambiarono attenti il suo sguardo, piuttosto sorpresi dal ruolo di conduttore inaspettatamente assunto dal professore- compiamo innanzitutto alcune considerazioni relative alla distanza: Marco questa mattina aveva ben altri programmi che mettersi alla guida del SUV di suo padre, come ben sappiamo. Il suo viaggio è dunque frutto, o meglio conseguenza, di un evento inaspettato, vale a dire, con ogni probabilità, della telefonata che ha ricevuto mentre era ancora a casa, dalla quale però è uscito prima del padre. Evidentemente doveva trattarsi di qualcosa di urgente, altrimenti nessuno si sarebbe scomodato a chiamarlo tanto presto. Questo mi fa supporre che la destinazione non dovesse essere troppo remota. Diversamente, per raggiungerla avrebbe utilizzato un’autostrada, che, partendo da via XX Settembre, avrebbe potuto imboccare con maggior rapidità seguendo percorsi differenti, rispetto a percorrere via Ripamonti,  indipendentemente che si trattasse della A1, della A4 o della A7-
-dobbiamo quindi concentrarci sull’area sud/sud-est dell’hinterland milanese- osservò Bezzi proseguendo nel ragionamento dell’amico- immaginando, sempre in termini di plausibilità e non di certezza, che qualcuno abbia dato a Marco Franesi appuntamento in un luogo appartato ed adatto ad incontri di natura riservata, coerentemente con l’ora antelucana in cui è avvenuto lo spostamento di quest’ultimo. Buio, orario “fuori mano”, condizioni climatiche avverse per spostarsi in auto costituivano ovviamente un ottimo complemento per garantire la necessaria riservatezza-
-allo stesso tempo- intervenne Tarcisi unendosi al filo logico imbastito da Feraboldi- il luogo non doveva essere troppo sperduto, ma anzi facilmente raggiungibile disponendo di un navigatore satellitare, del quale posso essere tranquillamente certa che l’auto del dottor Franesi sia equipaggiata. Escludendo quindi bar e locali affini, così come centri abitati, che, per quanto piccoli, rischiano sempre di essere frequentati nel momento sbagliato, ed immaginando un punto di interesse, quale è il posto più vicino che possiamo trovare percorrendo via Ripamonti in uscita da Milano?-
Un silenzio totale accolse la domanda dell’agente, fatta eccezione per un veloce ticchettio sui tasti del PC prodotto dalle alacri dita del giovane vigile urbano.
-l’abbazia di Chiaravalle- rispose infine questi- è quello il luogo più vicino  con le caratteristiche che cercate voi. L’ho appena verificato sulle nostre mappe-
-Tarcisi, chiama il commissariato: voglio almeno tre volanti lì entro 15 minuti massimo. Digli di attrezzarsi con torce, pale e quant’altro possa servire ad una esplorazione notturna. Speriamo che la strada sia sufficientemente sgombra dalla neve, altrimenti, piuttosto che perdere anche un solo secondo, faccio intervenire la Protezione Civile!-

Quando Marta sollevò lo sguardo dallo schermo del PC, l’orologio posto sulla parete di fronte alla sua postazione le comunicò che erano scoccate le 18. Dato incontrovertibilmente confermato dall’oscurità incorniciata dall’ampia finestra della stanza. Non le mancava ormai che una manciata di curricula da inserire nel database e poi avrebbe potuto considerare conclusa quella giornata di lavoro.
Ad essere sinceri, aveva prima creduto e poi sperato di poter porre fine alle attività previste entro le quattro del pomeriggio, come era stato inizialmente definito nella tabella di marcia vigente quel giorno per tutto l’ufficio. Tuttavia, quando ormai le tre erano passate da un pezzo, il dottor Cerruti si era avvicinato alla sua postazione portando con sé un plico decisamente voluminoso, che, con cordiale imposizione, aveva appoggiato sulla scrivania, chiedendole di processare i documenti entro fine giornata.
-mi voglia perdonare, Marta, per questo piccolo inconveniente dell’ultimo minuto, ma si tratta di curricula di professionisti di un certo peso, che mi piacerebbe contattare nei prossimi giorni. Meglio quindi trovarli già pronti all’uso nel database, quando, terminate le festività, riapriremo l’ufficio. Vedrà che un’ora, massimo due, le saranno più che sufficienti a svolgere il lavoro con la cura e la diligenza che la hanno finora contraddistinta. E poi- aggiunse con un sorriso ammiccante- le posso garantire che non daremmo mai inizio alla cena in sua assenza!-
-d’accordo, dottor Cerruti- rispose la ragazza celando il suo disappunto. Sperava di poter uscire di lì a poco per apprestare gli ultimi ritocchi alla toilette prevista per la serata di gala, praticando una oculata e mirata attività di shopping chirurgico. Ciononostante, ripensando all’apprezzamento professionale che le era appena stato manifestato, giunse alla conclusione di essere ben soddisfatta di compiere lo sforzo richiesto- tutto sarà pronto al più presto- lo rassicurò.
-molto bene, Marta. Come intende raggiungere il locale dove terremo la cena?-
-veramente non ci avevo ancora pensato -riflettè- se potrà mi accompagnerà mio padre. Diversamente, trattandosi di un ristorante del centro, potrei tranquillamente provvedere con i mezzi pubblici…-
-non ci pensi neppure!- la interruppe Cerruti con fare scandalizzato- tenga, prenda questa -le porse una carta di credito- è quella aziendale. Il pin lo trova sul retro-
-la ringrazio, dottore-
-dovere, Marta. Sappia che esigo che lei la utilizzi per prendere un taxi da casa sua al locale e dal locale a casa sua. Fanno due corse in tutto. Verificherò personalmente che ciò venga fatto. A meno che non sia suo padre a fungere da autista-
-d’accordo. Le garantisco che non ricorrerò ai mezzi pubblici-
-molto bene. Ora mi voglia scusare ma, fornendo un pessimo esempio, mi devo ritirare a casa mia per prepararmi alla serata-
-d’accordo dottor Cerruti, ci vediamo allora intorno alle 20-
-Perfetto. A più tardi- concluse uscendo rapidamente dalla stanza.
Pochi istanti dopo si udì il rumore della porta di ingresso che si apriva e richiudeva.
Differentemente da quanto si era aspettata, non calò il silenzio assoluto nell’ufficio. Attutita risuonava infatti una voce le cui frasi erano intervallate da brevi silenzi: qualcuno impegnato in una telefonata. Riconobbe la voce di Paredri.
Meglio così: sentiva che rimanere da sola in quell’ambiente le avrebbe causato un inspiegabile senso di ansia ed inquietudine. Non se ne domandò il perché: non ce ne sarebbe stato bisogno.
Libera di concentrarsi sul compito che le era stato affidato, si era dunque gettata a capofitto nel lavoro, mantenendo un ritmo serrato, tanto che, circa un’ora dopo, aveva smaltito più dei due terzi dei curricula. “Ancora una mezz’oretta di questo passo e per le cinque e mezza sono fuori” pensò soddisfatta, accingendosi ad aprire una nuova finestra sul PC.
Fu in quel momento che Paredri si affacciò sulla porta dell’ufficio, fermandosi appena prima della soglia. Attese pazientemente che la sua muta presenza attirasse l’attenzione della ragazza, che apostrofò con un garbato
-disturbo?-
-per nulla dottor Paredri- rispose Marta, che accettò ormai rassegnata l’idea di non riuscire sbrigarsi per tempo. Pazienza: si sarebbe arrangiata con gli accessori di cui disponeva a casa.
-grazie, Marta. Lei è sempre molto cortese e disponibile. Due doti decisamente invidiabili e piuttosto rare. Ha tempo, e voglia, di scambiare due chiacchiere?-
L’occhio della ragazza scivolò involontariamente verso il plico rimasto da evadere, prima di tornare a rivolgere lo sguardo a all’uomo, che, nel frattempo, si era accomodato alla postazione di Barbara
-non si preoccupi- la anticipò evitandole l’imbarazzo di una risposta non sincera- le ruberò solo qualche minuto. E poi-proseguì lanciando uno sguardo ammiccante ai curricula- se necessario, la aiuterò io con quelli, così che possa sbrigarsi il prima possibile-
-la ringrazio- rispose con sincera riconoscenza- come posso esserle utile?-
-in realtà si tratta di una pura curiosità, che riguarda il lavoro di suo padre-
-mi dica. Spero di poterle rispondere anche se, ad essere sinceri, del lavoro di mio padre tendo ad interessarmi piuttosto poco. In parte perché lui stesso non ama molto parlarmene, in parte perché…be’ diciamo che qualche tempo fa mi è capitata una avventura piuttosto spiacevole a causa del fatto che, senza volerlo, mi ero trovata letteralmente in mezzo ad un caso di cui si stava occupando-
-veramente? È stata un’esperienza emozionante?- domandò acceso dalla curiosità
-tutt’altro. È stato solo terrificante. Al punto che, se non le dispiace, preferirei non parlarne. Non si tratta certo dei miei ricordi preferiti…-
-ci mancherebbe, Marta! Non vorrei mai forzarla in alcun modo verso qualcosa che le crea disagio o, peggio ancora, sofferenza-
Gli rispose con un sorriso.
-mi tolga solo una curiosità, se possibile-
-ci provo-
-il…fatto è avvenuto qui a Milano?-
-no. Si trattava di un caso che mio padre stava seguendo quando ancora abitavamo nella cittadina di riviera-
-sì, ricordo che Fulvio me ne ha accennato. Un luogo ameno, se non vado errato-
-sì, indubbiamente ameno, ma anche privo di orizzonte-
-non la seguo…-
-è una piccola realtà chiusa in sé stessa, nei suoi ritmi ciclici e ripetitivi. Così diversa dal mare vasto e azzurro su cui poggia la sua linea di costa. O forse così simile nella sua uniformità. Ogni tanto qualche tempesta la sconvolge, ma poi tutto torna ad essere piatto come una sconfinata distesa d’acqua prigioniera della bonaccia. Insomma, un luogo che non poteva che andarmi stretto, per quanto ci fossi nata. Ecco perché, quando mio padre è stato trasferito a Milano, non ho avuto la minima esitazione nel seguirlo-
-la capisco. D’altro canto l’irrequietezza è un segno della giovinezza…-asserì con lo sguardo sospeso fra due punti di fuoco distanti.
-cosa esattamente le interessava sapere del lavoro di mio padre, dottor Paredri?- gli domandò richiamando l’attenzione del suo interlocutore
-oh, niente di che. Mi stavo chiedendo se, in questo periodo, stia seguendo qualche caso particolarmente avvincente oppure insolito e peculiare. Banale curiosità di chi conduce una vita noiosa come il sottoscritto-
-devo confessare di non averne idea. Ma, se vuole, posso chiederglielo quando ci vediamo. Probabilmente già questa sera-
-non intendo scomodarla a tal punto. Caso mai, se le capitasse di sentire qualcosa di particolarmente intrigante…-
-gliela riferito senz’altro. Posso farle una domanda?-
-prego, dica pure-
-è davvero così noiosa la sua vita?-
-noiosa e piatta, Marta-
-come mai? Intendo dire: il lavoro che svolge le consente di frequentare persone affascinanti ed interessanti…-
-non sono, nella maggior parte dei casi, né interessanti, né affascinanti. Ma solo ricche e potenti- chiosò elargendole un sorriso stanco e rassegnato. Sembrava sincero, nonostante il guizzare inquieto degli occhi- Ora è venuto il momento di lasciarla in pace, o andrà a finire che le farò fare tardi. Quando avrà terminato non si preoccupi di chiudere l’ufficio. Ci penso io: ho ancora un po’ di cose da sbrigare e penso che mi recherò alla cena direttamente da qui-
-d’accordo dottor Paredri. Buon lavoro-
-altrettanto, Marta-
Si voltò e uscì con passo silenzioso, lasciandola alle prese con quanto le rimaneva da disbrigare.

L’attività si rivelò subito piuttosto penosa ed ingrata. Il gelo notturno, già abbondantemente arrivato nonostante fossero solo le 19.30,  aveva infatti congelato la neve in una crosta spessa e compatta, refrattaria a qualsiasi tentativo di intaccarla.
Per prima cosa, una volta giunti in vista dell’abbazia, Bezzi e la sua squadra avevano scomodato la comunità cistercense, in un’ora già quasi tarda per le regole e le abitudini che ne scandivano la quotidianità, interrogando meticolosamente ogni singolo monaco su eventuali movimenti rilevati nei dintorni quella mattina molto sul presto.
Nessuno dei presenti aveva tuttavia notato alcunché, fatta eccezione per un frate particolarmente anziano, di una magrezza quasi scheletrica ed il cui peso, per quanto esile, costringeva la schiena ad un’innaturale curvatura il cui sostegno era fornito da un bastone nodoso come le sue ossa, contorte dalla fatica dell’età.
-a ben rifletterci- esordì infrangendo il muro di silenzi e mugolii assorti dei confratelli- questa mattina,  sarà stato poco dopo le sei e mezza, nell’ora in cui di solito mi sgranchisco le ossa passeggiando fuori dal portone del convento, ho visto transitare un’automobile-
-rammenta qualche ulteriore particolare?- domandò Bezzi
-pochi, molti pochi. Si trattava di vettura di grandi dimensioni. Superata l’abbazia ha svoltato nel parcheggio e lì si deve essere fermata, perché  ho sentito cessare il suono del motore. Come potrete comprendere, di questa stagione e in un’ora come quella, il silenzio è quasi assoluto e perfino per un vecchio come me è facile percepire qualsiasi rumore-
-nient’altro? Non ha per caso notato chi fosse alla guida della vettura?-
-purtroppo no. Era ancora buio pesto e i fari del fuoristrada mi hanno quasi abbagliato quando mi è passato davanti-
-è accaduto qualcos’altro, che lei sappia?-
-non ne sono sicuro perché, dato il freddo, non sono rimasto a lungo fuori. Tuttavia quando dopo circa un’ora sono nuovamente  uscito a prendere una boccata d’aria (la secchezza provocata dai caloriferi è veleno per i miei poveri polmoni), mi è sembrato di sentire il rumore di due vetture distinte, probabilmente mentre transitavano davanti all’ingresso del convento, anche se non ne posso essere del tutto certo poiché non ho avuto modo di vederle-
-la ringrazio, Padre. È comunque qualcosa. C’è stato molto movimento oggi?- aggiunse nuovamente rivolto a tutti gli astanti
-per nulla- rispose un altro dei monaci. Un ragazzo giovane e dall’aspetto prestante, sul quale il saio creava uno strano effetto di precoce maturità- anzi mi sentirei di dire che quelli appena descritti da padre Mario sono stati gli unici movimenti della giornata, fatta eccezione per qualche visitatore dell’adiacente cimitero-
-molto bene. Abbiamo necessità di perlustrare il parcheggio-
-procedete pure- rispose il responsabile della comunità- possiamo esservi di aiuto?-
-non le nascondo, padre, che quanta più luce potremo avere, tanto più saremo facilitati-
-siamo a vostra disposizione, commissario. E, soprattutto, possediamo un buon numero di torce-aggiunse facendo segno ad uno dei confratelli che, senza esitare, si recò a procurarsi il necessario.
Spuntò dopo una manciata di minuti, portando con sé un sacchetto contenente circa una quindicina di torce elettriche.
-le ho provate una ad una- affermò guardando il suo superiore- funzionano tutte perfettamente-
-bene- intervenne Feraboldi- non rimane che metterci all’opera!-
La luce fendeva di sbieco la superficie bianca, muovendosi con un incessante serpeggiare prodotto da una ventina di sorgenti diverse. I raggi si intrecciavano senza sosta in una sorta di battaglia luminosa alla quale il buio della notte faceva da sfondo uniforme e silenzioso.
Non fu difficile individuare le tracce lasciate dai pneumatici delle autovetture.
Un esame attento, eseguito da Bezzi e da Tarcisi, permise di distinguerne tre tipi differenti: il primo appartenente con ogni evidenza ad un fuoristrada, data la larghezza del battistrada, le altre due ad autovetture comuni.
Il dialogo visivo intessuto dalle diverse coppie di strisce sembrava veicolare un messaggio piuttosto chiaro, una volta che, con pazienza e dedizione, ne venne decifrato il significato.
Occorsero infatti più o meno una ventina di minuti, durante i quali il gelo continuò ad arrampicarsi tenace lungo gli arti dei presenti, al punto che i monaci più anziani dovettero cedere le loro torce ai più giovani e ritirarsi doloranti nelle loro celle, affinché il commissario e la giovane collega arrivassero alla conclusione che:
a) due vetture, fra cui con ogni probabilità il fuoristrada guidato da Franesi, avevano parcheggiato una a fianco dell’altra
b) il fuoristrada in questione era poi ripartito prendendo una direzione diversa dalla auto che gli si era affiancata, come dimostrava l’andamento divergente delle tracce che vennero seguite dal parcheggio fino alla prima biforcazione della strada di accesso al luogo
c) una terza vettura, forse da mettere in collegamento con le altre due, aveva parcheggiato non lontano e poi era ripartita per la stessa direzione da cui era provenuta
-le impronte delle scarpe- osservò Tarcisi- sono attribuibili a quattro differenti individui, se non me ne è sfuggita qualcuna-
-concordo e confermo- affermò Bezzi- quindi abbiamo tre autovetture e quattro persone, fra le quali una è quasi certamente Marco Franesi. Tuttavia- proseguì accovacciandosi nel punto in cui le tracce dei pneumatici del fuoristrada e dell’altra autovettura risultavano particolarmente vicine- siamo ben lontani dal poter ricostruire…- si bloccò improvvisamente, attratto dal riflesso metallico che la luce della sua torcia gli aveva appena restituito. Bloccò il raggio nella direzione individuata e si mise ad osservare con attenzione. Tarcisi e Feraboldi, incuriositi dall’improvviso silenzio del commissario, si accovacciarono a loro volta, incrementando notevolmente la concentrazione luminosa ed arricchendola di ben due diversi angoli di incidenza. Il risultato fu un piccolo baluginio multicolore che prese forma nel bianco immacolato della neve.
Fu Tarcisi ad allungare la mano verso il punto luminoso per estrarre l’oggetto che ne costituiva la causa.
Gli occhi esperti dell’agente e del commissario non ebbero alcun dubbio nell’identificare il reperto: un bossolo di proiettile. Restava solo da determinarne il calibro.
-temo dovrà chiamare il dottor. Franesi, commissario- affermò Tarcisi con un tono stanco e rassegnato
-credo proprio tu abbia ragione.. Anche se penso sia meglio procedere con una visita a domicilio. Ti chiedo la cortesia di rimanere sul posto e supervisionare l’operato della scientifica. Chiamali e convocali subito. Io penserò ai genitori di Marco. Se vuoi, Tiziano- proseguì rivolto all’amico- puoi venire con me-
-d’accordo Fulvio. Andiamo-
Salirono su una delle volanti disponibili e si avviarono verso Milano, che giaceva a poco più di un passo dal fitto velo di nebbia sprigionato dalla neve.
 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Il penoso incontro con i genitori del povero graffitaro. Marta a Milano e Mika a New York si preparano per la Vigilia di Natale. Non per tutti sarà una lieta ricorrenza…

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