La scelta finale – XII puntata

Parte I. Santa Claus is coming
12.

-È stato ucciso, vero Fulvio?- domandò Feraboldi osservando l’amico intento a pilotare con efficiente circospezione la gazzella attraverso il vischioso tessuto della nebbia. Tra scarsa visibilità e fondo stradale inizialmente ricoperto e successivamente chiazzato di neve man mano che dalla periferia procedevano verso il centro di Milano, Bezzi non poté concedersi il lusso di rispondergli ricambiandone lo sguardo, che manteneva invece fisso sulla strada.
Il singhiozzo isterico della sirena li accompagnava nel tragitto, scandendo ripetitiva il tempo della corsa.
-a voler essere ottimisti, Tiziano, possiamo tranquillamente affermare che le evidenze materiali non depongono a favore della buona sorte del nostro giovane pittore. A meno che non possedesse una rivoltella e non avesse anche l’abitudine di portarla con sé, la supposizione più logica è che si sia incontrato con qualcuno che ne era dotato, e che questo qualcuno la abbia utilizzata contro di lui. Almeno un colpo. Probabilmente di più: questo lo scopriremo dopo che la Scientifica avrà terminato il suo lavoro-
-perché ucciderlo, Fulvio?-
-ancora non posso determinarlo con certezza, ma l’ipotesi che mi striscia nella mente non mi piace per nulla-
-sarebbe a dire?-
-partendo dal postulato, plausibile se non probabile, che Marco Franesi eseguisse le sue opere metropolitane su commissione, lo scenario più verisimile è che il suo committente non solo non avesse più bisogno dei suoi servigi ma che abbia addirittura ritenuto meglio toglierlo di mezzo per evitare qualsiasi rischio-
-a cosa ti riferisci?- domandò Feraboldi con fare pateticamente ostinato
-ci ha scoperto, Tiziano. È venuto a sapere che abbiamo imboccato la strada giusta iniziando ad investigare sulla comunità dei writers e che siamo stati sufficientemente bravi da individuare l’esecutore materiale di quei murales. A quel punto ha preferito non rischiare e ha fatto fuori il ragazzo-
-perché utilizzare una misura così estrema?-
-perché in ballo ci deve essere qualcosa di grosso, di molto grosso, che ruota attorno a quelle raffigurazioni ed ai messaggi che contengono-
-mi stai dicendo che siamo responsabili della morte di Marco, Fulvio?- domandò Feraboldi fissando il vuoto lattiginoso oltre il parabrezza
-sì, Tiziano, lo siamo stati. Pur senza volerlo ne abbiamo segnato il destino. Da un professionista con la mia esperienza non ci si aspetterebbe un tale squalificante livello di leggerezza e superficialità- ammise in preda allo sconforto- e invece ho preso la faccenda sotto gamba e questo è il risultato-
-ma, Fulvio, non potevi prevedere…-
-avrei dovuto invece. Non cercare attenuanti alla morte violenta di un ragazzo, Tiziano. Non ce ne sono. Esistono invece le responsabilità-
La conversazione si estinse nel silenzio di ambedue gli interlocutori. Rimaneva solo il suono della sirena ad occupare lo spazio dell’abitacolo.
Pochi minuti dopo anche questa venne spenta: svoltando a destra da piazza Conciliazione si intravvedevano gli alberi spogli di via XX settembre. Sembravano scheletri poggiati sul tessuto umido della nebbia.

Le due del pomeriggio. La neve aveva finalmente cessato di cadere dal cielo, sul quale si distendeva un tessuto lacero di poche nubi consunte e lise. Il sole, nell’ora già quasi tarda del primo inverno, brillava pallido sui cristalli nivei, come illuminandoli dall’interno. Era bello osservare la luce filtrare dalla porta del negozio e posarsi su una fila di LP posta proprio di fronte al bancone. Nel torpore silenzioso di inizio pomeriggio, Michele si alzò dalla sua postazione e si diresse proprio dove i raggi solari cessavano la loro corsa nello spazio vuoto. Si appoggiò allo scaffale dove erano alloggiati gli LP ed estrasse quello dove la luce batteva più intensa. Con un gesto meccanico, fece innanzitutto scivolare il disco fuori dalla custodia per verificarne lo stato di conservazione. Il solco si dipanava in una spirale praticamente intatta, lasciando intendere una condizione sostanzialmente perfetta.
Riposto l’LP, ne osservò la copertina: né l’autore né il titolo gli erano noti. Doveva quindi trattarsi di musica classica, genere da lui ben poco praticato, pur costituendo la passione di suo padre.
Ne rievocò l’immagine di lui intento a scorrere l’indice sulla fila ordinata di CD per scegliere quello più adatto alle sue esigenze di ascolto e provò una punta di nostalgia mista ad un vago senso di contrizione per non essergli vicino in quel giorno di festa.
Decise allora di porre rimedio a quella mancanza di dedizione filiale acquistando l’LP che reggeva in mano.
Possedeva decisamente una bella custodia, dominata dal colore bianco, sul quale era incastonato un disegno delicato ad acquarello che rappresentava alcuni fiori ed alcune foglie di un innaturale color viola tenue.
Il titolo doveva essere scritto in tedesco, a giudicare dalla lunga sequenza di vocali e consonanti che ne componevano l’unica parola da cui era costituito.
Incuriosito, si avvicinò al PC e digitò il lemma su un motore di ricerca. Risultò che il significato era “canto per bambini defunti” e che l’autore era assai noto.
Controllò il prezzo verificando che era elevato, dal momento che doveva trattarsi di un’edizione rara o comunque limitata, ma non proibitivo.
Decise allora di acquistarlo: sarebbe stato il suo regalo di Natale, che avrebbe provveduto ad inviare quello stesso pomeriggio.
Era sicuro che suo padre lo avrebbe apprezzato.
Batté dunque l’importo sul registratore di cassa ed impacchettò l’oggetto con la carta regalo che era stata messa a disposizione dei clienti per tutto il periodo delle festività. Compilò poi un modulo di spedizione, di cui erano presenti numerose copie nel negozio allo scopo di facilitare l’invio dei pensieri natalizi.
Infine, attese pazientemente che scoccasse l’ora pattuita: alle quattro sarebbe arrivato il proprietario per dargli il cambio fino all’orario di chiusura, consentendogli di prepararsi per la serata e sbrigare le ultime incombenze.
La prima delle quali sarebbe stata di spedire col sistema più celere possibile il plico al destinatario che, con un po’ di fortuna, lo avrebbe ricevuto il primo giorno lavorativo utile. Valeva a dire il 27 dicembre.
Le ultime due ore trascorsero in un’attesa inizialmente silenziosa e pigra, che Michele occupò ascoltando la prima ristampa di un album dei Genesis, che, calcolando la data di pubblicazione, doveva aver da poco compiuto i 40 anni. Scorrendo rapidamente i titoli dei brani che componevano l’opera dell’attempato quartetto, di cui aveva una conoscenza piuttosto superficiale, notò che il primo componimento faceva riferimento ad un sobborgo di Londra. Il brano, nella sua struttura compositiva del tutto innovativa per i tempi, gli sembrò talmente bello che decise, quando si sarebbe recato nella capitale del Regno Unito (magari nel corso dell’anno successivo, il cui inizio era ormai alle porte), di omaggiare il luogo di una visita a domicilio.
Entusiasta dell’ascolto, acquistò anche quell’LP, ripromettendosi di suonarlo nuovamente nella sua stanzetta non appena ne avesse avuto la possibilità.
Del tutto diverso fu il ritmo che scandì l’ultima ora del suo turno prefestivo, durante il quale numerosi clienti si avvicendarono nel negozio alla ricerca di gradite, o quanto meno apprezzabili, strenne natalizie. Il volume di affari che si generò nell’arco di sessanta minuti costituì una piacevole sorpresa per il ragazzo: evidentemente la comunità di fruitori di quell’arcaico sistema di riproduzione del suono doveva risultare più nutrita di quanto si immaginava potesse essere in quel XXI secolo sottomesso al dominio incontrastato del campionamento digitale, incarnato in supporti sempre più minuti che toglievano alla musica ogni concretezza dimensionale e fisica.
Un paradigma umano piuttosto vario, dove la componente anagraficamente avanzata, distribuita fra la piena mezza età e la prima vecchiaia, risultò predominante ma non esclusiva a beneficio di una non insignificante fascia di giovani adulti e di qualche ragazzo, si affollò compostamente nel piccolo locale, acquistando una mole cospicua di vinili di jazz, musica leggera e classica.
Michele era intento ad impacchettare un doppio LP dal vivo degli Scorpions, quando il titolare del negozio fece la sua comparsa.
Era stato di parola: proprio in quel momento scoccavano le quattro del pomeriggio.
Il sole stava già reclinando verso la linea dell’orizzonte, trasformando i colori del giorno in una pallida tavolozza di tinte estenuate, sul cui sfondo iniziavano a prendere corpo le luci artificiali della metropoli.
La luce tenue rivelava il persistere effimero di un tempo sereno.
Il passaggio di consegne avvenne rapidamente, seguito da un abbraccio e dagli auguri di Buon Natale. Si congedarono infine con una stretta di mano, dandosi appuntamento per la mattina del 27.
Indossò di buona lena il suo giaccone e si avviò a passo deciso lungo il marciapiedi: se non ricordava male l’ufficio postale distava poche centinaia di metri. Tempo mezz’ora al massimo e avrebbe spedito il regalo, poi sarebbe tornato nella sua stanza per scrivere una mail al padre. Avrebbe atteso le sei per inviarla, quando in Italia sarebbe scoccata la mezzanotte.
L’indomani, con calma, lo avrebbe chiamato per fargli gli auguri a voce.

Questa volta a casa erano presenti entrambi i coniugi Franesi, vale a dire, oltre al recentemente conosciuto dottor Stefano, anche la di lui consorte Adealide Cestaro (in Franesi ovviamente).
-commissario- lo salutò l’affermato professionista con un sorriso cordiale e distante- che piacere rivederla oggi per la seconda volta. Mi vorrà scusare se, come è già avvenuto questo pomeriggio, anche ora non potrò concederle che qualche minuto. Io e mia moglie infatti siamo attesi questa sera a casa di amici- proseguì indicando la donna che si era presentata accanto a lui, nel salottino dove Bezzi e Feraboldi erano stati fatti accomodare. Una signora dall’aspetto estremamente elegante e curato, nella sua inequivocabile appartenenza agli individui ormai prossimi alla terza età, animata da movenze decise e da un fare volitivo poco propenso a qualsiasi forma di compromesso.
-quindi, se la questione non è di estrema urgenza…-
Il termine “cena” rammentò a Bezzi che quella sera anche Marta sarebbe stata alle prese con un evento affatto identico. Fortunatamente padre e figlia avevano già preso accordi la mattina, stabilendo che se il commissario non si fosse presentato a casa in tempo utile, Marta avrebbe provveduto autonomamente a raggiungere il locale nel quale si sarebbe consumata la festa aziendale. Riguardo la modalità del ritorno poi, si sarebbero sentiti nel corso della serata per stabilire come procedere.
-temo che sarete costretti a disdire i vostri impegni per la serata, dottor Franesi-
-e perché mai?- domandò in tono piuttosto aggressivo la signora, gettando al contempo un’occhiata impaziente al suo lussuoso orologio da polso-
-si tratta di vostro figlio- rispose Bezzi guardando prima uno e poi l’atro
-oh, allora direi che non c’è alcun problema a riguardo!- replicò bonario Franesi- oggi pomeriggio, non più di un’ora dopo che ve ne siete andati, ho ricevuto un sms da parte di Marco, in cui mi scriveva che avrebbe trascorso la vigilia a casa di un amico…-
-quando ha ricevuto il messaggio??- domandò Bezzi ad un passo dal saltare al collo dello stimato luminare della medicina
-glielo ho detto, commissario, non molto dopo la fine della vostra visita. Saranno state più o meno le cinque. Ma, a scanso di errori- proseguì estraendo un cellulare dalla tasca della giacca- è sufficiente controllare l’orario di recapito-
Manovrò alcuni istanti sulla tastiera e poi porse il telefono a Bezzi.
-ecco-lo esortò- verifichi lei stesso.
Il commissario afferrò il cellulare con un movimento secco e quasi sgarbato, come se glielo stesse strappando di mano.
Dopo aver letto il testo non poté che constatare che sia orario sia contenuto del messaggio coincidevano perfettamente con quanto appena riferitogli.
-e non ha provato a mettersi in contatto con lui una volta ricevuto l’sms?- gli domandò
-certamente, commissario. L’ho chiamato subito dopo per manifestargli il mio disaccordo, se così vogliamo dire, per aver arbitrariamente deciso di utilizzare il mio fuoristrada senza averne avuto autorizzazione. Ma non c’è stato modo di parlargli, perché il cellulare risultava nuovamente staccato e irraggiungibile. Probabilmente la batteria doveva essersi completamente scaricata…-
-non credo sia questo il motivo della mancata risposta di vostro figlio- lo interruppe assumendo un tono di gravità nella voce-
-cosa intende dire, commissario?- domandò la signora Franesi, assumendo un atteggiamento di fredda scortesia, sotto il quale si avvertiva un principio di agitazione
-è meglio se ne parliamo con calma- propose il commissario
-mi faccia prima avvisare i nostri amici!- sbottò poco convinta, mentre con il suo sguardo cercava quello del marito.
-d’accordo. Cerchi di fare in fretta-
Furono in effetti sufficienti pochi minuti: il tempo di consentire alla efficiente Aniela di servire un caffè scuro e forte ed i coniugi Franesi erano già di ritorno. Il commissario notò che avevano ambedue dismesso gli accessori “da uscita”, la cravatta lui e buona parte della parure di preziosi lei, dando mostra di accettare implicitamente una serata diversa da quella programmata.
-siamo a sua disposizione, commissario- esordì Stefano Franesi una volta che sia lui sia sua moglie si furono accomodati di fronte a Bezzi. La nebbia, fuori dalla finestra, era così fitta che sembrava sul punto di scardinare i robusti serramenti dalla propria sede ed irrompere come un magma solido all’interno della stanza.
Distogliendo lo sguardo da quell’immaginaria minaccia, Bezzi lo fissò in quello dei due genitori, scandendo l’inizio del suo discorso con un lieve colpo di tosse
-purtroppo non vi porto buone notizie riguardo vostro figlio…-
-si spieghi!- esclamò la signora Franesi interrompendolo con foga. Una stretta al braccio decisa e garbata ad un tempo da parte del marito ne interruppe l’impeto, consentendo al commissario di continuare
-abbiamo motivo di credere che la vita di Marco sia in pericolo- affermò provando insieme sollievo e vergogna per quella che, praticamente senza alcuna incertezza, si poteva considerare una compassionevole menzogna. Si attaccò tenacemente al suo senso di pietà per proseguire senza esitazione- per qualche motivo che al momento non ci è noto, vostro figlio è entrato in contatto con qualche entità criminale…-
-Marco?- domandò incredula la donna
-non credo che ne f… che ne sia consapevole, signora Franesi. Quello di cui sono praticamente certo è che Marco abbia accettato di dipingere su commissione i tre murales che, di recente, sono apparsi nelle stazioni metropolitane di Cadorna, Garibaldi e Loreto e che il committente sia una qualche organizzazione malavitosa-
-come è giunto a quest’ultima conclusione?- domandò il padre
-questo al momento non mi è possibile rivelarlo per non rischiare di compromettere le indagini-
-d’accordo, torniamo a focalizzarci su Marco- assentì
-riteniamo che qualche cosa non sia andato per il verso giusto e che…ci sia l’intenzione di far sparire vostro figlio…-
-vuol dire di ucciderlo???- urlò Adelaide Franesi
-non possiamo assolutamente escluderlo e men che mai ritenerlo improbabile- proseguì cercando di mantenere un tono di voce pacato e controllato- questa mattina Marco si è recato presso l’abbazia di Chiaravalle per incontrare qualcuno, forse più persone. Sappiamo per certo che è stato esploso un colpo di arma da fuoco. Al momento il nucleo della polizia scientifica sta analizzando la scena dell’accaduto- avrebbe voluto dire “del crimine” ma evitò di utilizzare quel termine per non rendere ancora più drammatica la situazione- e, al più presto, attiveremo una sistematica e massiva attività di indagine e ricerca, nella speranza…-
-la smetta di raccontarci frottole, commissario- lo interruppe la donna con una voce spenta e roca come lo strofinio di un foglio di carta vetrata- nostro figlio è morto, o quantomeno questo è ciò che lei ritiene. Lo leggo nel suo sguardo, lo sento nella sua voce-
-ci sono serie probabilità che le cose stiano effettivamente così-confermò rassegnato Bezzi- tuttavia…-
Venne nuovamente interrotto.
Questa volta da uno scoppio disperato di pianto che accomunò entrambe i genitori, perfetti nel dolore come ogni genitore, dal più presente al più assente, di fronte al vuoto improvviso lasciato dalla propria carne.

Marta non ebbe bisogno di chiamare suo padre per sincerarsi che avrebbe dovuto far uso della carta aziendale, gentilmente concessa dal dottor Cerruti. Nell’appartamento regnava infatti un silenzio buio e ronzante del rumore del frigorifero, chiara ed intuitiva manifestazione, dopo 18 anni di convivenza, dell’assenza protratta del genitore. Quando, dopo essere rimasta immobile alcuni istanti presso la soglia spalancata sulla porta di ingresso, si decise a premere l’interruttore della luce, comprese con certezza che un anonimo tassista la avrebbe condotta alla cena di Natale. Provò una sensazione di vuoto che durò tuttavia solo un istante. Non c’era mai stato egoismo nelle assenze (ripetute) di suo padre, la cui condotta era regolata unicamente dalle necessità imposte dal suo lavoro.
Si limitò dunque ad augurarsi di poter trascorrere insieme almeno il giorno di Natale prima di avviarsi lungo il corridoio, diretta verso il bagno.
Dato l’orario, erano quasi le 18.30, dovette rinunciare all’idea di rimanere immersa nell’ampia vasca fino al punto di svagarsi in una nube di vaporoso rilassamento. Tuttavia la tirannia del tempo non le impedì di concedersi una lunga doccia bollente scandita dal battito intenso di un getto d’acqua concentrato. Fece scorrere lentamente il doccino lungo il corpo, lasciando che una sensazione di piacevole intorpidimento le avvolgesse le membra, fino a risalire lungo la schiena per arrestarsi dietro la nuca. Quando il diteggiare frenetico dell’acqua iniziò a provocarle un senso di vertigine, si risolse finalmente a chiudere il rubinetto e ad avvolgersi nell’accappatoio del commissario.
La sessione del trucco richiese uno sforzo di concentrazione particolarmente intenso, così da ottenere un risultato perfetto.
Arrivato infine ai momento di vestirsi, si sentì libera di chiamare sua madre.
-ciao Marta-rispose questa dopo il quarto squillo-allora, sei pronta per la serata?-
-quasi, mamma. Mi manca giusto di scegliere qualche accessorio e poi posso farmi accompagnare al ristorante-
-ci pensa papà?-
-veramente no. Credo che sia alle prese con qualcosa di grosso ed urgente, dal momento che non siamo ancora riusciti a sentirci-
-mi dispiace…-
-ma no, mamma. Non c’è nessun problema: il dottor Cerruti, la persona di cui ti ho parlato più volte in questi giorni, è stato così gentile da offrirmi il viaggio in taxi. Andata e ritorno!-
Angela era perfettamente al corrente del piccolo lavoro stagionale della figlia, di cui ammirava e temeva l’intraprendenza. Forse anche a causa della separazione fra lei e Fulvio, Marta aveva sviluppato un istinto all’autosufficienza che la aveva ormai resa quasi completamente indipendente dai suoi genitori, come se si fosse precocemente avviata per la strada del proprio destino, lasciandosi alle spalle due adulti ottusamente intenti ad agitare la mano in segno di saluto, nella speranza che una curva ad U gliela potesse riportare indietro.
-d’accordo. Allora posso stare tranquilla-
-certamente! E tu, come trascorrerai la vigilia?-
-con Cosimo- rispose riferendosi al compagno con il quale si frequentava ormai da alcuni mesi. Marta aveva avuto modo di conoscerlo l’estate precedente, quando era tornata nella cittadina di riviera a trascorrere una parte delle lunghe vacanze estive. Un uomo di almeno qualche anno più giovane della madre. Un collega dell’istituto nel quale Angela insegnava. Professore di fisica e matematica, con una affascinate propensione per i grandi dilemmi sull’origine dell’universo e sulla sua fine e con una passione per l’insegnamento altrettanto genuina di quella della più matura collega. Un alter ego perfetto che aveva rapidamente ricoperto, sebbene non colmato, il vuoto lasciato dalla lunga consuetudine con il commissario.
-bene- replicò sinceramente contenta- dove andate di bello?
-abbiamo organizzato una cena con la classe che io e Cosimo condividiamo. Ristorante in riva al mare. Rumore di onde e qualche spruzzo di salsedine…-
-qui invece nevica incessantemente da giorni. Se continua così finiamo sommersi. Inoltre questa sera, vedessi che nebbia…-
-lo so. Ne parlano anche in televisione. Cerca di non perderti!-
-non mi accadrà, a meno che il tassista non smarrisca la via…-
Conversarono ancora qualche minuto poi Marta salutò la madre e chiuse la linea.
Aveva ancora tempo per una breve chiamata. Compose allora il numero di Barbara: era proprio curiosa di sapere come se la stava cavando con i preparativi.
 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Bezzi partecipa alla cena di Natale della società dove la figlia Marta sta lavorando e si trova a subire le strane domande del titolare della società.
Mika da New York invia l’e-mail di auguri al padre. Forse l’ultima? E chi è suo padre?

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