La scelta finale – XVI puntata

Parte II. Merry Christmas!
16.

Nel periodo intercorso fra la sera del giorno di Natale e quella del giorno di Santo Stefano, la mente del commissario Bezzi partorì un’ipotesi che, da parte della medesima mente e quindi con buona pace di qualsiasi conflitto di interessi, venne ritenuta pressoché certa, per quanto assiologicamente più affine ad un’intuizione che ad una formulazione di natura logica: dietro l’omicidio di Marco Franesi vi era qualcosa di grosso.

Non che crivellare di proiettili un ragazzo, ne erano stati contati sei e tutti chirurgicamente mortali, potesse costituire di per sé un fatto poco rilevante. Tuttavia, la riflessione del commissario si orientò, più che sull’evento in quanto tale, su quelli che riteneva ne fossero i presupposti. Vale a dire, in considerazione delle opere pittoriche eseguite dal giovane artista: quale fosse la funzione, quale lo scopo e quali i messaggi (o forse erano parti di un unico messaggio?) veicolati dai tre murales.

La conclusione, evidente, era che si doveva trattare di un atto criminale di grande portata. Diversamente nessuno sarebbe stato ammazzato e gettato come una carcassa qualsiasi in mezzo ad un campo innevato.

Il punto cruciale consisteva dunque nel capire di quale tipo.
La criminalità comune era da escludere con certezza quasi matematica: eccessiva complessità, troppa organizzazione ed impensabile efficienza per malavitosi ordinari e di piccolo calibro.
Ma, anche pensando ad organizzazioni più articolate e professionali…perché mai procedere in quel modo, per così dire, estroso ed insolito per individui abituati a ragionare ed agire con modalità molto più dirette e concrete?
Riesaminò con attenzione le fotografie dei tre murales che aveva scaricato sul PC di casa, ma non riuscì che a trarne dati frammentari e poco coerenti.
Iniziò dal primo: quello dove campeggiava la scritta “AURORA”
-che bel dipinto, papà. Dove lo hai trovato?- Marta era comparsa così silenziosamente dietro di lui che Bezzi non poté evitare di prodursi in un sobbalzo. Inutile, data l’assoluta innocuità delle intenzioni della figlia. Tuttavia, si annotò mentalmente di riuscire a rimanere più vigile e reattivo nei confronti degli eventi circostanti, anche durante i momenti di massima concentrazione: non avrebbe sempre avuto la prole alle spalle.
-si tratta di un caso a cui sto lavorando, tesoro-
-ah, forse ho capito! Credo di aver letto qualcosa in proposito su internet-
-dove esattamente?-
-su…alcuni blog. Lì lo chiamano “il maestro della bomboletta”. Intendo dire l’autore dei murales. Perché non ne ha eseguito uno solo, vero?-
-proprio così. Al momento sono tre le opere immortali di questo fenomeno…- non ebbe il coraggio di raccontarle esattamente cosa era successo al giovane ragazzo, che di opere pittoriche non ne avrebbe realizzate mai più, se non in una qualche poco probabile dimensione ultraterrena attrezzata con bombolette spray, e che, sommariamente ricucito dopo l’autopsia, giaceva ora vestito di tutto punto dentro una bara di legno pregiato, nell’attesa di ricevere sepoltura. La seconda in tre giorni. Un record quasi imbattibile. Proseguì dunque con tono ironico, scrollando momentaneamente dalla mente l’immagine della morte- tutte meticolosamente eseguite in una stazione metropolitana di volta in volta differente, neanche lo avesse ingaggiato dal comune di Milano in virtù del suo precoce talento-
-posso dare un’occhiata anche alle altre due opere?-
Gliele mostrò in sequenza, dopodiché le dispose affiancate lungo la superficie dell’ampio display (un signor schermo da 27 pollici).
-belli davvero, nel loro genere- osservò Marta- perché ti interessano così tanto? Non mi sembra si tratti di un caso particolarmente rilevante…-
-a parte l’irritazione di constatare che qualcuno possa entrare ed uscire a suo piacimento nelle stazioni metropolitane, in apparenza non sembrerebbe davvero alcunché degno di nota-
-tuttavia?- lo anticipò conoscendo l’indole paterna
-tuttavia, sono convinto che questo virtuoso non agisca di sua iniziativa, ma su commissione-
-perché?-
-troppo lungo da spiegare. Prendi la constatazione per buona-
-d’accordo. Cosa ti preme capire allora?-
-vorrei scoprire, almeno fin dove è possibile allo stato attuale, cosa vogliono comunicare quei murales e a chi sono destinati-
-li hai affiancati in successione temporale, giusto?-
-corretto-
Soffermò lo sguardo sul primo dei tre
-“AURORA”: ne abbiamo parlato proprio qualche settimana fa durante la lezione di geografia astronomica. Indica, se non ricordo male, “l’intervallo di tempo che segue la notte fonda e che precede il sorgere del sole”-
Lo sguardo del commissario ebbe un guizzo simile al lampeggiare di un flash.
-cioè, fuor di definizione scientifica, può indicare il primo inizio di qualcosa di completamente diverso e nuovo, come lo è il giorno rispetto alla notte-
-già-
Osservarono attentamente il secondo dipinto, che tuttavia non trasmise loro alcun significato se non un senso di inquieto e minaccioso malessere.
Si concentrarono allora sul terzo.
-immagino avrai già provato a verificarne la tenuta melodica- domandò Marta riferendosi alla breve successione di note.
-infatti. Il risultato è una sequenza totalmente incoerente. È quindi evidente che non si tratta di notazioni musicali, bensì di qualche altro sistema di segni che le utilizza come un paravento-
-lettere del nostro o di altri alfabeti?-
-è possibile, Marta. In tal caso l’attività di decrittazione si prospetta quanto mai ardua-
-e se partissimo da un’ipotesi di lavoro più semplice?-
-buona idea- assentì Bezzi poco convinto- ma, cosa c’è di più semplice, ovvero di meno vario, delle lettere?-
-i numeri, papà!-
-giusto! Che idiota a non averci pensato prima…-
Avrebbe probabilmente voluto proseguire nel suo monologo di auto biasimo, ma rimase improvvisamente senza parole, come se avesse ricevuto un sonoro schiaffo nel bel mezzo di una crisi isterica.
-ma certo! Ecco perché i diesis e i bemolle: rappresentano il numero 0! Supponiamo infatti che al DO corrisponda il numero 1 e che le altre note vadano di conseguenza, con l’eccezione del LA# e del MIb che, appunto, valgono 0, in virtù del loro stato “alterato”. Alla sequenza DO/SOL/LA#/DO/RE/MIb/DO/FA corrisponderebbe allora la serie 15012014. Un numero piuttosto lungo e complesso…- constatò avvilito
Questa volta furono gli occhi di Marta a lampeggiare con abbagliante intensità.
-non così complesso, in fondo, se lo leggiamo come una data- afferrò un foglio ed una matita e scrisse declamando: 15-01-2014-
-Marta…- non concluse la frase. In compenso la ringraziò con un intenso abbraccio- qualcosa ha dunque avuto inizio. Qualcosa il cui compimento avverrà il 15 gennaio del nuovo anno. Questo sembrano indicare il primo ed il terzo murales. A questo punto,  non è improbabile il secondo murales rappresenti COSA accadrà quel giorno-
-già, papà: un segnale di inizio, una scadenza definita e qualcosa da compiere. Ma cosa esattamente?-
-non lo so ancora con precisione. Dobbiamo prima decifrare il secondo murales. Però possiamo affermare che, pur non essendo ancora vicini alla soluzione, non siamo tuttavia neppure fermi al punto di partenza. Domani mi metto sotto con i ragazzi e vedrai che qualcosa la caviamo fuori-

Le sorrise.

– prima, però, mi premurerò di conclamare chi ha avuto la geniale intuizione!-

°°°

Nessuna novità, nessun segnale di alcun tipo. Ogni canale di comunicazione, il telefono, la posta elettronica, completamente muto.
L’unica manifestazione della presenza ormai remota di suo figlio, affettivamente grandiosa ma del tutto inutile sul piano pratico, fu il pacco regalo che aveva ricevuto quella mattina.
Senza alcuna impazienza, ma anzi con un senso di latente disperazione, come se si trovasse di fronte ad una sorta di reliquia della memoria del tutto involontaria, spacchettò l’involucro, scoprendo poco a poco la copertina del disco. Leggendo  il titolo dell’LP sentì il pavimento farsi instabile sotto i suoi piedi e provò il bisogno impellente di sedersi,  prima che la testa prendesse a girargli troppo rapidamente.
Se non fosse stato più che sicuro dell’identità del mittente, avrebbe senza dubbio pensato che si trattasse di uno scherzo macabro e di pessimo gusto: i Kindertotenlieder di Gustav Mahler era sicuramente l’ultima opera di musica classica che mai avrebbe voluto ricevere in quel momento.
Resistendo all’impulso di scagliare il disco sul pavimento e mandarlo in frantumi, così da interrompere quello che gli appariva come un detestabile incantesimo, lo appoggiò con garbo sul tavolo della sala (si trattava pur sempre di un regalo di suo figlio), senza però avere il coraggio di suonarlo.
Quando, trascorsi alcuni minuti, si stava ormai allacciando il nodo della cravatta pronto a recarsi al suo ufficio, il cellulare prese a squillare sul basso comodino della camera da letto.
Senza esitazione lo afferrò e lesse il numero del chiamante: non si trattava di suo figlio ma di un’altra persona che, in quei due giorni, aveva cercato più volte di contattare lui stesso con caparbia insistenza.
Aprì la conversazione con uno scatto nervoso del pollice e si dispose all’ascolto rimanendo in assoluto silenzio.
-ti sei macerato a sufficienza nell’angoscia?-
-s…sì- replicò con un filo di voce
-molto bene. Iniziamo dai fatti certi allora: tuo figlio lo abbiamo noi e non lo lasceremo andare fino a quando la faccenda non sarà definitivamente conclusa-
-sta bene?-
-stai tranquillo: le sue condizioni fisiche sono assolutamente normali. Solo che il coglione ha ancora il cuore spezzato a causa della nostra ragazza, che lo ha fatto cuocere a puntino fino a suscitargli la fiducia cieca ed idiota che un bambino nutrirebbe verso sua mamma-
-ma perché lo avete rapito? L’ultima volta che ci siamo sentiti mi avevate fornito delle rassicurazioni in merito-
-mettitele dove puoi immaginare le tue rassicurazioni. L’ultima volta che ci siamo sentiti, come dici tu,  le indagini lì da voi non erano progredite fino al livello attuale. Pare che la polizia italiana si stia rivelando più perspicace di quanto avevamo stimato. I nostri informatori ci hanno infatti riferito che sono stati fatti poco auspicabili passi avanti-
-non ne ero a conoscenza-
-e chi cazzo ti ha detto che dovevi esserlo? Non è questo il punto con te, coglione. Il fatto è che, come ben sai, ultimamente hai manifestato poco gradevoli e poco rassicuranti segnali di disallineamento. Fino a  qualche giorno fa ci potevano anche accontentare delle tue dichiarazioni di buoni intenti, ma ora le cose stanno diversamente. Tutto è diventato, non so se mi capisci, più instabile. Quindi, come ulteriore garanzia del tuo retto comportamento nei giorni a venire, ci siamo presi in pegno tuo figlio. Riga dritto e lo lasceremo andare incolume, per quanto affranto dal suo fallace amore. Prova anche solo a scartare dalla retta via e te lo recapitiamo a pezzi: uno per ogni mese dell’anno, con consegna finale della testa il prossimo dicembre- seguì un attimo di silenzio- tutto chiaro, imbecille?-
-tutto chiaro. Potete fidarvi-
-vorrei ben vedere-
L’interlocutore riattaccò senza salutare, scelta per altro assai gradita.
Cercando di controllare il tremore delle mani, terminò di allacciarsi la cravatta ed indossò giacca e cappotto.
Infine imboccò la porta ed uscì dal lussuoso appartamento.
Non riuscì ad elaborare alcuna reazione appropriata a quella chiamata ed alla sua carica di concreta minaccia. Adottò allora l’unica decisione possibile e sensata:  richiuse il tarlo del pensiero dentro uno scrigno di silenzio.

La condizione di disagio aveva ormai raggiunto livelli intollerabili. Per quanto il locale fosse adeguatamente riscaldato ed il cibo, fornito con puntuale regolarità, risultasse tutto sommato accettabile, di fatto nient’altro veniva garantito oltre l’espletamento delle basilari funzioni vitali e fisiologiche (necessità corporali incluse, grazie ad un water chimico portatile, che veniva ripulito ogni due giorni, ed ad un secchio di acqua tiepida che gli veniva recapitato ogni mattina assieme a pochi centilitri di sapone liquido di infima qualità e ad una frugale colazione a base di latte e pane secco). Non gli era stato messo a disposizione alcun cambio di biancheria intima né, tantomeno, di vestiti. Quindi, inevitabilmente e nonostante la sommaria abluzione quotidiana, per altro combinata con una quantità assai parsimoniosa di detergente, dovette suo malgrado constatare che, dopo ormai cinque giorni,  il suo corpo iniziava ad emanare un odore stantio e molto prossimo al disgustoso. Era proprio questo senso di degrado coatto, di abbrutimento imposto al corpo ed inevitabilmente anche alla mente, se non allo spirito, a risultargli insopportabile.

E poi c’era il silenzio, compatto, impenetrabile ed inespugnabile a cui era costretto dai suoi carcerieri: tre uomini, armati, che si alternavano a turni fissi nel corso della giornata, e con i quali non era possibile scambiare alcuna parola. Il giorno di Natale, ancora acerbo della sua esperienza di prigionia, aveva infatti provato ad attaccare discorso con l’uomo che lo aveva in quel momento in consegna, abbozzando un timido e garbato “buon Natale”. Ma in cambio aveva ottenuto che questi si alzasse dalla seggiola, dove stava più o meno comodamente seduto a giocare con qualche applicazione del suo cellulare, e gli si piantasse davanti agli occhi, infilandogli, con ben poco garbo, la grossa rivoltella che teneva in mano nella cavità orale. Il sapore acre di metallo ed olio lubrificante che invase il suo palato lo convertì immediatamente alla regola del silenzio che, evidentemente, vigeva nei suoi confronti.
Rassegnato, attese che il suo carceriere estraesse l’arma dalla singolare custodia nella quale la aveva momentaneamente alloggiata e, senza avere il coraggio di alzare lo sguardo, si accartocciò su sé stesso, serrando fra le labbra la paura ed il senso di disperazione che gli stringevano lo stomaco, spremendone un sapore acre ed sgradevole.
Ovviamente, uno scenario di questo tipo non contemplava neanche in via di remota ipotesi la presenza di qualsivoglia strumento o oggetto di svago: nessun libro, televisore o apparecchio adatto alla produzione e diffusione di musica gli era stato fornito.
Solo silenzio e puzza, prodotti entrambi dal suo corpo.
E troppo tempo a disposizione per girare morbosamente attorno ad un unico, irrisolvibile, pensiero fisso: perché gli stava accadendo tutto ciò.
Non c’era alcuna spiegazione. O, quantomeno, Michele non era in grado intravederne. La sua condizione continuava dunque ad apparigli infondata e priva di senso. Eppure un qualche legame perfettamente logico doveva esserci. Così infatti gli aveva lasciato esplicitamente intendere Alison con le ultime parole che gli aveva rivolto.
Il ricordo della ragazza gli provocò un improvviso conato di vomito che lo costrinse ad una poco gloriosa corsa verso il water chimico, nel quale scaricò tutta la sua frustrata desolazione, nella speranza di non averlo otturato.
Barcollando, tornò a sedersi sul sudicio materasso, lasciando che il suo sguardo vagasse nel vuoto, tra la completa e pigra indifferenza del suo custode, del tutto impassibile di fronte all’inconveniente gastrico appena occorso.
Le pareti, scrostate e sull’orlo della fatiscenza, depressero ulteriormente il suo stato d’animo, rendendolo simile alla cupa penombra che aleggiava perennemente nell’ambiente a causa dei pesanti tendaggi accuratamente tirati sulle due uniche finestre di cui era dotata la stanza. Il vetro di una delle due, quella più vicina all’improvvisato locale da bagno, doveva essere rotto e mancante in qualche punto dal momento che, di tanto in tanto, la tenda fluttuava in un sinuoso sussulto, mossa con ogni probabilità dalla corrente: c’era infatti una grata, posta in alto sulla parete opposta, dalla quale l’aria era libera di filtrare in presenza di condizioni propizie.
Una volta, probabilmente il giorno precedente anche se non ne poteva esserne del tutto certo dal momento che quello stato di monotona depressione stava seriamente iniziando a compromettere il suo senso del tempo, una folata particolarmente intensa aveva scostato la tenda per un tratto sufficiente a rivelare la presenza di una scala antincendio, transitante proprio oltre il davanzale.

Inizialmente Michele non aveva registrato l’importante dato visivo, essendo il suo desiderio struggentemente rivolto verso la visione di un ritaglio di cielo, azzurro o no che fosse in quel momento. Tuttavia ora, nello stato vagamente confusionale conseguente la breve ma intensa scarica di nausea, l’immagine di quella struttura di ferro brunito si ripresentò alla sua mente, riscuotendolo repentinamente dal suo torpore.
Il piano che il suo cervello, ritornato ad uno stato di felice alacrità, iniziò dunque ad elaborare, si concludeva felicemente con la sequenza (immaginò, un po’ teatralmente, una ripresa dall’alto in campo lungo) di un giovane ragazzo impegnato in una frenetica e gioiosa corsa verso la libertà ed inutilmente inseguito dai suoi carcerieri, frustrati all’ennesima potenza per esserlo fatto scivolare sotto il naso.
Questa era, appunto, la conclusione, per la quale poteva anche facilmente identificare la colonna sonora più appropriata.

Quello che invece gli risultava assai più ostico era concepire tutto il resto, vale a dire la sequenza di idee, e conseguenti azioni, necessarie al fine di potersi trovare lanciato a passo di carica verso la fine di quello straziante incubo.
Già il solo fatto di riuscire ad aprire la finestra costituiva un problema non trascurabile, dal momento che i suoi angeli custodi non lo perdevano di vista neanche per un istante. Smarcato d’ufficio questo primo punto (anche se ignorava ancora come), gli si presentava inoltre di fronte una nuova, ed altrettanto rilevante, incognita: la scala antincendio, o meglio un aspetto primario a questa collegato. Che fosse o no sospesa nel vuoto non aveva la minima importanza: l’ambiente dove lo avevano rinchiuso doveva trovarsi al massimo all’altezza di un piano rialzato. Era dunque facile immaginare che terminasse il suo percorso direttamente sul marciapiede o sulla strada.

Data dunque per scontata l’ottimale fungibilità del dispositivo di fuga, il problema sarebbe sorto proprio nel momento in cui avesse messo piede per terra: quale direzione avrebbe dovuto prendere se si fosse trovato di fronte a più alternative? Cosa sarebbe potuto accadere se avesse esercitato la scelta sbagliata? E se, sfortuna non volesse, anche la strada fosse stata presidiata da altri carcerieri? Avrebbero usato indulgenza nei confronti del suo goffo tentativo di fuga o avrebbero proceduto a liquidarlo senza stare a pensarci troppo?
Tutti quegli interrogativi gli afferrarono lo stomaco in una morsa soffocante, che gli procurò un nuovo conato di vomito. Questa volta però riuscì a trattenerlo, imponendosi di rimanere immobile e di continuare a pensare. A colpi di nausea non avrebbe infatti risolto nulla, oltre a ritrovarsi poi sopraffatto da un tanfo ancora più insopportabile di quello che già emanava.
Decise allora di ricominciare daccapo, affrontando le diverse incognite in sequenza.
“Anzi” rifletté “a ben pensarci, l’unica cosa che devo riuscire a capire è come fare ad aprire la finestra e mettere piede su quella scala. Su tutto il resto non ho e non posso avere alcuna possibilità di previsione ed analisi”.
Un colpo di tosse lo distrasse dai suoi pensieri: il simpatico omone che lo aveva in consegna in quel momento stava infatti attirando la sua attenzione. Senza bisogno di ulteriori sussulti polmonari o di altre emanazioni gutturali di tipo analogo, si dispose a soddisfare l’implicita richiesta veicolata da quel segnale, il cui significato aveva avuto modo di apprendere in quei giorni di domicilio forzato. Porse quindi docilmente il polso destro al suo carceriere, il quale provvide ad ammanettarlo all’anello di ferro che era stato appositamente, nonché saldamente, assicurato al pilastro di cemento armato posto al centro della stanza.
Il motivo di quel gesto, apparentemente spropositato ed eccessivo, rispondeva in realtà ad una logica ferrea, di matrice squisitamente fisiologica: l’uomo aveva necessità di utilizzare i servizi igienici.

Bisogno più che comprensibile, dal momento che erano trascorse quasi quattro ore dall’inizio del suo turno di guardia. Senza preoccuparsi di celare una smorfia di disgusto, sensazione che, d’altro canto, aveva ben motivo di manifestare, sollevò quindi il coperchio del water e si apprestò ad alleggerire la vescica.
Nei circa quaranta secondi che occorsero per completare la liberatoria operazione, Michele si produsse in un sorriso sempre più ampio, che repentinamente soffocò non appena lo sguardo dell’uomo tornò a volgersi verso di lui.

Forse aveva trovato un modo per uscire da quella maledetta finestra.

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Alcuni movimenti sospetti di capitale da parte di aziende lombarde danno una svolta alle indagini.

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