La scelta finale – XXI puntata

Parte II. Merry Christmas!
21.

-pronto, chi…? Ma vaffanculo sei tu!!! Chi cazzo ti ha autorizzato a chiamare? Cosa? Ma senti un po’: adesso ti metti anche ad esprimere desideri. Vedi di non rompere i coglioni, invece, e di rigare diritto. Se riesci a non combinare cazzate per altri 15 giorni, e perfino un povero deficiente come ci può riuscire, vedrai che ce la fai a rivederlo il tuo figlioletto. Come? Ma dai, non fare il patetico! Non abbiamo alcuna intenzione di farti parlare con lui: gli auguri glieli farai di persona al prossimo capodanno. Oppure glieli porgerai sulla tomba, se anche solo un capello di questa operazione dovesse finire fuori posto. Piantala di piagnucolare come un vecchio rimbambito o va a finire che mi innervosisco e do ordine ai miei di alleggerire l’amato Michele di un paio di dita o di un orecchio. Così te li spediamo e ti dai finalmente una calmata. Come??? Allora non vuoi proprio capire!!! Adesso metto giù con te, vecchio cazzone decrepito, e faccio uno squillo ai miei ragazzi, che non vedono l’ora di mettere le mani su quell’idiota. Ok, d’accordo: per questa volta te la faccio passare. Ma, se ti azzardi ad insistere con me anche solo un’altra volta… Beh, se sei così ansioso di sapere qualcosa su di lui, allora te lo racconto io. Sai che puzza come un animale randagio? D’altronde come potrebbe essere diversamente? Non perdiamo certo tempo a fornirgli vestiti e biancheria. È già tanto che gli abbiamo dato un materasso, una bottiglia d’acqua per sciacquarsi ed un cesso portatile. Fa così schifo a vederlo, incrostato di sporcizia come è, che anche ai miei ragazzi viene il voltastomaco ormai. Non ricominciare a frignare: in fondo è a causa tua se è ridotto così. Ma stai tranquillo: se tutto fila liscio gli diamo una bella strigliata prima di rispedirtelo. Se invece così non dovesse essere…il suo diventerà il tanfo di un cadavere. Che in fondo non è poi tanto peggiore di quello che emana già ora. E lasciatelo dire da uno che di cadaveri se ne intende e che ben poco ci metterebbe ad aggiungere quello di Michele alla ricca collezione. Bene, direi che ho perso abbastanza tempo a parlare con uno stronzo colossale come te. Bada di non mettere un’altra volta alla prova la nostra pazienza e tantomeno di prendere iniziative che non ti vengono richieste. Ci faremo vivi noi, quando e se sarà il momento. Ultimo avvertimento. Dopodiché te lo ammazziamo come un cane-

Scorgere, attraverso le risicate fessure lasciate libere dal gioco delle tende, la luce del giorno eclissarsi lentamente dentro la vastità del buio, gli suscitava un misto di fremente trepidazione ed angosciosa attesa. Un senso di paura avvelenato da un presentimento di incombente fallimento aveva preso ad insinuarsi nel suo umore man mano che il pomeriggio scivolava verso la sera. Decise allora di affrontarlo con una selezione di musica ad hoc. Scelse tutti i brani di sua conoscenza più adatti a mantenere viva ed esplosiva la sua rabbia ed iniziò a suonarli nella mente, mentre con gli occhi fingeva di fissare indifferente il vuoto. Attaccò con “London calling”, tanto per andare sul sicuro, lasciando che il giro di basso gli attraversasse il cervello mentre gli accordi di chitarra preparavano la strada all’attacco irrompente della batteria. Brano dopo brano, scivolò in una specie di trance cosciente che gli consentì di rilassarsi, mantenendo al contempo elevato il livello di attenzione verso l’esterno.
Al margine del suo campo visivo, il suo carceriere di quell’ultima giornata dell’anno (fortunatamente si trattava del meno brutale del gruppo, un uomo giovane, alto, dalla corporatura slanciata e dai modi bruschi ma leggermente più malleabili e inclini ad una minima condiscendenza rispetto a quelli degli altri), era impegnato in una conversazione telefonica di cui Michele non riuscì a cogliere quasi nulla, dal momento che veniva condotta con un tono di voce molto basso, tenendo la bocca coperta con la mano.
Per un attimo si domandò se l’argomento dovesse essere lui, stabilendo subito dopo che, in effetti, non gli interessava alcunché.
Fra alcune ore infatti, in un modo o nell’altro, lo sarebbe diventato comunque.
Il silenzio regnava ostinato, fatta eccezione per i pochi rumori prodotti da lui stesso e dal suo custode, evidenza che Michele interpretò come conferma del fatto che l’edificio in cui era ospitato dovesse trovarsi in una zona fuori mano o comunque poco frequentata. Un elemento importante, da tener presente e non trascurare. Avrebbe probabilmente dovuto agire in fretta e decidere ancora più rapidamente dal momento che, come ipotizzava, si sarebbe trovato di fronte a più di una alternativa. Acquisì mentalmente lo scenario e tornò a concentrarsi sul presente.
Dal brontolio del suo stomaco dedusse che dovesse ormai essere prossima l’ora della cena, la quale, solitamente, gli veniva servita verso le 8.
Ancora quattro ore quindi e poi ci avrebbe provato, producendosi nel più mirabile scatto verso la libertà che si potesse immaginare.
Tutto doveva essere perfettamente pronto per quel momento.
A partire da lui stesso.
Riconsiderò con gioioso stupore la leggerezza in cui erano incorsi i suoi carcerieri quando lo avevano rapito. Era stato perquisito, infatti, ed anche con una certa cura. Gli avevano tolto tutto quanto avevano trovato dentro il suo giaccone: il cellulare, il lettore musicale, il portafoglio ed i documenti. Tuttavia, probabilmente perché già soddisfatti del bottino, non avevano prestato altrettanta attenzione durante il resto della perquisizione, non accorgendosi della piccola tasca interna dei suoi jeans, contenuta in quella più grande, dentro la quale si trovava la sua patente in formato tessera. Non che il documento gli sarebbe tornato utile per fuggire, ovviamente. Ma, disporre di una forma ufficiale di identità da poter esibire una volta libero, lo avrebbe certamente aiutato ed avrebbe reso più semplice il suo ritorno presso il consorzio umano.
Sempre che tutto andasse per il verso giusto, eventualità sulla quale non c’erano da nutrire troppe aspettative.
Non sapeva dove si trovava e dove si sarebbe dovuto dirigere, una volta uscito all’esterno.
Molto probabilmente, poi, si sarebbe trovato ad affondare nella neve, passo dopo passo, al buio o, nel migliore dei casi, sotto la luce fioca di qualche lampione.
Sentì nuovamente la paura strisciare dentro le sue viscere, riempiendole di una sgradevole sensazione di gelo. Attaccò allora con un pezzo punk come si deve: scelse “Lori Meyers” dei No FX e lo lasciò suonare per un buon numero di battute prima di alzarsi dal materasso ed iniziare a sgranchire i muscoli, cercando di non dare troppo nell’occhio e di non attirare l’attenzione del suo carceriere.
Iniziò da quelli del collo, che stimolò con movimenti circolari inizialmente molto lenti e poi sempre più veloci, fino a quando non si sentì perfettamente sciolto.
Passò poi alle braccia ed alle gambe, che tonificò anche con qualche piegamento.
Al suo custode, che lo osservava con sguardo interrogativo, rispose che sentiva freddo e che aveva bisogno di scaldarsi con un po’ di moto.
Una mezza bugia, la cui parte di verità mancante consisteva nel fatto che si stava preparando allo “scatto”, come lo aveva battezzato.
Circa una mezz’ora dopo qualcuno bussò alla porta, portando la cena per ambedue.
Una invitante pizza con i peperoni per l’uomo, uno stentato hamburger di primo prezzo per lui. Sempre meglio comunque delle improponibili pietanze, probabilmente avanzi alimentari, che gli erano state propinate nei giorni precedenti. Evidentemente qualcuno doveva aver espresso buoni propositi per il nuovo anno.
Mangiò con calma, masticando con cura ogni boccone, anche perché la carne risultò essere fredda e piuttosto stopposa.
Terminato il pasto, bevve un lungo sorso d’acqua dalla bottiglietta che gli era stata fornita e si dispose all’attesa finale.

Il segnale giunse con il primo botto, a cui ne seguirono subito numerosi altri, annunciando l’inizio del nuovo anno.
Sfoderando il sorriso più mesto che gli riuscì di confezionare, si avvicinò alla finestra con il vetro danneggiato e fissò lo sguardo in quello del suo carceriere, che lo sostenne con fare fra l’interrogativo ed il minaccioso.
-avrei una richiesta da avanzare per questo nuovo anno che è appena iniziato. Giuro che sarà la prima e l’ultima.-
L’uomo lo invitò a proseguire con un cenno del mento
-vorrei solo poter vedere qualche fuoco di artificio. Giusto per ricordarmi che lì fuori il mondo esiste ancora e che, forse, lo rivedrò-
Si sforzò, con successo, di spremere qualche lacrima per fornire un supporto patetico alla sua richiesta.
La cosa sembrò funzionare, perché l’uomo gli si avvicinò con passo indolente, si fermò di fianco a lui e, con un sorriso di ironica compassione, scostò la tenda che copriva la finestra, lanciando inconsapevolmente il segnale a lungo atteso.
Il vetro andò completamente in frantumi nell’istante in cui Michele, con un balzo di felina disperazione, lo attraversò a testa bassa, lasciando per alcuni istanti il suo carceriere a bocca aperta.
Fermamente intenzionato a sfruttare il minuscolo ma fondamentale vantaggio acquisito, si precipitò lungo la scala antincendio che, con sua somma gioia, terminava direttamente su un vicolo angusto e buio.
Come aveva immaginato, lo strato di neve depositatosi sulla stretta striscia di asfalto non era stato rimosso ed attraversarlo risultava quindi piuttosto difficoltoso.
Non aveva importanza: il tratto da percorrere era breve e sembrava sfociare in una strada piuttosto grande, a giudicare dalla frequenza con la quale i fari della automobili attraversavano il ritaglio di oscurità distante più o meno una trentina di metri.
Inoltre disponeva di un piccolo quanto vitale vantaggio.
E, infine, la relativa oscurità non avrebbe certo reso semplice far fuoco su di lui. Azione che immaginava l’uomo fosse intensamente intenzionato a compiere.
Affondando il primo passo nella neve, avvertì una fitta acuta al ginocchio: il piede era rimasto intrappolato nell’ampio spessore e non aveva seguito il resto della gamba.
Stringendo i denti ed imprecando, sollevò l’altra gamba e la lanciò letteralmente oltre la prima.
Il suo cervello fece partire in automatico l’assolo di “re del silenzio”, sparandolo a tutto volume nel circuito dei neuroni.
Incurante del dolore che gli trafisse anche l’altro ginocchio, proseguì imperterrito nella sua arrancante camminata.
Un tonfo alle spalle lo avvertì che anche il suo inseguitore si trovava adesso nel vicolo.
Doveva fare più in fretta possibile.
Un passo dopo l’altro, la strada si faceva sempre più vicina, tra il frastuono dei botti e l’incalzare tenace dell’uomo dietro di lui.
Quando ormai non mancava che una manciata di falcate alla meta, uno scoppio di natura non pirotecnica attraversò l’aria, avvolta nella semi oscurità, provocando un innaturale inarcamento nella schiena di Michele che, per reazione di segno opposto, si piegò violentemente in avanti finendo per rotolare su sé stesso proprio nel mezzo della strada.
Fu una morte luminosa la sua perché l’ultima cosa che vide furono i fari di un’automobile. Un fuoristrada, a giudicare dall’altezza a cui questi erano posti, e dal fatto che fu uno spesso paraurti di metallo a fracassargli il cranio; evento increscioso che occorse nel momento in cui il giovane ragazzo riuscì a levarsi sul busto.
“Peccato” fu il suo ultimo pensiero: gli mancavano poche note per concludere una strepitosa versione dal vivo di “Tex”.
 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Un fortuito incidente nella notte del 31 dicembre.

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