La scelta finale – XXII puntata

Parte III. And Happy New Year.
22.

Non ebbe subito certezza di quanto era appena accaduto. E probabilmente neppure piena cognizione. Mancanza, quest’ultima, da attribuire al livello di alcool spropositatamente fuori norma che circolava nel suo sangue in quel momento: sei pinte di stout, quattro razioni doppie di whisky e l’immancabile calice di champagne. Perché bisognava pur accogliere il nuovo anno rispettando la tradizione.
Confidando nello spirito di conciliazione e clemenza universale di quella notte, di cui auspicava una benevola ricaduta anche sul corpo di polizia della sua amatissima metropoli, John Downey si era messo al volante del suo fuoristrada dopo essere letteralmente rotolato fuori dal locale in cui si era intrattenuto con alcuni amici fino allo scoccare della mezzanotte (era inciampato sui suoi stessi piedi, beninteso. Nessuno lo aveva sbattuto fuori, dal momento che l’ubriachezza, più o meno molesta, veniva unanimemente considerata uno stato di alterazione più che tollerabile data la contingenza di calendario).
Con un senso di stabilità pari a quello di un catamarano in mezzo all’oceano in tempesta, era finalmente riuscito, non senza qualche encomiabile sforzo, ad aprire lo sportello dell’autovettura, arrampicarsi alla postazione di guida ed avviare una buona volta il motore del mezzo, incamminandosi cautamente lungo la spaziosa arteria, in quel momento quasi priva di traffico.
Fortunatamente non nevicava, per quanto il gelo notturno avesse stampato sull’asfalto uno strato di ghiaccio tanto sottile quanto coriaceo ed insidioso anche per il più agguerrito treno di gomme.
La condizione poco amichevole del fondo stradale non impedì tuttavia all’alticcio Downey di schiacciare il pedale dell’acceleratore abbastanza a fondo da far raggiungere alla sua autovettura la più che rispettabile velocità di 40 miglia orarie, alla quale percorse il primo tratto perfettamente rettilineo.
Proprio mentre stava allungare la mano verso l’autoradio per sintonizzarla su qualche stazione dotata di musica decente (possibilmente qualche pezzo Folk degli anni ’90), si materializzò davanti ai suoi occhi una massa allungata ed indistinta.
Materializzò era il termine assolutamente più esatto per descrivere quanto era avvenuto nello spazio di una manciata di istanti, dal momento che la “cosa” sembrava essere sbucata dal nulla, per posizionarsi proprio sulla traiettoria della sua auto la quale, inevitabilmente, finì per centrarla in pieno, non avendo il conducente neanche lontanamente avuto modo di sfiorare il pedale del freno.
Uno schianto sinistro e scricchiolante, perfettamente udibile nel frastuono dei botti di capodanno, accompagnò quello metallico del paraurti, in un impatto che sbalzò il malcapitato ostacolo a più di tre metri distanza.
A quel punto anche i riflessi rallentati di John Downey si misero finalmente in moto, generando, nonostante il fondo particolarmente scivoloso, una inchiodata con i fiocchi, mentre l’uomo, sterzando bruscamente, riuscì almeno ad evitare di calpestare con le ruote il già malconcio oggetto o essere animato, di qualunque cosa dovesse mai trattarsi.
Una volta che il mezzo fu del tutto fermo, non gli restò che balzare giù e dirigersi verso la massa immobile; nel frattempo, anche altre vetture, provenienti da entrambe le corsie, avevano arrestato la corsa, cosicché un ventaglio di fari illuminava violentemente la scena scolpendone le ombre.
Un John ancora un po’ inebetito dall’alcool, e non perfettamente calato nella situazione, ebbe modo di raggiungere uno stato di sobrietà assoluto non appena, raggiunto il corpo, poté constatare che apparteneva ad un giovane ragazzo. Molto probabilmente un clochard, a giudicare dallo stato di trasandatezza degli abiti, per altro ben poco adatti ai rigori della stagione (un paio di pantaloni ed un maglione che, in un altra fase della loro esistenza, dovevano essere stati anche eleganti e di ottima fattura, prima di ridursi ad una parodia di abito della festa), e dal lezzo che emanava da quell’essere. Esanime. Anzi: decisamente morto. Sul colpo. Con la scatola cranica deformata sul lato sinistro, nel punto in cui il paraurti aveva mandato in frantumi un più che discreto insieme di ossa. Per la precisione, buona parte del lobo frontale, parietale e temporale, come avrebbe più tardi specificato l’autopsia.
C’era sangue: una quantità piuttosto notevole di liquido scuro e denso che sbuffava pigre esalazioni di vapore sullo strato ghiacciato della strada.
John Downey si coprì la faccia con le mani e scoppiò a piangere.

Una serie concatenata di avvenimenti che non avrebbe dovuto verificarsi in quel breve lasso di tempo con cui aveva avuto inizio il nuovo anno.
Innanzitutto non avrebbe dovuto accontentare quel coglione, che poi tanto coglione si era rivelato non essere, guardandosi bene da spalancargli davanti agli occhi una appetitosa via di fuga.
In secondo luogo, il ragazzo avrebbe anche potuto avere meno fortuna e magari tagliarsi o rimanere contuso nel momento in cui aveva sfondato il vetro della finestra, così da risultare facilmente raggiungibile ed immobilizzabile.
Ma purtroppo era filato tutto liscio.
Inoltre, lui avrebbe potuto decidersi a far fuoco prima che raggiungesse il ciglio della strada. E invece aveva premuto il grilletto quando era ormai troppo tardi, avendo erroneamente confidato nella sua capacità di riuscire a placcarlo in pochi istanti.
Infine, la strada dove era stato investito Michele si era rivelata ben più affollata delle previsioni, dato l’orario e soprattutto la data di calendario, rendendogli così impossibile recuperarne il corpo.
Risultato: era stato costretto ad abbandonare il luogo il più rapidamente possibile, prima che arrivassero sul posto volanti della polizia, autoambulanze e mezzi di soccorso vari.
E, soprattutto, prima che qualcuno si accorgesse che sulla schiena del ragazzo era presente un fessura circolare di origine non esattamente naturale.
Perché, a quel punto, qualcuno avrebbe come minimo ispezionato i dintorni alla ricerca di qualche collegamento fra Michele, il luogo in cui si trovava ed il foro di proiettile dislocato vicino al polmone sinistro, vale a dire dove lui aveva mirato e fatto fuoco.
Con la massima accuratezza concessa da una fretta impellente, sgomberò la stanza, caricandone tutto il contenuto, compreso il materasso ed il wc chimico, all’interno del furgone che era stato appositamente mantenuto parcheggiato nel garage sotterraneo proprio per evenienze poco piacevoli come quella appena occorsa.
Cercando di dare il meno possibile nell’occhio, uscì dal vicolo e si immise nella strada, constatando con suo immenso sollievo che sul posto non era ancora sopraggiunto nessuno, all’infuori dei testimoni dell’accaduto e del conducente del fuori strada.
Fortunatamente, nessuno fece caso al furgoncino che, imboccato l’incrocio, si diresse a velocità moderata verso ovest, dove presto scomparve cancellato dalla luce lattiginosa dei lampioni.
Al suo interno, il guidatore reggeva lo sterzo con una sola mano. L’altra era infatti impegnata a comporre un numero telefonico su un cellulare usa e getta con il quale avrebbe dato inizio ad una conversazione che non aveva alcuna intenzione di affrontare.
 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

“sono il dottor Thomas Stern, dell’obitorio: abbiamo a che fare con un omicidio.”

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