La scelta finale – XXIII puntata

Parte III. And Happy New Year.
23.

-quanto manca Tiziano?-
-non molto Fulvio- rispose Feraboldi dopo aver consultato l’orologio- poco più di un’ora. E non abbiamo ancora finito di consumare il nostro pasto freddo! A proposito: ancora una volta ti porgo i miei più vivi complimenti per l’assortimento di formaggi e per la scelta del vino abbinato. Che in effetti non conoscevo proprio- osservò rigirando fra le mani la bottiglia, ormai vuota, sulla cui etichetta spiccava il nome “Cornalino”-da dove proviene?-
-in senso stretto da un’enoteca in cui mi sono imbattuto qualche mese fa durante uno dei miei tour domenicali in bicicletta. Ci sono passato davanti proprio il giorno dell’inaugurazione e, come potrai immaginare, non sono riuscito a resistere alla tentazione di entrare e dare un’occhiata. Ed ecco quindi che ho scoperto questa piccola perla del mantovano dal sentore leggermente speziato. Ovviamente, ho utilizzato le prime tre bottiglie per una serie di accurati test di abbinamento gastronomico, i quali hanno messo in luce la notevole versatilità di questo vino, che certamente non teme di accostarsi a formaggi stagionati a pasta dura-
-concordo pienamente, Fulvio -assentì servendosi di una scaglia, l’ennesima, di Bra- si sposa proprio a meraviglia!-
-per la mezzanotte ho in fresco un grand cru. Approvi?-
-e come non potrei!?-
-bene…-
-mi sembri un po’ strano, Fulvio. Tutto a posto?-
-solo un po’ malinconico. Sarà l’effetto dell’ultimo giorno dell’anno. E di passarlo con un pedante docente universitario, invece che in più stimolanti compagnie…-
-in effetti siamo proprio il ritratto triste di due scapoli prossimi alla terza età- constatò Feraboldi con un mezzo sorriso.
-e poi, non ti nascondo la mia preoccupazione per il caso dell’imbrattatore. Per quanto Tarcisi ed io continuiamo a sforzarci, non ancora è emerso nulla di sufficientemente rilevante. Della Chimilab e delle sue…singolarità ti ho già parlato. Speriamo ne venga fuori una pista concreta-
-sull’argomento non posso che confermarti quanto vi ho raccontato questo pomeriggio. Dalla documentazione che sono riuscito a visionare in questi giorni, relativa soprattutto all’ultimo decennio, risulta evidente una certa tendenza di alcune organizzazioni terroristiche a finanziarsi attraverso attività di facciata di varia natura e con i proventi da esse derivanti. Tuttavia, nel caso della Chimilab, abbiamo a che fare con un’azienda tutto sommato storica…-
-già- concordò il commissario sorbendo un lungo sorso di vino- tuttavia qualcosa continua a non quadrarmi nelle vicende di cui è stata oggetto di recente. Abbiamo fatto qualche approfondimento in proposito ed è risultato che è stata acquistata pagandola quasi una volta e mezzo il suo prezzo di mercato al momento in cui è avvenuta l’acquisizione-
-un fatto decisamente insolito, in effetti- convenne Feraboldi
-con capitali interamente finanziati dal consorzio di aziende coinvolte in prima persona nell’affare-
-vale a dire quelle di cui la Chimilab è diventata fornitrice?-
-precisamente-
-potremmo avere a che fare con qualche attività di riciclaggio?-
-ci avevo pensato, Tiziano: comprare un’azienda e utilizzarla come terminale per ripulire ingenti quantità di denaro, acquistando i prodotti che quella stessa commercia. Un’idea efficace e perfettamente integrata nel processo produttivo che interessa tutte le parti in causa e che chiuderebbe perfettamente il cerchio-
-esattamente ciò che avevo in mente, Fulvio-
-tuttavia abbiamo eseguito, ed abbiamo fatto eseguire dalle autorità locali, accurate verifiche, dalle quali non è emerso alcunché di riconducibile a illeciti di questo tipo o di qualsiasi altra natura. I flussi finanziari intersocietari vengono costantemente regolati tramite pagamenti elettronici emessi da istituti di credito in piena regola, che quindi ottemperano a tutte le procedure di antiriciclaggio previste dalla normativa europea e da quella locale, oppure tramite operazioni contabili interne. Niente che consenta di riciclare alcunché insomma-
-d’accordo: si tratta evidentemente di una pista che non porta a nulla- assentì definitivamente Feraboldi-quali sono e dove si trovano le aziende che hanno imbastito questa operazione di acquisto?-
-sono tre aziende operanti nel settore chimico, ovviamente. Due si trovano in Germania, una in Olanda. Producono principalmente Gas tecnici ad uso industriale-
-fin qui tutto chiaro, sebbene non abbia esattamente un’idea precisa di cosa sia un gas industriale. A chi appartengono le tre aziende?-
-neppure io, Tiziano, sono competente in materia. So solo che vengono utilizzati principalmente nei settori metallurgico, chimico e farmaceutico, i quali sovente richiedono metodi produttivi ad alto rendimento tecnologico. Venendo agli assetti proprietari invece, si tratta in tutti e tre i casi di aziende padronali, facenti riferimento a singole famiglie-
-stiamo parlando di dinastie familiari, Fulvio?-
-non esattamente. Anzi direi proprio l’opposto- rispose il commissario- tutte e tre le realtà sono di costituzione piuttosto recente: fra i due e i quattro anni-
-Uhmmmm… è emerso qualcosa di significativo su queste tre famiglie?-
-al momento no, ma gli accertamenti sono ancora in corso, dal momento che le richieste da parte nostra sono di fatto appena partite. Sembrerebbe trattarsi di tre imprenditori relativamente giovani, due hanno 45 anni il terzo va per i 48, che hanno creato da zero la loro attività-
-non c’è niente che li accomuni in qualche modo?-
-me lo sono domandato anche io. Per ora non risulta nulla, ma è troppo presto per pronunciare alcunché di definitivo, trattandosi di un aspetto che andrà sicuramente approfondito in modo accurato. Giusto per non lasciare nulla di inesplorato-
-ok. Direi che a questo punto possiamo archiviare il lavoro, il tuo lavoro per la precisione, ed aspettare pazientemente che il nuovo anno bussi alla porta. Hai qualche suggerimento musicale da proporre per ingannare l’attesa?-
-e se provassimo a esplorare i primi anni ’80? Mi hanno sempre affascinato i periodi di transizione-
-approvato, Fulvio! Di quanti reperti dell’epoca disponi?-
-un buon numero. Scegli tu da quale cominciare-

-come è potuto succedere, grandissimo stronzo!- il caotico vociare in sottofondo si interruppe immediatamente, non appena l’uomo ebbe sbraitato la frase nel cellulare-
-è successo e basta- rispose l’interrogato, utilizzando il mero dato fattuale come strumento di auto assoluzione
-se provi anche solo un’altra volta a darmi una risposta come questa, provvedo io stesso a scuoiarti lembo per lembo-
-d’accordo. Cosa vuoi sapere esattamente?-
-tutto! Per filo e per segno, così che possa capire quanti denti farti saltare e se sia necessario aggiungere anche qualche dito. Quindi, coglione, riferisci come si deve-
Il furgone viaggiava ora a velocità piuttosto sostenuta, essendosi lasciato alle spalle l’area urbana. L’uomo stava percorrendo una strada secondaria, ampia e ben tenuta, che lo avrebbe condotto presso un’area isolata, dove avrebbe trovato un piccolo magazzino, sostanzialmente vuoto fatta eccezione per qualche attrezzo e, soprattutto, per una grande cella frigorifera. Un luogo sinistro, dove gli era stato intimato di recarsi e da cui non era del tutto certo di fare ritorno.
-mi sono fatto fregare. Ecco tutto- stabilì che era inutile provare a mentire. Gliela avrebbero fatta pagare comunque. Quindi, tanto valeva…
-l’eventualità non era decisamente prevista. Pensavo fossi più in gamba. Continua-
-te la faccio breve: mi ha chiesto di poter guardare fuori dalla finestra, dal momento che era appena scoccata la mezzanotte e si sentivano botti dappertutto. Io ho commesso la cazzata di accontentarlo e, come ho scostato la tenda, il ragazzo si è letteralmente lanciato attraverso il vetro, ha raggiunto il vicolo e ha iniziato a correre di brutto, nonostante la neve. Ho tentato di raggiungerlo ma non ci sono riuscito. Sono quindi stato costretto a fare fuoco, secondo quanto avevamo stabilito in casi come questo-
-e come cazzo è che non hai recuperato il corpo?-
-perché il ragazzo ha comunque raggiunto la strada ed è stato investito. Si sono fermate un casino di macchine- esagerò un po’ il dato per risultare ancora più convincente- e non potevo quindi fare più nulla. Allora ho sgomberato tutto, mi sono messo in strada e ti ho chiamato. Non c’è altro. Mi spiace. Davvero-
-aspetta a dirlo. Tra poco proverai il vero dispiacere. E ti assicuro che non sarà di natura sentimentale, come quello che declami, nella speranza di suscitare la mia clemenza-
Ne era invece perfettamente consapevole.

E sapeva di non avere altra scelta che pagare, auspicandosi che non gli sarebbe costato troppo caro.
-tra quanto sarai lì?-
-non più di un quarto d’ora-
-bene. Aspettami e non provare a fare il furbo. Io ne avrò per un po’, dal momento che devo rimediare al casino che hai combinato. Per fortuna che abbiamo tolto a quel cazzone il passaporto. Così, almeno, occorrerà un po’ di tempo prima che riescano ad identificarlo-

Thomas Stern aveva iniziato il suo turno alle 8 in punto del primo giorno del 2014. L’aver timbrato il suo badge elettronico, in perfetto orario costituiva un fatto encomiabile, da ascrivere al suo senso della puntualità ed al rapporto fecondo che questa innata inclinazione aveva instaurato con il rigido regolamento vigente nell’ospedale.
Poco centravano invece le necessità dei suoi pazienti, che in realtà di patire avevano sicuramente terminato una volta per tutte e che di fretta non ne avevano alcuna.
Alloggiati in perfetto ordine, ognuno nella sua postazione, giacevano in file e colonne regolari di cassettoni pronti ad aprirsi con una corsa lunga e silenziosa, ogniqualvolta veniva dischiuso il portello di metallo che li sigillava.
Accompagnato dal sommesso ronzio prodotto dalle celle frigorifere, il dottor Stern passò rapidamente in rassegna il plotone inanimato, per verificare l’arrivo di nuovi ospiti.
Doveva essere stata una nottata relativamente tranquilla quella appena trascorsa, poiché i cadaveri prevenuti erano solamente tre.
Due anziani, un uomo ed una donna, ed un giovane ragazzo.
Cominciò da quest’ultimo, ritenendo che una dipartita prematura, rispetto alle normali attese di vita meritasse una sorta di priorità e precedenza nel cercare di accertarne le cause.
Ed in effetti, di esistenza, Michele Paredri (stabilì, in base alle sue risicate nozioni in materia, che dovesse trattarsi di un nome ed un cognome italiano, come ebbe modo di sincerarsi) ne aveva vista e vissuta ben poco, essendo brutalmente passato a miglior vita a soli 23 anni e mezzo. Così, almeno, si poteva facilmente dedurre dalla patente della vittima, ritrovata in una delle tasche dei pantaloni indossati al momento del decesso. Era nato il 14 maggio 1990, a Milano. Città collocata nel nord dell’Italia, constatò Stern dopo aver cercato il nominativo su internet.
Annotò mentalmente di verificare, una volta terminata l’autopsia, se quei dati erano stati regolarmente trasmessi al corpo di polizia, così da concordare con questa le modalità di comunicazione ai parenti del defunto. Sempre che ce ne fossero e che si riuscisse ad individuarli.
Terminato di leggere il rapporto preliminare, stilato dal personale paramedico che aveva trasportato il corpo, lo estrasse dal suo alloggiamento e, coadiuvato da un inserviente, lo depose sul tavolo autoptico.
Procedette innanzitutto a rimuovere con cura gli abiti del ragazzo, che, per quanto irrigiditi dalla permanenza nella cella frigorifera, risultavano particolarmente sporchi, così come buona parte del corpo.
Eppure, una volta ripulitolo, fu certo che non doveva trattarsi di un giovane clochard perché, ad un occhio allenato come il suo, parve fin da subito evidente che le condizioni generali dell’epidermide, così come lo stato ed il tipo di usura delle unghie e dei denti, non corrispondevano a quelli di un individuo logorato da una vita senza un tetto sulla testa. Inoltre, con tutta la neve ed il gelo di quegli ultimi giorni, anche un breve periodo trascorso senza un riparo avrebbe impresso segni di ben altro tenore.
Non c’era dubbio: quel giovane ragazzo era morto su una strada, sotto le ruote di un fuoristrada, come recitava il rapporto, ma non proveniva dalla strada. Ci si era trovato, sporco e trasandato, per qualche motivo contingente.
Quale questo dovesse mai essere, lo scoprì non appena ebbe rivoltato in posizione prona il corpo, sulla cui schiena appariva con ogni evidenza il foro di una pallottola, la cui punta il dottore estrasse con un apposito paio di pinze.
Un proiettile sparato alle spalle e la testa fracassata dal paraurti di un’autovettura, che lo aveva travolto quando (così recitava la testimonianza raccolta dal conducente) era rotolato in mezzo alla strada. Due elementi la cui combinazione forniva una sola ed univoca spiegazione: Michele Paredri stava fuggendo da qualcuno il quale, per fermarlo, aveva fatto fuoco, facendolo cadere in avanti.
Quando, circa una mezz’ora dopo, ebbe terminato l’autopsia, contattò l’ufficio di polizia a cui l’ospedale faceva riferimento per casi come quello.
All’ufficiale a cui venne inoltrata la chiamata ripeté quando aveva appena detto all’agente che gli aveva risposto:
-sono il dottor Thomas Stern, dell’obitorio. Abbiamo a che fare con un omicidio.

 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Le indagini americane sulla morte di Michele Paredri.

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