La scelta finale – XXIV puntata

Parte III. And Happy New Year.
24.

-buongiorno Tarcisi-
Bezzi era arrivato in commissariato alle nove in punto. Il due di gennaio si presentava come un giorno di freddo così intenso che gli stessi raggi del sole, splendente fin dall’alba dentro un cielo turchese, sembravano disperdersi nell’aria tersa e graffiante come un foglio di carta vetrata. Insolitamente per una città come Milano, di certo abituata ai rigori invernali ma entro la soglia di accettabilità attesa in un fitto tessuto urbano, il termometro segnava in quel momento dieci gradi sotto lo zero.
Il fiato si congelava in uno sbuffo di vapore grave e lento ad ogni moto del respiro, generando un flusso formicolante e quasi doloroso, che scendeva lungo trachea e nei polmoni con una consistenza quasi solida.
Il commissario aveva percorso con passo lento e cauto la breve distanza che lo separava dal suo ufficio, attento a non scivolare rovinosamente sulla crosta di ghiaccio rappresasi sui marciapiedi: una superficie sottile ed infida, lungo la quale apparivano numerose crepe pronte a sfaldare, una volta che la temperatura fosse risalita verso rigori più miti, quell’agglomerato, duro e fragile ad un tempo, in un pantano inconsistente, sporco, e privo di struttura.
Con un senso di tristezza continuo e discreto come il ronzio indistinto di una radio mal sintonizzata, immaginò piccoli frammenti scomposti di ghiaccio galleggiare sopra l’acqua marrone e torbida, in attesa anch’essi di sciogliersi e scomparire nelle fessure di scolo e dentro i tombini.
Aveva quasi il fiato corto quando raggiunse il commissariato, teso nello sforzo di non perdere irrimediabilmente l’equilibrio. Quando ebbe superato anche l’ultimo dei pochi gradini che conducevano alla porta di ingresso, notando che erano stati puliti e sgomberati a dovere dal ghiaccio, si concesse alcuni istanti di pausa, fino a quando il suo respiro non riprese a fluire con la dovuta regolarità.
Solo a quel punto attraversò con fare flemmatico il corridoio di ingresso e si diresse nella stanza occupata dalla collaboratrice.
-Buongiorno commissario. Noto dallo stato dei suoi pantaloni, perfettamente asciutti, che è riuscito raggiungere l’ufficio senza cadere neppure una volta. Le porgo i miei più vivi complimenti: io non sono stata altrettanto abile, come porterebbe senza dubbio dimostrare il livido che si sta espandendo sulla mia natica sinistra- cambiò posizione sulla seggiola come a sottolineare la dolorosità dell’incidente- e che rende particolarmente fastidioso il mio stato di coatta permanenza presso questa scrivania-
-spero almeno ne stia valendo la pena…-
-è ancora presto per dirlo, commissario, ma ho nuovamente contattato i nostri colleghi olandesi e tedeschi, richiedendo di fornirci ulteriori informazioni. Pare faccia un gran freddo anche dalle loro parti. Ben più dei nostri, tutto sommato tollerabili, meno 10…-
-e a parte questi costruttivi confronti sui rigori stagionali, è emerso qualcosa di interessante?-
-forse sì. Sembra ci sia un ulteriore collegamento fra i tre proprietari delle aziende, oltre a quello che li vincola all’acquisto della Chimilab-
-quale sarebbe?-
-gli accertamenti sono ancora in corso, ma è assodato che tutti e tre abbiano ricevuto un supporto economico piuttosto cospicuo nel momento in cui hanno avviato la loro attività-
-fette di capitale?-
-non esattamente. Nel senso che il capitale sociale versato risulta interamente a carico dei rispettivi fondatori, vale a dire dei nostri tre imprenditori. Tuttavia, subito dopo, in un certo senso, cioè quando si è trattato realizzare gli impianti produttivi e le relative strutture, hanno incamerato una somma notevole, regolarmente registrata a bilancio-
-curioso e singolare-
-decisamente. Soprattutto se aggiungiamo che l’ente erogante, il medesimo per tutte e tre e, ovviamente, privato, è poi scomparso nel nulla poco tempo dopo-
-anche perché, se non ricordo male, le aziende sono sorte a breve distanza l’una dall’altra-
-infatti-
-nulla di irregolare comunque, mi sembra di capire-
-no, ma di molto di singolare, nonché di poco chiaro-
-di che ente si trattava?-
-di un trust auto dichiarato, di cui però non si riesce per il momento ad identificare e rintracciare il grantor, cioè il disponente, né il trustee, cioè l’amministratore, coincidenti in questo caso nella stessa posizione giuridica-
-spiegati meglio Tarcisi. Lo sai che i miei studi universitari sono stati ben differenti dai tuoi-
-un trust, commissario-attaccò l’agente con tono paziente- è sostanzialmente uno strumento giuridico tramite il quale il disponente stabilisce che alcuni beni, mobili o immobili, vengano gestiti per uno specifico scopo, nell’interesse di uno o più beneficiari. Ogni trust prevede generalmente la designazione di un amministratore, a cui vengono intestati i beni e che ha il compito di garantire che vengano gestiti secondo le regole fissate dal disponente. Nei trust auto dichiarati disponente ed amministratore coincidono nello stesso soggetto-
-va da sé, immagino, che i beneficiari siano da individuare nei nostri tre imprenditori-
-esattamente-
-e dunque si sono magicamente perse le tracce di chi ha creato e gestito il trust…-
-è appunto questo il problema: il soggetto in questione risulta essere un certo Steve Cherish di cui non si ha alcuna notizia e che sembra appunto essere scomparso nel nulla-
-chi era, direi a questo punto, Steve Cherish?-
-sappiamo ancora pochissimo di lui: sostanzialmente la data di nascita, il 10 ottobre 1960, ed il luogo, Chicago-
-un po’ poco…-
-decisamente. Speriamo di poter presto disporre di nuovi aggiornamenti-

Era occorso un po’ di tempo, e qualche sforzo, per ricondurre l’identità del ragazzo al suo contesto di appartenenza. L’agente a cui toccò in sorte la pratica, corrispondente al nome di Mary Starnel, era una donna oltre la quarantina e con una prossimità quasi intima ad uno stato di obesità conclamata, a tal punto che l’elastico dei suoi sconfinati slip affondava nella flaccida superficie della carne, accidentando la topografia dei fianchi con una specie di gola stretta e claustrofobica, ben visibile nonostante i pantaloni di tessuto spesso e scuro. La corpulenta poliziotta dovette innanzitutto contattare il consolato italiano e farsi passare, impresa non semplice la mattina presto del secondo giorno dell’anno, il funzionario competente per quel genere di affari.
La voce che si materializzò dall’altro capo della linea suonava infatti impastata di sonno ed irritazione, pur mantenendo uno stile di comunicazione impeccabile nei contenuti. Evidentemente i festeggiamenti presso la spettabile istituzione dovevano essersi ripetuti anche la sera successiva a quella di capodanno.
-buon giorno, agente…-
-Starnel-
-Starnel. Innanzitutto mi permetta di augurarle un felice anno nuovo-
-la ringrazio, signor?-
-Strambi. Luigi Strambi-
-e ricambio l’augurio-
-come posso esserle utile?-
-non le ha anticipato nulla il suo collaboratore?- domandò facendo riferimento alla persona che aveva risposto al telefono.
-a dire il vero no. Si è limitato ad inoltrare la chiamata al mio interno, anticipandomi che si tratta di un bel…casino, termine che ovviamente riporto negandone ogni possibile paternità-
-non poteva scegliere parola più adatta il suo collaboratore. Purtroppo-
-qualcosa di grave, immagino-
-un omicidio, signor Strambi- cercò di pronunciare correttamente il cognome, che si era diligentemente appuntata su un taccuino nel momento in cui il suo interlocutore lo aveva declamato- e la vittima…-
-ho già inteso. Si tratta di un italiano-
-ovviamente. Un ragazzo. Giovane. Di ventitre anni, per la precisione. Corrispondente al nome di Michele Paredri, come si evince dalla patente che abbiamo trovato tra i suoi effetti-
Si udì il ticchettio di una tastiera profondersi in sottofondo non appena ebbe declinato le generalità della vittima.
-ci risulta fosse regolarmente in possesso di un visto per non immigranti e di una lettera di accompagnamento del potenziale datore di lavoro-
-confermo. Abbiamo eseguito i nostri accertamenti. Lavorava come commesso presso una piccola rivendita di musica-
-come è avvenuto il decesso, se così possiamo chiamarlo?-
-le circostanze sono ancora tutte da chiarire. Sappiamo solo che gli hanno sparato e che, in conseguenza di ciò, è finito in mezzo ad una strada- ne citò il nome esatto- dove è stato travolto da un’autovettura in transito in quel momento-
-è compito nostro avvisare i familiari- constatò amaramente il funzionario
-precisamente. Mi permetta di aggiungere che non la invidio per nulla, signor Strambi-
-mi stupirei del contrario. Siamo già autorizzati a procedere, o le indagini richiedono di attendere qualche tempo?- domandò non riuscendo a nascondere un filo di speranza.
-potete procedere. Noi, come le dicevo, siamo ancora in alto mare-
-d’accordo, agente. Avvio la pratica. Le auguro una buona giornata-
Non appena la comunicazione venne interrotta, Mary Starnel si recò nel locale ristoro, dove si servì una abbondante tazza di caffè bollente che portò alla sua scrivania.
Sul piano di lavoro la attendeva un incartamento ancora piuttosto esiguo, contenente il materiale fotografico relativo a Michele Paredri ed il rapporto stilato dagli agenti che erano intervenuti sul luogo dell’incidente/delitto.
Sorseggiando lentamente la bevanda amara, non zuccherava mai il caffè per quanto fosse una fanatica compulsiva di dolci, sfogliò accuratamente la documentazione, concentrandosi su ogni dettaglio.
Dopo circa mezz’ora, terminata la fase di studio preliminare, si sentì finalmente pronta: non le restava che mettersi in macchina e raggiungere il posto in cui era occorso l’evento.

Individuare quale fosse l’edificio giusto fu di gran lunga la cosa più semplice. Fra gli sporadici e cadenti palazzi che si affacciavano sul vicolo, freddo e buio anche nelle prime ore della giornata, solo uno presentava una finestra priva di vetrata e ridotta al solo telaio scheggiato. Finestra che era posta all’altezza del primo piano, invero più un ammezzato, ed affacciata su una scala antincendio. Purtroppo non era stato possibile recuperare alcun frammento di vetro dallo spiazzo antistante, dal momento che dovevano essere stati tutti rimossi con cura.
Tuttavia, come recitava il rapporto stilato dal medico legale, ne era stato rinvenuto qualcuno sugli abiti e sulle mani della vittima, elemento che aveva permesso a Mary Starnel di mettere facilmente in relazione il tentativo di fuga (perché di quello doveva necessariamente trattarsi) di Michele Paredri con l’attraversamento traumatico della finestra effettuato dal medesimo.
Che, normalmente, colui che fugge lo faccia perché detenuto in un luogo contro la sua volontà, fu una conclusione logica alla quale la mente dell’agente pervenne con la massima facilità. Così come al fatto che avergli conficcato una pallottola nella schiena stava a manifestare, con la più evidente chiarezza, lo scarso gradimento del suo carceriere verso la scelta operata dal ragazzo.
Le certezze terminavano purtroppo in quel punto, lasciando per il momento inevase una serie di domande cruciali, fra cui la più fondamentale risultava essere
“per quale motivo Michele Paredri era stato rapito?”
E, a seguire:
“da chi?”
“da quanto tempo?”
Senza nutrire eccessive speranze ed illusioni, salì la scala metallica, attraversò la finestra ed entrò nel vano immerso nella semi oscurità.
Nonostante l’ombra densa e fitta, l’ambiente le parve piuttosto vasto. Muovendosi quasi a tentoni lungo le pareti, riuscì infine a trovare un interruttore che premette con decisione. Fortunatamente, dopo alcuni istanti di tremore incerto, la lunga fila di lampade al neon collocate sul soffitto prese ad accendersi.
Le sue supposizioni trovarono piena conferma: davanti ai suoi occhi si apriva un’area ampia ed indivisa, completamente vuota di qualsiasi mobilio.
Una specie di gabbia di grandi dimensioni, che iniziò a perlustrare con accurata metodicità alla ricerca di qualche traccia anche minima.
Purtroppo la ricognizione non restituì alcuna suppellettile o oggetto, essendo l’unica eccezione costituita dalla polvere, presente in abbondanza, anche se non uniformemente, su tutte le superfici.
L’aria gelida, che continuava ininterrottamente a riversarsi dalla finestra sfondata, rendeva il luogo freddo ed inospitale, aumentandone l’impressione di sinistro squallore.
Mossa da un senso di disagio, l’agente si avviò verso la porta che conduceva all’esterno, affacciandosi su un pianerottolo piuttosto cadente dove gli scalini sbrecciati salivano e scendevano lungo muri sporchi e scrostati qua e là.
Sopra il primo piano se ne trovavano altri due, ridotti in stato di completo abbandono, sui cui pianerottoli si aprivano, uno per ogni piano, squallidi stanzoni bui ed incrostati di sporcizia vecchia e stantia.
Fece ricorso alla torcia presente nel suo equipaggiamento per esplorarli con la maggior cura possibile, poiché non erano neppure dotati di illuminazione.
Come si era aspettata, non emerse alcunché.
D’altro canto l’area era già stata ispezionata dai colleghi il giorno precedente con risultati altrettanto risicati.
Non rimaneva che dare un’occhiata al piano interrato, al quale si accedeva da una piccola porta metallica infestata da chiazze di ruggine.
Un vago odore di gas di scarico aleggiava ancora nell’aria, ormai stemperato da quello di chiuso.
Fortunatamente, anche questo ambiente disponeva di illuminazione, per quanto fioca e debole, cosa che rese più semplice la ricognizione dell’agente.
C’erano alcune tracce di pneumatici sul pavimento: due sottili binari di fango rappreso e secco che dal centro del vano si dirigevano verso l’uscita. Nel rapporto, che aveva letto poco prima, erano stati identificati come appartenenti ad un furgoncino di tipo commerciale, tipologia di veicolo fra le più diffuse ed anonime tra quelle in circolazione.
Consapevole che non avrebbe ricavato altro da quell’esame, tornò alla sua vettura e mise in moto, diretta alla centrale.
Non appena arrivata in ufficio si sarebbe attaccata al PC e avrebbe interrogato tutti i database disponibili, finché non avesse scoperto a chi era intestato quell’edificio o chi ne corrispondesse l’affitto.
Era l’unico punto da cui si poteva cominciare.

Erano le quattro del pomeriggio in punto. Marcello Paredri era alle prese con una pratica piuttosto lunga e noiosa, nonché fastidiosamente urgente: entro le cinque aveva infatti promesso al suo cliente, un’importante azienda alimentare ubicata vicino a Varese, un report dettagliato su quella sfortunata ricerca che, per il momento, non aveva neanche lontanamente prodotto i risultati sperati. Né tantomeno quelli promessi. Per non menzionare quelli concordati. La posizione non era certo delle più semplici, dal momento che si trattava di trovare qualcuno sufficientemente imbecille da accettare l’incarico di CFO di un’impresa con almeno gli ultimi tre bilanci in condizioni catastrofiche e con un livello di indebitamento finanziario ormai sempre più prossimo alla sofferenza conclamata. Certo alcuni fondamentali, se opportunamente edulcorati e presentati secondo il punto di vista più adatto, potevano anche dare l’impressione di essere buoni. A cominciare dalla produzione che, effettivamente, non aveva conosciuto una flessione troppo significativa negli ultimi cinque semestri, dato che valeva un po’ per tutte le linee di prodotto, sostanzialmente riconducibili a beni alimentari di nicchia e destinati a tasche mediamente facoltose. La clientela era infatti, per la stragrande maggioranza, costituita da consumatori residenti all’estero e desiderosi di poter disporre di un unico distributore, preciso ed affidabile, di una serie di leccornie Made in Italy.
Già, perché proprio questo faceva la ditta Fine Italian Taste. Di suo, beninteso, non produceva un bel nulla, ma distribuiva, con marchi propri, vini, formaggi, sughi e salse realizzati su commissione da produttori locali rigorosamente certificati, rendendo così felici o, nel migliore dei casi, gioiosamente estatici, i palati di benestanti famiglie sparse per l’Europa, gli Stati Uniti, il Sud America e l’Asia.
Se, tuttavia, i volumi non erano significativamente calati, non altrettanto si poteva affermare dei ricavi e, ancor meno, dei guadagni, vero buco nero della Fine Italian Taste.
Il fattore di natura matematica sottostante a quella notevole erosione dei fatturati, andava senza dubbio individuato nella contrazione che i prezzi dei prodotti distribuiti avevano dovuto sopportare negli ultimi trentasei  mesi.
Quale poi fosse la causa di quella drammatica sparizione di cifre nei flussi mensili e, inevitabilmente, nei bilanci annuali, lo si poteva agevolmente intuire ricorrendo al termine “concorrenza”.
Non tanto quella propriamente detta, vale a dire quella domestica, quanto quella, piuttosto poco corretta a livello etico e di rispetto delle normative comunitarie ed extracomunitarie, ma tutto sommato ben tollerata se non incoraggiata, delle imitazioni locali.
Forme di Parmigiano prodotte in California, vigneti di Chianti coltivati in Australia e via dicendo.
Vere e proprie entità aliene (nonché alloctone), che avevano gradualmente conquistato il mercato, combinando un livello tutto sommato accettabile di contraffazione gastronomica con un posizionamento di prezzo davvero attraente, se non irresistibile, anche per le tasche più tintinnanti e per i palati più esigenti, al netto dell’apprezzabile, ma commercialmente quasi inutile, zoccolo duro dei puristi.
Risultato finale: la Fine Italian Taste si era vista costretta a vendere la stessa merce ad un prezzo sensibilmente più basso per potersi garantire una continuità almeno sostenibile sul mercato, dovendo però mantenere del tutto, o quasi, inalterati, i volumi di spese di approvvigionamento e produzione della medesima.
Non essendo poi stata in grado di differenziare o innovare le sue linee di prodotto verso filiere di maggiore marginalità, si era trovata nella necessità di incrementare progressivamente la leva finanziaria, ricorrendo a quasi tutti i maggiori istituti di credito disponibili, i quali avevano supportato piani di rilancio, inizialmente, e piani di rientro, non molto tempo dopo, regolarmente disattesi.
Ecco perché si era ora reso necessario trovare un nuovo CFO (quello precedentemente in carica era stato lasciato a casa senza troppe cerimonie a metà del mese di dicembre, proprio in concomitanza con la pubblicazione dell’ennesimo preoccupante bilancio), che riuscisse in qualche modo, a sua scelta come, ad accedere a nuove operazioni di finanziamento, evitando al contempo, per quanto possibile data la situazione, che organismi esterni entrassero a far parte del capitale sociale dell’azienda.
Tutto questo riconduceva alla situazione di empasse in cui Paredri si trovava in quel momento, quando, a quasi tre settimane dall’inizio del mandato, non era ancora riuscito a trovare nessun candidato veramente interessato a ricoprire la posizione. Persino i non pochi professionisti in cerca di nuova occupazione, tipologia di cui abbondava il mercato del lavoro in quel periodo, avevano preferito rimanere in una condizione di vacanza di impiego (grazie anche, e soprattutto, ai rilevanti pacchetti di uscita che avevano percepito al momento del licenziamento, o comunque lo si volesse chiamare), piuttosto che correre il rischio di macchiare il loro curriculum con un’esperienza palesemente poco giustificabile all’interno di un percorso professionale con il giusto pedigree.
Per quanto i dati del report fossero già stati grossolanamente assemblati dalla sua assistente (un lavoro di media caratura, senza infamia e senza gloria. La volta successiva, se ce ne fosse stata l’occasione, avrebbe affidato il compito alla signorina Marta), occorreva in ogni caso la sua supervisione e la sua capacità di impacchettare le informazioni affinché queste potessero risultare digeribili ed accettabili al suo committente, da identificare, niente di meno, che con il proprietario della affannata azienda.
Un lavoro noioso, ripetitivo e sterile, dopo tutti quegli anni di mestiere, il quale presentava tuttavia l’innegabile pregio di distogliere la sua mente dal pensiero doloroso di suo figlio e dalla tragica incertezza che aleggiava attorno al suo destino.
La sola immagine di Michele rinchiuso in qualche stanza buia, sotto una costante minaccia di morte, gli suscitò un impeto di angoscia violento e cieco, che scacciò ricorrendo a tutta la forza del suo pensiero.
Da lì ai prossimi sessanta minuti non poteva infatti concedersi la minima distrazione, o avrebbero perso il mandato assieme alla notevole parcella che vi era associata.
Quando dunque il suo cellulare prese a suonare, vibrando al contempo a ritmo frenetico nella tasca della sua giacca, lo estrasse, ben deciso a rispondere solo se avesse effettivamente giudicato indispensabile farlo.
Scelta che dipendeva, in buona sostanza, dal numero e quindi dall’identità del chiamante.
Quello che apparve sul display gli risultò affatto sconosciuto.
Ciononostante, premette senza esitare il pulsante di risposta: la chiamata proveniva dagli Stati Uniti.

Il prefisso era quello di New York.
 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Qui è il consolato americano: parlo con Marcello Paredri?
Tracisi aggiunge un importante tassello alle indagini di Bezzi.

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