La scelta finale – XXV puntata

Parte III. And Happy New Year.
25.

Dovette ripetere due volte il messaggio per essere certo che il suo interlocutore lo avesse adeguatamente compreso.
E in effetti la conversazione si era rivelata difficoltosa fin dalle prime battute.
L’uomo all’altro capo del telefono, nonché nell’altra metà del mondo, sembrava sorpreso che a chiamarlo da New York fosse un funzionario del consolato. Evidentemente si aspettava una controparte del tutto differente, dal momento che aveva esordito nella conversazione con un

-pronto?-

incerto e come sospeso nell’indeterminatezza della situazione.
-Sono Luigi Strambi e chiamo dal consolato italiano-si era presentato- parlo con il signor Marcello Paredri?- aveva  poi domandato mantenendo un tono ed un approccio il più possibile distaccati e professionali.
-sì, sono io- la conferma era stata espressa con voce flebile e disorientata, quasi in preda ai postumi di uno stordimento.
-dove si trova in questo momento, signor Paredri?- voleva sincerarsi che ci fosse una quantità sufficiente di silenzio prima di procedere con la comunicazione che gli sarebbe toccato fare.
-sono nel mio ufficio…-
“Perché non mi domanda il motivo di questa chiamata???”si chiese spazientito il funzionario, pensando che forse il genitore della vittima non dovesse essere del tutto in regola con la testa.
-se non si è ancora seduto, le consiglio di farlo: purtroppo non ho buone notizie da riportarle-
-vada pure avanti, signor Strambi. Sono seduto. Lo sono da un bel pezzo- adesso la voce suonava ferma e consapevole, ma pur sempre remota, come se provenisse da un’immagine riflessa da uno specchio posto in fondo ad una stanza oblunga- si tratta di Michele, vero?-
-in effetti è così: si tratta di suo figlio-
-mi dica subito se è vivo-
-purtroppo no. È deceduto la notte di capodanno-
-mi racconti cosa è accaduto allora- gli intimò colmo di quella che a Strambi sembrò rassegnazione.
Cercò di farlo nel modo migliore possibile: non omettendo l’essenziale e tralasciando, per il momento almeno, tutto il resto.
-la salma verrà spedita quanto prima in Italia. Se desidera le possiamo organizzare un volo oggi stesso per raggiungere Michele- così aveva chiamato le spoglie del giovane ragazzo, come trascurando il fatto che si trattasse di un cadavere.
-la ringrazio ma non sarà necessaria la mia presenza. So benissimo cosa devo fare ora, ed è piuttosto urgente. Grazie per avermi chiamato-
La conversazione venne interrotta bruscamente dal padre della vittima. Nelle ultime due frasi che aveva pronunciato, la sua voce era risuonata determinata da una fermezza ed da una risolutezza quasi pragmatica.
“Decisamente non ci deve essere del tutto con la testa” stabilì Strambi.

Le cose non stavano andando per il verso giusto. Proprio per nulla. Un’operazione che avrebbe dovuto filare liscia e senza intoppi, si stava sempre più invischiando nella ragnatela nella quale aveva avuto la sfortuna di rimanere impigliata.
Eppure tutto era stato studiato con la massima attenzione e cura per i dettagli affinché “l’atto”, come era stato denominato, potesse essere portato a compimento evitando qualsiasi interferenza.
E non si sarebbe trattato certo di un evento da poco. Anzi, con i giusti auspici, sarebbe stato l’inizio di una nuova era. Il primo atto fondativo di un nuovo ordine, probabilmente mondiale.
E certamente non si poteva negare la genialità dell’idea di mascherare comunicazioni così importanti e cruciali, come quelle che erano state scambiate, dietro il paravento apparentemente innocuo delle opere di un giovane cretino con ambizioni da artista metropolitano.
Tutto era cominciato al meglio, ed al meglio avrebbe dovuto concludersi nello spazio di poco più di un mese.
Ma, purtroppo, si era manifestato l’elemento imprevisto, e di quelli della peggior specie per giunta: un commissario con un cervello spiacevolmente sveglio che aveva iniziato ad indagare troppo attivamente su un fatto che aveva tutte le caratteristiche per apparire del tutto insignificante o, quantomeno, assolutamente marginale.
E lì si era materializzato quasi subito il primo intoppo: era stato necessario fare fuori il ragazzo. Certo non una gran perdita per il genere umano, quanto una bella grana da smaltire, notevolmente complicata dal fatto che il cadavere, contro ogni aspettativa, era stato ritrovato praticamente subito, innalzando al massimo il livello di allarme da parte delle forze dell’ordine. Evidentemente qualcuno doveva averli visti mentre lo seppellivano nel mezzo del campo gelato e pieno di neve.
Fatto sta che il meccanismo della giustizia aveva preso a ruotare ad un regime elevato, rischiando sempre più di compromettere la buona riuscita dell’operazione.
Ma, purtroppo, non era tutto. Anzi, rischiava di esserci ben di peggio, dal momento che l’occhio del commissario (gliene era stato riferito il nome, che aveva provveduto ad annotare e conservare con cura nel caso fosse stato necessario operare qualche “intervento deciso”. Opzione da escludere in quel momento per via dell’attenzione che avrebbe suscitato) aveva avuto la malaugurata idea di posarsi sulla Chimilab, andando così a rendere ancora più fitta e potenzialmente letale la ragnatela che aveva preso a tessere.
Il giorno stesso in cui si erano recati in visita all’azienda, Karl Otto si era precipitato a chiamarlo e ad aggiornarlo di quel grave imprevisto e delle conseguenze nefaste che avrebbe potuto avere. Per il momento la situazione sembrava essere sotto controllo, anche perché i dati che avevano dovuto produrre al commissario ed alla sua collaboratrice non erano di per sé indicativi o compromettenti, tuttavia…
E le complicazioni non erano ancora finite! Ne erano appena sorte delle altre che ingarbugliavano ancora di più la faccenda e le sue già complesse diramazioni.
Proprio di questo avrebbe dovuto discutere al telefono di lì a pochi minuti.
Bisognava decidere cosa sarebbe stato meglio fare.
E bisognava farlo in fretta, affinché tanto lavoro e tante attese non andassero sprecati.

-commissario, abbiamo qualcosa!- l’eccitazione era tangibile nella voce di Tarcisi
-a proposito del nostro generatore di Trust-
-esattamente-
-a giudicare dal fremito delle tue corde vocali, deve trattarsi di informazioni interessanti-
-decisamente, commissario-
-permettimi allora di offrirti un drink come si deve. Ti aiuterà sicuramente a spiegarmi tutto nel migliore dei modi- si erano dati appuntamento in un locale non lontano dal commissariato, dalle parti di piazzale Baracca. Un posto senza particolari pretese architettoniche e di design, ma la cui ampia vetrata si apriva su un bello scorcio di viale di Porta Vercellina, in quel momento attraversato da un flusso di macchine incessante e pigro, immerso nei vapori raffreddati del proprio smog. Sbuffi stentati di fumo asfittico sospeso a pochi centimetri dell’asfalto, prima di scomparire, mefitico, nel guscio della notte precoce.
Ma non era ovviamente per le qualità panoramiche e di arredamento che Bezzi gradiva particolarmente quel locale, quanto per le virtù del barman, in grado di confezionare cocktail praticamente impeccabili da abbinare ad un buffet di aperitivi preparati ad arte, di cui una mirabile antologia occupava in quel momento il centro del piccolo tavolino rotondo al quale si erano accomodati.
Era stata Tarcisi a sceglierlo, individuandone uno sufficientemente defilato nella parte più interna dell’unico ambiente del locale: una piccola area sopraelevata da tre bassi gradini ed illuminata da luci piuttosto soffuse.
-d’accordo, commissario. Purché sia sufficientemente alcolico. L’idea di affrontare il freddo che ci attende, infido, fuori di qui con l’apporto di pochi gradi etilici mi sconforta oltre ogni modo-
-e sia. Non posso che suggerirti il Negroni della casa allora. E, per dimostrarti l’affidabilità del mio consiglio, ne prenderò uno anche io-
Fece segno al cameriere, che si avvicinò prontamente al tavolo, consentendo a Bezzi di formalizzare l’ordinazione.
-e dunque, Tarcisi, se, nell’attesa di essere serviti, vuoi iniziare a ragguagliarmi…-
-certamente commissario. Con la promessa di essere la più rapida e concisa possibile: se non ricordo male, questa sera ha un appuntamento con Marta…-
-infatti. Una volta tanto mia figlia mi ha concesso di portarla al cinema, preferendomi, o, sarebbe meglio dire, non posponendomi, ai suoi referenti relazionali abitudinali… Sotto la condizione, vincolante, di essere lei a scegliere il film che visioneremo, ovviamente-
-sa di quale titolo si tratta?-
-purtroppo no, dal momento che  la mia giovane rampolla non aveva ancora deciso questo pomeriggio, quando ci siamo sentiti al telefono. In ogni caso ho dato un’occhiata preventiva alla programmazione odierna dei cinema di Milano e dintorni e, fortunatamente, non corro quasi rischio alcuno di incappare in scelte improponibili-
-meglio così- convenne l’agente- veniamo a noi allora. Come ha intuito, si tratta di Steve Cherish, vale a dire il creatore del trust di cui hanno tanto beneficiato le nostre tre aziende-
-sono tutto orecchi-
-beh, pare che fornire capitale a giovani imprenditori non sia il suo unico hobby, o che, quantomeno, non sia svincolato da altre meno sane abitudini-
-sarebbe a dire?-
-che il nostro Steve non elargisce fondi per finalità di pura beneficenza, come potevamo immaginare. Mi spiego meglio: ho avuto autorizzazione a interrogare i nostri colleghi di oltre oceano; non è stato semplice nonostante i protocolli vigenti fra noi e gli Stati Uniti, ma alla fine ho ottenuto le informazioni che mi servivano. Il nostro uomo, brillante professionista nel mondo della finanza tanto da essere arrivato a dirigere il dipartimento di Project Finance di una delle prime istituzioni finanziarie del paese, non è esattamente sparito nel nulla, come poteva risultare da una consultazione “di primo livello”. Vale a dire con una autorizzazione di accesso a dati sensibili piuttosto limitata. In questo secondo giro, dove ho avuto il permesso di scavare con maggiore profondità e porre quesiti più specifici, sono riuscita ad appurare che, quando era ancora sulla cresta dell’onda, cioè circa cinque anni fa, ha, come si suol dire, fatto baracca e burattini, trasferendosi indovini un po’ dove?-
-nella nostra beneamata penisola?- azzardò Bezzi
-precisamente!-
-hai provato a consultare i nostri archivi per vedere se è emerso qualcosa?-
-certamente, ma non ho ottenuto nulla. Per quanto riguarda lo stato Italiano, Steve Cherish risulta a tutti gli effetti un cittadino americano che si è stabilito nella sua splendida (questo aggettivo non era ovviamente presente nel file, ma mi sembra quanto mai appropriato in base alle foto che ho potuto visionare su internet) tenuta nelle Marche dove gestisce, più per hobby che per vero business, una fiorente produzione vinicola DOC-
-trattasi del “Pecorino”?-
-esatto!- confermò Tarcisi, sbalordita dalla enciclopedica sapienza enogastronomica del suo superiore.
-allora immagino che la tenuta in questione si trovi in mezzo alla colline ascolane-
-vedo che, come potevo immaginare, è molto ben informato sull’argomento-
-bere come si deve richiede una preparazione adeguata-
-concordo. Tornando a noi, di fronte a tanta passione bucolica, mi sono domandata: come mai l’FBI ha interesse a tenere d’occhio un distinto signore di ormai 54 anni, con la matura passione per la vinificazione di qualità e per gli splendidi panorami delle nostre regioni centrali? La risposta è venuta, non senza una certa fatica da parte della sottoscritta come le dicevo, dai nostri stessi colleghi, i quali hanno ammesso che il diligente viticultore si era distinto, negli ultimi anni della sua carriera precocemente interrotta, per alcune commistioni con ambienti non proprio esemplari in quanto a rispetto per la legge e per la pubblica sicurezza-
-di quale specie di criminalità stiamo parlando, Tarcisi-
-probabilmente di terrorismo. Anche se, ad essere del tutto sinceri, non si tratta che di sospetti non confermati da prove adeguate.  Non ci sono infatti intercettazioni probanti, né documenti compromettenti. Tuttavia risulta che Mr. Cherish abbia autorizzato, nell’esercizio della sua funzione professionale, il finanziamento di un paio di società che sono poi risultate collegate ad un gruppo terroristico noto come “I Fratelli Dell’Uguaglianza”; ovviamente il nome originale è in inglese. Per quanto non sia stato possibile provare in modo irrefutabile  e certo alcuna concreta connivenza, ce ne è stato a sufficienza per gettare qualche consistente ombra sul nostro uomo, al punto che la sua società lo ha garbatamente incentivato ad accettare la buona uscita, condendola con una favolosa liquidazione-
-di cui una parte sarà stata investita nell’attuale occupazione agreste. Come mai i nostri solerti colleghi a stelle e strisce non hanno ritenuto di dover avvisare il nostro legittimo stato sovrano riguardo a questo estroso personaggio?-
-in merito non ho ottenuto che risposte vaghe ed evasive, commissario. Del tipo: “non ci è parso che il livello di attenzione richiedesse questo tipo di intervento”, piuttosto che “non siamo autorizzati a discutere questo tipo di dettagli”-
-d’accordo, d’accordo: ho afferrato l’antifona-rispose Bezzi spazientito- concentriamoci su altri argomenti. Chi sono questi “Fratelli dell’Uguaglianza”?-domandò annotandone il nome sul suo taccuino: la mattina successiva avrebbe rivolto la medesima domanda a Feraboldi, così da disporre anche del suo punto di vista e delle sue conoscenze in materia.
-si tratta di un movimento sorto dopo l’attentato alle Torri Gemelle. I suoi fondatori risultano essere un gruppo di più che discreti fanatici dell’egualitarismo rivoluzionario, sparsi fra gli Stati Uniti e l’Europa. Non pare abbiano un programma particolarmente complesso: sostanzialmente puntano a diffondere una buona dose di timore e terrore, prodromico all’instaurazione di un nuovo ordine, più o meno mondiale, basato ovviamente su una egalitarietà totale. Insomma, come è stato definito dal funzionario dell’FBI con cui ho parlato, si tratta in pratica di un gruppo di esaltati con idee campate per aria. Niente di particolarmente preoccupante, non fosse per il fatto che la schiera, fortunatamente non eccessivamente numerosa, di adepti, conta una buona percentuale di personaggi dotati di consistenti mezzi economici, materiali e finanziari. Una tipologia di cui Steve Cherish potrebbe costituire un buon esempio-
-risultano esserci affiliati in Italia?-
-non ne abbiamo traccia, per quello che può valere- sospirò Tarcisi sorbendo una lunga sorsata del suo Negroni, prontamente imitata dal commissario il quale, come ebbe allontanato le labbra dalla cannuccia nera, osservò
-la faccenda mi sembra comunque piuttosto preoccupante. Immagino che l’organizzazione non abbia ancora compiuto alcun atto concreto, altrimenti il livello di attenzione ed allarme sarebbe ben diverso e decisamente più condiviso fra le autorità dei vari paesi-
-è così. Nessun attentato o azione criminosa risulta essere ancora stata effettuata da parte loro-
-questo non vuol dire che non occorra darsi una mossa. Quella data, il 15 gennaio, continua a risuonare sinistra e minacciosa, per quanto mi riguarda. E mai volesse il cielo, fra una nevicata e l’altra, che fosse collegata con qualche balzano progetto di questo gruppo di rivoluzionari altolocati…-
-il rischio non è da escludere, commissario-
-dobbiamo rintracciare questo Steve Cherish e fargli qualche bella domandina mirata. Hai contattato i nostri colleghi marchigiani?-
-lo ha fatto Robecchi. E le notizie non sono delle migliori…-
-non mi dire che non lo hanno trovato fra le sue vigne a scolarsi una bottiglia di Pecorino!-
-Sono andati oggi stesso a compiere un sopralluogo- proseguì ignorando la freddura del commissario-  e l’unica persona presente nella tenuta risultava essere  il fattore, nonché amministratore, il quale ha affermato che il proprietario manca da ormai cinque mesi, vale a dire da agosto, quando ha comunicato che si sarebbe assentato per un lungo periodo. Senza, ovviamente spiegarne il perché. D’altro canto l’azienda va avanti anche senza di lui, essendo molto ben avviata e perfettamente funzionante. Il signor Steve, ha riferito, ha dato disposizione di non cercarlo. Consegna che ovviamente è stata rispettata. E, infine, il suo numero di cellulare risulta non disponibile…-
-dobbiamo trovarlo Tarcisi. E pure in fretta. Ti sembrerà ovvio, ma credo proprio si trovi qui, a Milano-
-ne sono purtroppo convinta anche io. Cosi come ritengo che non sia per nulla estraneo ai murales, né alla morte di Marco Franesi-
Si era fatto tardi: terminarono rapidamente i loro drink e si affrettarono verso le rispettive mete, approfittando del senso di piacevole tepore prodotto dall’alcool.

 

Si stava facendo tardi, ma aveva promesso a Cerruti che, prima di lasciare l’ufficio, avrebbe terminato il lavoro affidatole. Promessa che doveva mantenere anche a costo di scarificare l’appuntamento con suo padre. Diede un’occhiata allo schermo del PC e giunse alla conclusione che, se avesse mantenuto il più elevato possibile il livello di concentrazione, ce l’avrebbe fatta per le sette e mezza: l’ultimo orario utile a raggiungere il cinema in tempo per l’inizio del primo spettacolo (aveva scelto un multi sala non lontano da Porta Romana, che avrebbe facilmente raggiunto con un efficiente combinata di linea metropolitana e tram).

Le piaceva e la appassionava il nuovo compito che le avevano affidato: le era stato, o, più precisamente, Cerruti in persona le aveva richiesto, di revisionare una delle presentazioni istituzionali della Terrin&Smith. Un documento specifico che, seguendo le linee guida fornite dalla casa madre statunitense, dove la società aveva il suo quartiere generale, era stato adattato alla realtà italiana, imputando i dati specifici del paese, sia per quanto riguardava la presenza della Terrin&Smith sul territorio, una sede operativa molto piccola, praticamente un ufficio di appoggio, era presente anche a Roma, sia per quanto riguardava i settori di specializzazione, soprattutto quelli industriale e farmaceutico.
Non che Marta dovesse intervenire sul contenuto, ovviamente, dal momento che non possedeva né le competenze né l’esperienza necessaria. Il suo contributo sarebbe invece consistito nel proporre  eventuali modifiche e migliorie all’aspetto del documento. In merito al layout, come era stato definito da Cerruti, alla disposizione del testo, alla scelta ed accostamento delle figure, con l’eccezione dei grafici e di quelle tecniche in generale, sino a qualche singola parola all’interno delle frasi che componevano la presentazione: erano questi gli elementi sui quali era richiesto un suo giudizio. Nessuna variante era invece prevista per i colori utilizzati, rigorosamente identici a quelli del logo della corporate, dove troneggiavano un arancione pastello ed un verde scuro e senza luce.
Aveva proceduto con un certo metodo, dando inizialmente un’occhiata a tutto il documento, che aveva fatto scorrere piuttosto velocemente pagina dopo pagina, così da crearsi una idea generale della struttura e delle impressioni che questa suscitava. La aveva trovata nel complesso piuttosto buona ma, cercando di ragionare non come una ragazza di diciotto anni ma come un adulto piuttosto attempato, vale a dire come l’abituale destinatario del prodotto, aveva modificato (con il permesso di muoversi liberamente, dal momento che lavorava su una copia del file) l’accostamento di alcune figure con il relativo testo, propendendo per una disposizione o successione maggiormente lineare e regolare rispetto a quella originale, che aveva trovato piuttosto priva di un’adeguata geometricità.
La scelta dei soggetti figurativi, così come quella dei colori di contorno, le era invece sembrata decisamente indovinata.
Terminata questa prima fase, si era concentrata sul testo, nel quale riuscì ad individuare una manciata di refusi di poco rilievo che aveva prontamente corretto.
Quello che le mancava ancora da compiere era una seconda rilettura, maggiormente focalizzata sugli aspetti sintattici.
La parte più complessa, per la quale aveva a disposizione circa tre quarti d’ora.
Fortunatamente il testo scorreva fluido e chiaro, con una netta prevalenza della paratassi: frasi brevi e semplici nelle quali non era difficile ravvisare l’impronta linguistica del documento “madre” redatto in inglese.
Non ravvisò nessuna anomalia degna di nota, anche in virtù del linguaggio utilizzato: lineare e ben comprensibile tanto nella forma quanto nei concetti espressi.
Terminato anche questo passaggio, rivide e rilesse tutto con cura, soddisfatta del lavoro svolto. Salvò quindi il file e lo stampò, rilegandolo con una brossura cartonata da un lato, quello inferiore, e plastificata dalla parte dell’intestazione.
Infine, depose il documento sul tavolo di Cerruti, il cui ufficio trovò aperto come d’abitudine. La superficie del mobile, un pezzo di antiquariato di legno scuro e di una ruvidezza delicata che, stranamente, non stonava in alcun modo con il resto dell’arredamento di gusto decisamente moderno, era completamente sgombra, fatta eccezione per un PC portatile molto sottile e per un blocco rivestito di pelle, a fianco del quale giaceva una penna stilografica elegante ed impreziosita da finimenti in oro. Il contrasto con il corpo della penna, nero e liscio, risultava particolarmente elegante ed essenziale.
Una luce alogena dalla tonalità calda, diffusa da una piantana e da un lampadario con la struttura in metallo, illuminava la stanza già da tempo deserta, dal momento che Cerruti era uscito piuttosto presto per recarsi in visita da un cliente fuori Milano. Probabilmente aveva dimenticato di spegnere le luci prima di lasciare il suo ufficio, o forse le aveva lasciate accese di proposito per contrastare il buio che era piombato fitto e spesso all’estinguersi del tramonto, velato da una maglia fitta di nubi.
L’effetto risultava comunque indiscutibilmente piacevole e donava all’ambiente un tocco di morbida e rassicurante quotidianità.
Percorse il corridoio diretta al guardaroba, nel quale aveva appeso un pesante cappotto invernale di lana color blu notte.
Passando davanti alla porta dell’ufficio di Paredri, notò che era chiusa, per quanto un lamina sottile di luce filtrasse dalla soglia. Evidentemente il socio doveva trovarsi ancora alla sua postazione, probabilmente assorto in qualche lavoro che richiedeva particolare concentrazione, dal momento che non si udiva alcun rumore provenire dall’interno. Neppure il ticchettio sulla tastiera del PC.
Accostandosi fin quasi a toccare con l’orecchio la porta, riuscì a percepire solo il ronzio della ventola del computer e il sentore di un odore piuttosto sgradevole e pungente, che in quel momento non seppe identificare.
Per un attimo pensò di bussare ed affacciarsi per salutare il signor Marcello, ma poi si risolse a non disturbarlo e preferì uscire silenziosamente dall’ufficio, chiudendo con garbo la pesante porta di ingresso, così da non perturbare quel profondo il silenzio.
Erano le 19 e 30: ora di involarsi per le scale e lasciarsi alle spalle la Terrin&Smith.
La mattina successiva avrebbe con orgoglio mostrato il suo lavoro all’Amministratore Delegato.

 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

UNa drammatica telefonata di Marta al padre, il commissario Bezzi:
– papà, vieni subito qui alla Terrin&Smith. Fai più in fretta che puoi. Credo ci sia un grosso problema. Di quelli che fanno al caso tuo.

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