La scelta finale – XXVI puntata

Parte III. And Happy New Year.
26.

Che ci fosse dietro qualcosa di poco chiaro apparve subito evidente all’agente Starnel. L’edificio risultava infatti di proprietà di una società immobiliare che lo aveva locato con contratto quinquennale ad un privato cittadino, rispondente al nome di Alexander  Escher. La cosa non avrebbe costituito di per sé nulla di anomalo, non fosse stato per il fatto che, nel registro centrale dell’anagrafe, il più giovane dei sedici uomini possessori di quel nome, risultava essere passato a miglior vita 9 anni prima. Dato invero poco conciliabile con la data del contratto di affitto, che invece risaliva a quello precedente. Tuttavia, esisteva una spiegazione semplice e lineare per appianare quell’apparente incongruenza: bastava presupporre che il nominativo fornito, così come il documento a cui era associato ed il cui numero era stato diligentemente annotato all’interno della pratica di locazione, fosse evidentemente, banalmente, ed incontestabilmente, falso. Considerando la situazione da quel punto di vista, tutto si rischiarava di una luce brillante. Complicandosi al contempo in modo assai poco gradevole.
Mossa da un impeto di ottimismo destinato alla più avvilente delle frustrazioni, l’agente aveva richiesto alla società locatrice con quale modalità venisse corrisposto il canone di affitto. Purtroppo risultò che la cifra, corrispondente all’intero periodo, era stata totalmente versata in contanti. C’era ovviamente una regolare ricevuta, che, conformemente, risultava intestata ad uno dei defunti signor Alexander Escher: fantasmi dotati di ingenti somme di denaro, con le quali andarsene a spasso a cercare vecchi edifici cadenti dove poter comodamente alloggiare in forma di spirito.
Sbatté entrambi i pugni sul tavolo, emettendo un sospiro secco ed intenso, che fece vibrare ad uno ad uno i rotoli del suo ventre adiposo e sobbalzare i suoi seni straripanti.
Un vicolo cieco, avvitato attorno un’identità immateriale praticamente impossibile da smascherare, dietro la quale si nascondevano finalità evidentemente criminali, ma al contempo non individuabili.
Un maledetto vicolo cieco dentro il quale aveva trovato la morte un giovane ragazzo proveniente da una terra straniera.
“Chissà se la famiglia è stata poi avvisata” si domandò provando un senso di pena amaro e vischioso, come se avesse inghiottito un boccone intriso di ruggine.
Anche se erano solo le otto di mattina, afferrò il telefono e compose il numero del Consolato
-buongiorno, è in linea con il Consolato d’Italia. Come posso esserle utile?-si informò una  voce femminile cortese e meccanica.
-avrei bisogno di parlare con Luigi Strambi, per cortesia-
-chi devo annunciare?-
-agente Mary Starnel. Polizia di New York-
-un attimo in linea per cortesia. Inoltro subito la chiamata-
Occorsero pochi squilli di attesa prima che la voce del funzionario prendesse corpo dall’altro capo della linea.
-buongiorno agente. Per quanto sia un piacere, non mi aspettavo di risentirla così presto. D’altro canto la avrei chiamata io fra breve-
-in realtà volevo solo sapere se è riuscito ad avvisare i familiari della vittima. Tuttavia, dal momento che siamo qui: per quale motivo mi stava per chiamare?- aggiunse incuriosita
-perché, per rispondere alla sua domanda, abbiamo avvisato ieri il padre del povero Michele Paredri. Ma pare che l’abbia presa davvero male…-

Il cielo plumbeo annunciava una nuova giornata di neve. Nuvole cariche di umidità, a tal punto che l’aria sembrava liquefarsi sui pesanti vestiti invernali, andavano rapidamente ammassandosi all’orizzonte. 

Aveva ormai albeggiato da qualche tempo quando presero a cadere i primi fiocchi: fitti, leggeri ed innumerevoli, rotolavano nel vuoto senza essere scossi da un filo di vento.
Non faceva poi così freddo: la temperatura doveva essere prossima allo zero, tanto che Marta non ebbe a pentirsi troppo di aver dimenticato a casa i guanti. Scuotendo di frequente l’ombrello con il quale aveva deciso di salvaguardare la sua capigliatura (inutile munirsi di cappello e cappuccio: ben poco avrebbero potuto contro quel fioccare denso e placido), conquistò, passo dopo passo, il tragitto che la separava dall’ufficio, che era aperto, nonostante fosse sabato, dal momento che era stata richiesta a tutti una presenza straordinaria per poter gestire alcuni progetti particolarmente urgenti.
Quando giunse nei pressi del portone di ingresso dello stabile che ospitava la Terrin&Smith, vi trovò assembrati quasi tutti i suoi colleghi.
Doveva evidentemente essere capitato qualcosa di rilevante e probabilmente di grave, poiché uno stato di agitazione isterica interessava i presenti senza alcuna eccezione.
Sotto il velo della neve scorse la signora Trabacchi che parlava animatamente con il custode del palazzo, anche se era ancora troppo distante per comprendere quale fosse l’oggetto della discussione.
Mentre affrettava il passo per raggiungere il gruppo, notò che di questo facevano parte anche due giovani ragazze, vestite con pantaloni da tuta e scarpe da tennis. Un abbigliamento ben poco consono alle condizioni climatiche di quel momento, per quanto indossassero ambedue i loro giacconi.
Dedusse che doveva trattarsi delle addette alle pulizie, di servizio ogni mattina fra le sette e le otto, le quali, per qualche motivo, avevano interrotto di punto in bianco il lavoro.
La causa di tale evento doveva essere di non piccola entità dal momento che, incuranti della neve che aveva ormai completamente inzuppato loro calzature e capelli, continuavano a piangere e singhiozzare, spargendo lacrime senza sosta.
Un senso di profondo disagio e malessere attraversò Marta. Nella sua mente prese corpo l’immagine della porta chiusa dell’ufficio di Paredri ed il ricordo di quell’odore acre che pareva stagnare al di là di quella.
Istintivamente estrasse il cellulare dalla borsetta e, mentre compiva gli ultimi passi verso il capannello formato dai suoi colleghi e dalla coppia piangente, compose il numero del commissario
-papà, vieni subito qui alla Terrin&Smith. Fai più in fretta che puoi. Credo ci sia un grosso problema. Di quelli che fanno al caso tuo-

-dove sta andando, commissario, così di fretta?- domandò Robecchi, stupito della rapidità con cui Bezzi aveva indossato il cappotto, che invero si era sfilato pochi istanti prima, imbucando l’uscita del commissariato con la velocità di uno scattista.
-da mia figlia- rispose questi frettolosamente, mentre stava già spalancando la porta- riferisci a Tarcisi di chiamarmi appena arriva in ufficio-
Impiegò poco tempo a raggiungere via San Maurilio, nonostante l’abbondante fioccare che affrontò ricorrendo ad una dose piuttosto massiccia di imprecazioni ed improperi, come fossero incantesimi contro le avversità climatiche.
Non appena lo ebbe scorto emergere dal velo biancastro, Marta gli si fece incontro con fare affannato e un po’ scomposto, scostando con gesti nervosi la neve che, ora mossa da un vento teso, si insinuava abbondante sotto la protezione offerta dall’ombrello, impigliandosi nei capelli e sciogliendosi a contatto del calore delle labbra.
Con un ultimo passo particolarmente incerto scivolò verso il padre, arrestandosi contro la sua spalla.
-cosa sta succedendo, Marta?- le domandò sorreggendola per la schiena, mentre sua figlia riconquistava una posizione stabile, piantando i piedi nello strato di neve.
-non abbiamo ancora informazioni esatte, ma deve trattarsi di qualcosa di terribile! Gli uffici sono chiusi e piantonati dall’ingegner Cerruti che non ha voluto far entrare nessuno di noi. Dice che prima bisogna attendere l’arrivo della polizia-
-l’attesa è finita allora. Ma, dimmi, c’è qualche motivo particolare che ti porta a pensare che si sia verificato qualcosa di terribile? In fondo potrebbe banalmente trattarsi di un furto, magari di materiale o documenti particolarmente importanti-
-non ne ho la certezza logica, papà! Ma…-gli riferì del pomeriggio precedente e di quando era uscita dall’ufficio, aggiungendo il particolare delle due addette alle pulizie mattutine e dello stato di agitazione in cui versavano.
Bezzi non perse tempo, una volta che ebbe terminato di ascoltare il breve resoconto della figlia, e compose sul cellulare il numero del commissariato
-Robecchi, sei tu? Benissimo: mandami subito un paio di agenti. Mi trovò qui in via San Maurilio- gli fornì il numero civico esatto-e tieniti pronto a contattare la Scientifica. Tarcisi è arrivata? Fa nulla. Ricordale di chiamarmi-
Dopo aver fatto cenno a Marta di attenderlo assieme a tutti gli altri, varcò il portone di ingresso, vincendo, grazie al suo distintivo, le consistenti resistenze del portiere, al quale lo esibì prontamente contestualmente all’intimazione di fargli strada.
-apra ingegner Cerruti, sono Bezzi. I miei colleghi ci raggiungeranno a breve- ordinò nascondendosi dietro un tono di voce il più garbato ed interlocutorio possibile.
Quattro scatti secchi e pesanti del robusto meccanismo di chiusura gli confermarono che la richiesta era stata percepita ed accettata senza esitazione.
Trovò Cerruti scolorito da un pallore totale ed uniforme sul viso e sulle mani, affette da un tremore continuo. Fissava il commissario con uno sguardo annacquato ed incessantemente mobile, come alla ricerca di un inafferrabile punto di fuoco. Non parlava e non mostrava alcuna intenzione di volerlo fare.
Fu Bezzi, allora a prendere, l’iniziativa.
-cosa è successo, Cerruti?-gli domandò afferrandolo garbatamente per le spalle, spinto dall’istinto di volerlo sorreggere.
Non ottenne tuttavia alcuna risposta. Almeno non tramite emissione di suoni o parole, poiché l’interrogato si limitò a volgersi su sé stesso per l’ampiezza di un angolo piatto e ad indicare con l’indice della mano sinistra un punto nel corridoio.
Non fu difficile capire a quale stesse facendo riferimento, dal momento che una sola porta risultava essere chiusa.
Per il momento si accontentò di quella muta indicazione.
Alle domande, forse agli interrogatori, a Cerruti ed alle due ragazze delle pulizie avrebbe provveduto in un secondo momento.
Preparandosi al peggio, raggiunse in pochi passi la porta, sulla quale una targa di cartone arancione, inserita in una cornice di plexiglas, recava il nome del titolare del corrispondente ufficio, e la scostò con cautela.
Paredri era lì. Ma al posto che trovarsi dietro la sua scrivania, era collocato sopra di questa. Non in piedi, ma sospeso, dal momento che il suo corpo pendeva esanime dal soffitto, appeso per il collo da quella che aveva tutta l’aria di essere la cinghia dei suoi pantaloni, di cui un capo era stato fatto passare all’interno del gancio che sorreggeva il lampadario, mentre l’altro aveva ormai scavato la carne del cadavere, scomparendo nelle pieghe del collo, da cui si diffondeva un colore bluastro e livido su tutto il volto.
Nonostante la bocca fosse aperta, probabilmente alla ricerca istintiva dell’ultimo spasimo di aria prima di perdere conoscenza e vita, gli occhi erano rimasti chiusi.
Un dettaglio più che sufficiente al commissario per capire che si era trattato di un suicidio. Confidò nel fatto che autopsia e lavoro della scientifica avrebbero confermato la sua ipotesi.
Un macchia giallastra ormai secca e rappresa sporcava nell’ordine: il cavallo dei pantaloni di Paredri,  la sua scrivania e parte della moquette del suo ufficio. Un’altra macchia marrone giaceva sul tavolo affiancata a quella gialla.
La tavolozza elementare della fisiologia animale.
L’urina e le feci, il cui sgradevole odore Marta aveva percepito il pomeriggio precedente, proprio mentre stava per lasciare l’ufficio e raggiungere suo padre al cinema.
Decisamente Paredri si era suicidato ed era stato abbastanza coraggioso, o disperato, da farlo senza emettere un gemito, un lamento, un suono o anche solo un rumore percepibile da sua figlia.
Gliene fu immensamente grato. Fare di tutto per risparmiarle uno spettacolo di raccapricciante squallore era stato un gesto di estrema generosità ed altruismo.
Poco importava che avesse agito consapevolmente oppure no.
Osservò ancora per qualche minuto la scena dove si era consumato il funesto evento, così da memorizzarne tutti i particolari nella speranza che qualcuno di questi gli sarebbe potuto tornare utile.
Il suo sguardo si posò di nuovo sulla cinghia dei pantaloni, un accessorio elegante e di marca che aveva tutto l’aspetto di essere acquistabile ad un prezzo proibitivo (e che,evidentemente, doveva anche essere di qualità, oltre che caro, per reggere il peso di un uomo adulto, per quanto esile, come Paredri), sul corpo senza vita, sulla scrivania lorda, sulla moquette macchiata.
Qualcosa mancava in quell’insieme: un’assenza a cui la mente del commissario non riusciva a dare forma, ma che tuttavia delimitava un vuoto tangibile, per quanto invisibile.
Tentò a vuoto una seconda carrellata visiva, ma poi si rassegnò nella speranza che la risposta affiorasse successivamente per altre vie, dal momento che le sue facoltà intellettive non si erano mostrate all’altezza del compito affidato.

-quando lo ha saputo, signor Strambi?-
-questa mattina.  Circa un’ora fa ho ricevuto una chiamata dal Ministero degli Esteri. Lì ovviamente era già primo pomeriggio, mentre il fatto è stato localmente accertato alle nove di mattina. Lo hanno trovato nel suo ufficio. È lì che si è impiccato, utilizzando la cinghia dei pantaloni-
-è quindi stato acclarato che si è trattato di suicidio?-
-ovviamente non è ancora stata effettuata l’autopsia. Ma il buonsenso ed i primi accertamenti compiuti dalla scientifica sembrano indicare proprio questo. Non sono emerse tracce di violenza o colluttazione. Sul tavolo dell’ufficio, utilizzato per collocare e successivamente passare la cinghia attorno al collo, sono ben evidenti, oltre che tracce cospicue di feci e urina, le impronte delle scarpe di Marcello Paredri. Per il resto, tutto risulta essere in perfetto e meticoloso ordine. Pare infine, se l’esito degli esami specifici lo confermerà, che non vi siano tracce o impronte di origine e provenienza diversa da quella della popolazione dell’ufficio-
-tutto sembra, in effetti, convergere verso il suicidio. D’altro canto non è poi così complicato individuare una adeguata motivazione alla base dell’atto estremo-
-infatti. Come le accennavo, agente Starnel, quando ho comunicato la notizia della morte del figlio a Paredri, la sua reazione ha avuto un che di assente ed inerte, più che di disperato. Come se l’eventualità che Michele potesse morire, o, peggio ancora, venire ucciso fosse, in qualche modo e per qualche motivo, contemplata-
-Marcello Paredri sapeva qualcosa ed era coinvolto in qualcosa. Di grosso. Di grave. Perché solo faccende grosse e gravi possono contemplare la possibilità del rapimento e dell’omicidio-
-non vedo come non possa essere così, agente-
-ho bisogno di parlare con chi sta seguendo questo caso. Spero sia un investigatore in gamba-
-attenda qualche minuto in linea. Vedo di procurarmi l’informazione e di trasmettergliela al più presto-
-d’accordo-
Ci fu un click e poi partì il disco di attesa.
Dopo quasi tre giri completi di musica e parole, un nuovo click annunciò il ritorno di Strambi.
-è ancora lì, Mary?-
-certamente. La stavo aspettando-
-ho il nome ed i riferimenti del commissario, così si chiamano da noi i funzionari di Polizia, che sta seguendo il caso. Ha da scrivere?-
-penna e foglio non aspettano altro che le sue indicazioni-
Annotò diligentemente nome e numero di telefono, facendo scorrere la mano grassoccia sul foglio del suo block notes, mentre con l’altra si serviva di un muffin alla crema di amarena, riuscendo a consumarlo nello spazio di tempo che intercorse fra la prima lettera del nominativo del commissario e l’ultima cifra del suo cellulare.
Si stupì di sé stessa: sapeva di essere un fulmine a mangiare, o, più di frequente, ad ingurgitare, ma questa volta aveva battuto qualsiasi record personale. Buon segno: stava a significare che avrebbe affrontato il caso con la massima determinazione.

-Tarcisi, temo proprio che dovremo aggiungere un nuovo caso fra quelli più caldi- riferì Bezzi alla collaboratrice una volta rientrato in commissariato.
Era già pomeriggio avanzato e l’agente era da poco arrivata in ufficio, dopo una lunga “trasferta” presso la questura centrale, dove era riuscita a procurarsi alcune foto di Steve Cherish. La maggior parte proveniva da archivi Statunitensi, nonché da qualche edizione online di giornali e riviste di taglio economico e finanziario. Ma almeno una risaliva a quando il soggetto era approdato in Italia ed era relativa al suo passaporto, debitamente fotocopiato ed allegato alla documentazione necessaria ad avviare l’attività vinicola.
Di fatto costituiva l’attestazione iconografica più recente.
Sul sito dell’azienda invece non aveva trovato alcunché.
Scattate in un arco di tempo di circa sei anni, tutte si assomigliavano nel ritrarre un uomo sui cinquant’anni, in alcuni casi un po’ più giovane in altri un po’ più anziano a seconda della data a cui risaliva l’immagine, il cui aspetto poteva inizialmente apparire gioviale ma che, ad osservarlo con maggiore attenzione, si rivelava plasmato da un sorriso piuttosto meccanico, impiantato su un volto perfettamente glabro ed abbastanza pingue da sviluppare una piega discretamente abbondante sotto il mento, sopra il quale incombevano due labbra sottili e strette, quasi incassate fra le guance paffute e prominenti.
La fronte alta e, almeno così pareva, quasi senza rughe, proseguiva naturalmente lungo la stempiatura che arrivava fino al culmine della testa, aprendosi in un rado ventaglio di capelli sottili e di media lunghezza sulla nuca e sui lati posteriori.
L’impressione generale era quella di un ragazzino un po’ sfigato scivolato per sbaglio in una età avanzata.
Lo sguardo fuggiva ostinatamente il fuoco della macchina fotografica, posandosi assente qualche centimetro più in là.
La pinguedine interessava anche il corpo, di media statura e con una prominenza ventrale abbastanza sviluppata, ma che, per qualche motivo, non si sarebbe potuto giudicare eccessiva e nemmeno fuori luogo. Come se quel corpo fosse stato fatto per essere così.
In tutte le foto indossava occhiali da vista: probabilmente doveva essere miope, dal momento che gli occhi, osservati con precisione grazie allo zoom del PC, risultavano sempre piuttosto piccoli ed arretrati nello spazio delle orbite.
Bezzi e Tarcisi avevano studiato le immagini con attenzione, cercando di individuare qualche particolare poco o per nulla alterabile che rendesse più semplice un eventuale riconoscimento dal vivo. Purtroppo non disponevano di filmati che, ritraendo i movimenti e le movenze del sospetto, avrebbero potuto fornire un supporto non trascurabile allo scopo, essendo convinzione di entrambi che fosse molto più semplice alterare i propri lineamenti che i propri atteggiamenti fisici, inscritti in modo quasi indelebile nel DNA cinetico di ogni persona. Qualche peculiarità nel modo di camminare, di gesticolare, di atteggiare il viso o anche solo di ruotare il collo verso un determinato punto, potevano rivelarsi molto più utili di un documento di identità, perché, al contrario di questo, erano ben più difficili da  falsificare.
In mancanza di meglio tornarono dunque a concentrarsi sugli scatti fotografici.
Fu proprio quello presente sul passaporto a venire loro in aiuto. Paradossalmente, la fotocopia in bianco e nero che ne era stata ricavata aveva infatti messo in evidenza un particolare diversamente poco rilevabile: sull’ingombrante doppio mento era visibile una cicatrice dal profilo irregolare, il cui breve tracciato biancastro interessava la parte destra dello spessore adiposo, che risultava come scolorito da una linea a zig zag. Niente di particolarmente profondo ed impressionante, anzi, in realtà qualcosa di quasi invisibile ad uno sguardo distratto, ma pur tuttavia un segno di riconoscimento prezioso per chi vi avesse prestato la dovuta attenzione.
Rassicurato dall’apprezzabile dettaglio, che invero non incrementava di molto le probabilità di imbattersi in Mr. Steve Cherish, ma che almeno aveva il pregio di essere tangibile, Bezzi aveva raccontato a Tarcisi quanto accaduto, o, meglio, scoperto, quel mattino.
-non posso che essere d’accordo con lei, commissario. Se è fuor di dubbio che si tratti di un suicidio, ci toccherà quantomeno scoprirne le motivazioni-
-da questo punto di vista dovremmo essere a buon punto- precisò Bezzi- Dopo aver spedito tutti gli altri a casa, a cominciare da Marta che ho affidato alle premure della signora Alice Trabacchi, causa involontaria dello stato di alterazione psichica, per fortuna non preoccupante, in cui versa mia figlia in questo momento, mi sono intrattenuto, per così dire, con l’ingegner Cerruti. C’è voluto un po’ per farlo calmare, ma alla fine sono riuscito a ricavare qualche informazione importante. In particolare una, che definirei risolutiva nel senso letterale del termine-
-sarebbe a dire?-
-Paredri aveva un figlio-
-aveva?-
-già: Michele Paredri, questo il nome del ragazzo, è passato a miglior vita la notte di capodanno-
-incidente stradale? Abuso di droghe?- domandò l’agente delineando gli scenari che riteneva più probabili
-no. Sei fuori strada. Piombo. In forma di pallottola. Suo figlio è stato ucciso. È accaduto a New York-
-altri particolari?-
-Cerruti non sa altro-
-quando e come ne è venuto a conoscenza?-
-lo ha avvisato Paredri con un sms. Il dato è confermato: abbiamo trovato il messaggio inviato dal suo cellulare. Molto sintetico e perfettamente chiaro: “Michele è stato ucciso la notte di capodanno. L’ho saputo oggi”. Ovviamente Cerruti sapeva che il ragazzo si trovava lì-
-a che ora risulta essere stato inviato il messaggio?-
-alle 18.30. Probabilmente poco prima di togliersi la vita, stando a quanto sostiene la scientifica. Vediamo se l’autopsia confermerà l’orario della morte-
-tutti particolari degni di nota, commissario. Certo, se potessimo parlare con chi si sta occupando del caso di Michele Paredri in quel di New York…-
Non fece in tempo a concludere l’osservazione, poiché nell’ufficio di Bezzi, dove si trovavano in quel momento, irruppe l’agente Robecchi
-commissario, come se la cava con l’inglese?-
-Dignitosamente. Perché?-
-c’è in linea una agente della polizia di New York che chiede di lei-
Bezzi non poté fare a meno di guardare Tarcisi con aria di modesta onnipotenza.
-immaginavo mi avrebbero contattato. Passamela pure al mio interno. Ti ha detto come si chiama?-
-Mary qualcosa. Il cognome non sono riuscito ad afferrarlo bene-

 

Nella prossima puntata (tra 10 giorni):

Abbiamo 11 giorni esatti prima che qualcosa di brutto accada qui da noi. A Milano.

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